Le crisi che stiamo attraversando sono tutte legate alla società della crescita, tutte! E Rimarranno tutte drammaticamente aperte finché non si deciderà di superare davvero il paradigma neoliberista e uscire dalla società della crescita.
Siamo portati a pensare che vi siano Paesi in declino, come i nostri, e poi Paesi emergenti, che cavalcano l’onda del produttivismo, come la Cina. Non è davvero così. La crisi investirà tragicamente anche la Cina perché ogni mondo è diventato «occidente». Quella che viviamo è una crisi della globalizzazione e del capitalismo.
E anche in Europa, sicuramente la pandemia e la crisi ucraina ci hanno fatto fare molti passi avanti verso un’Europa politica e non più soltanto economica. Ma la logica ultraliberista, la logica della competitività, è ancora lì, a guidare le scelte dei governanti europei. Parlano di “concorrenza leale”, ma si illudono. La concorrenza non può essere né giusta né leale. È sempre una guerra di tutti contro tutti. Ora, possiamo dirci un po’ più europei, ma, come si suol dire: per forza, non per amore…
E sarà ancor più difficile mettersi d’accordo nell’Europa dei 27. Abbiamo messo il carro davanti ai buoi: non si può avere una moneta unica senza una legislazione fiscale unica; vaglielo a dire ai sostenitori della flat tax!
Più in generale, dobbiamo creare una società alternativa alla sistematica distruttività ecologica della globalizzazione. Cambiare il paradigma, la sostanza, non più solo la superficie delle cose.
Supereremo il riscaldamento globale di due gradi alla fine del secolo, quindi ci saranno certamente disastri ambientali e guerre. Possiamo solo limitare i danni a questo punto e organizzarci. Dobbiamo realizzare una nuova ‘austerità’, quella cui alludeva Enrico Berlinguer nel discorso agli intellettuali del 1977: “un’occasione per trasformare l’Italia”. I suoi detrattori ne ricavarono una concezione frugale e pauperista, autoflagellatoria, una critica del capitalismo d’ispirazione etica, prepolitica, incapace d’intendere i bisogni nuovi, il desiderio di benessere, la funzione positiva dei consumi di massa, la necessità di “modernizzare” l’Italia. In tempi più recenti, vi è stato anche chi ha voluto trovare nelle parole di Berlinguer una enunciazione ante litteram delle teorie di decrescita felice, espressione – tra l’altro – che non appartiene a Latouche ma a Pallante. Pochi, però, avevano colto il fondamento profondo dell’analisi di Berlinguer: l’anelito a condizioni di vita migliori di moltitudini afflitte da miseria, malattie endemiche, oppressione, nelle lande desolate, nei villaggi smarriti, in periferie metropolitane da incubo che allora si chiamavano Terzo mondo o, con espressione più gentile, Paesi in via di sviluppo. Di qui la previsione di Berlinguer sui fenomeni migratori di massa, che sarebbero aumentati fino a dimensioni enormi con la liberazione compiuta dal dominio coloniale e a causa degli squilibri tra Sud e Nord del Mondo. Questa era la motivazione della proposta, per politiche che allora si definivano di austerità, dirette a promuovere una diversa distribuzione della ricchezza e un nuovo modo di produrre e di consumare.
Oggi, quella proposta resta indifferibile, non più per evitare il disastro, perché ci siamo già dentro con tutte le scarpe, ma per organizzare quello che sarà il futuro dell’umanità dopo la fine del “mondo unico” (Il covid e la guerra in Ucraina hanno mostrato l’enorme fragilità della catena di produzione globalizzata).
E’ possibile orientare la produzione a logiche diverse dall’accumulazione senza limiti: si vive ancora nell’immaginario dei “trenta gloriosi” anni di crescita. Non ci si rende conto che quella è stata soltanto una piccola parentesi nella storia dell’umanità e del capitalismo. Una parentesi artificiale fatta di alta produttività, salari abbastanza alti per permettere agli operai di comprare le macchine che avevano fabbricato. Sembrava la conciliazione di capitalismo e welfare… Un vero miracolo, ma si è trattato di un miracolo fondato sulla distruzione della natura e sullo sfruttamento dei Paesi più poveri. Questo miracolo ha consumato così tanta energia che, se domani fermassimo tutte le emissioni, non riusciremmo comunque a fermare l’innalzamento della temperatura. Ci vogliono almeno cinquant’anni!
La dispersione energetica sarà bilanciata dall’uso di nuove risorse e da una maggiore efficienza nell’uso delle vecchie, certo: ci sono stati dei progressi nella eco-efficienza, ma non bastano; il degrado dell’ambiente non è stato evitato. La seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia, non può essere aggirata e ci ricorda tutti i giorni che il cambiamento è irreversibile.
Lo sviluppo derivante dal progresso tecnologico e dalle nuove soluzioni, creerà un surplus da investire nell’ambiente, certo, ma ciò non basta; non basta cambiare le parole senza cambiare mai davvero le cose: hanno inventato prima lo “sviluppo sostenibile”, un ossimoro incredibile, poi la “crescita verde”, poi l’“economia circolare”.
Purtroppo, manca la volontà politica e la volontà popolare. E qui veniamo – nel piccolo del nostro Paese e delle vicende di ‘rilancio’ della Sinistra dopo l’elezione di Elly Schlein a segretaria del PD.
Trascuro le posizioni critiche ‘da destra’, secondo le quali il PD subirà una regressione movimentista, si radicalizzerà; dimenticando che quel partito lì, tutto potere potere, governo, istituzionalizzazione, impermeabilizzazione alla società, tutto centro e tutto caccia ai moderati non avesse già portato tutto lo schieramento democratico alla soglia più bassa della storia repubblicana. Sono espressione della cultura politica prevalente negli anni’90 e che hanno segnato disastrosamente la parabola della Sinistra in Europa.
Altre espressioni, sorprendentemente, tendono invece a dire: con la vittoria della Schlein si apre un’altra prospettiva per la sinistra; nel PD bisogna concentrare forze ed energie: “corriamo, corriamo, il PD ha bisogno di noi!”
Il capitalismo ha raggiunto un limite di espansione possibile tale per cui determina una esplosione di ingiustizia sociale, mette in discussione la dignità del lavoro; mangia, consuma, distrugge le stesse basi del suo riprodursi, l’ambiente sul Pianeta ed espone l’umanità ad una catastrofe ecologica; alimenta nuovi nazionalismi che hanno nel loro corso il riaffermarsi della guerra come scenario del possibile e del necessario con quel che questo significa al tempo del nucleare.
Se questa è la dimensione globale, l’esigenza di portare ad un nuovo livello la ricerca della sinistra e delle forze vive della società con un pensiero ed una azione critica che si ponga a questo livello della contraddizione, questa idea del conflitto – possiamo ancora chiamarlo socialismo? – nella piattaforma di Elly Schlein non c’è. C’è una radicalità democratica che rivendica di più per tutti (diritti, redditi, spazi …), ma che senza l’individuazione del punto fondamentale di attacco serve ad alimentare una politica di movimento, utile e buona, ma che rimane senza respiro lungo: magari con l’intento, intanto, di arrivare alle Europee .. e poi si vedrà?
Insomma, se pensiamo che rimanga centrale la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna e dell’umano sulla natura e sul vivente non umano, forse almeno per ora, non è con il PD che si apre e chiude la ricerca a sinistra …
Tutto questo l’ha ben compreso la maggioranza della generazione Erasmus: ma non fa ancora densità di popolo! Non si fida dell’intermediazione politica, non fa partito: tattica per salvaguardare la dignità umana e strategia socioecologica. Probabilmente, se noi anziani mostriamo resistenza ad uscire da antiche sbagliate ma comode certezze, i giovani – per biologia – non sanno ancora immaginare la fine, non soltanto quella individuale ma anche quella di specie, quella del vivente. E questo è un altro ‘buco’ cognitivo che fa problema ..
Per carità di patria, poi, è meglio tacere sul PD di Basilicata; ancora a sfogliare la margherita: quanto tocca alla corrente Bonaccini e quanto ai perdenti schleinisti del Congresso regionale (e quali bei personaggi mettono in campo!) … Mentre si volatilizzano pure gli euro promessi al Bardi legaiolo per il PNRR e i Fondi di coesione europei, magari in cambio di una più prestigiosa candidatura.
