Forzare la natura, fermando i tempi della crescita e la diffusione degli ormoni per consentire agli usignoli del bel canto di avere successo e di procurarne tanto ai loro protettori, che investivano per tempo negli ”angeli” senza tempo. E così per avere a corte, in chiesa o nei teatri giovani cantori evirati non si esitava a pagare in contanti e bene i cercatori di ragazzi dalle doti certificate, che potevano andar bene per quel ruolo, ma a patto che venissero sottoposti a castrazione. Servivano mani esperte, affidabili …ma tante città evitavano che da loro si potesse fare quel tipo di intervento e allora il ”passa a presso” sul pentagramma dell’ipocrisia era d’obbligo. Era il dietro le quinte del successo di tanti cantori evirati del passato. A parlarcene con la competenza di sempre e dopo l’interessante, e per tanti inedito articolo https://giornalemio.it/cultura/quando-sul-carro-della-bruna-si-esibivano-le-flotte

sulle flotte di cantori sul cassero dei carri trionfali della Bruna, il maestro e compositore Pietro Andrisani. Biografie sui nomi importanti degli usignoli del tempo, volati anche nelle alcove regali e con tanto di gelosia in grado di incrinare matrimoni consolidati. Gelosie anche negli ambienti ecclesiastici per le nomine a ”canonico” meritate sul campo. E poi…Ma di questo continuerà a narrare l’ottimo Maestro Andrisani, parlando dei tanti ” Farinelli” di questo genere,molti dei quali del Regno meridionale delle ugole celestiali.

I grandi cantori evirati


Ritratto di tre musicisti della corte medicea (Anton Domenico Gabbiani 1687): sulla destra si nota il cantante, il castrato Francesco de’ Castris  noto come “il Cecchino”, accompagnato  da un suonatore di clavicembalo sulla sinistra e da un violinista al centro. Alla sua sinistra un servo di colore.

Pietro Andrisani

E in vece di un castrato ingordo e rio,
Tenete un rusignol che nulla chiede,
(Salvator Rosa: I satira, La Musica, vv.776 / 778)

Un ruolo non secondario nella esecuzione delle flotte e nella crescita artistica dei conservatori napoletani e, quindi del virtuosismo vocale che caratterizza le architetture foniche delle opere musicali della Cappella della Bruna di Matera, è stato svolto dai musici sopranisti e contraltisti. I materani Donato Ricchezza, Giacomo Sarcuni, Paolo Festa, i Duni, Diego Capuano non avrebbero mai composto Messe, Mottetti, Dixit, Cristus r Misereri, Oratori, Notturni infarciti di brani musicali con melodie che richiedono un interpretazione di grande perizia ed abilità canora accessibile solo ad esecutori con una non comune padronanza di tecnica vocale quali dovevano essere Tommaso Ricca di Grottole, Michele Perrone, benedettino di Montescaglioso e i materani don Giovanni Andrisani, Antonio Ciccarelli, don Daniele Franco, l’osannato don Giacinto Granera che divenne canonico della Cattedrale.
La storia dei cantori evirati ovvero dei virtuosi del bel canto che furono l’anima e la propulsione stilistica della musica sacra e del dramma eroico barocco ed illuminista di scuola napoletana, è strettamente legata all’origine e allo sviluppo della musica polifonica a carattere religioso.

Lo stile polifonico che fiorì nella Chiesa cristiana d’Occidente, a partire dalla metà del XV secolo, richiedeva una gamma più vasta di registri vocali con un grado di virtuosismo canoro sconosciuto sino ad allora, quando la semplicità dell’intelaiatura corale dei Mottetti e delle Messe poteva essere realizzata ancora da sole voci virili e, nelle parti più acute, si riusciva ad ovviare con i falsettisti. Le voci naturali richieste dall’esecuzione delle parti alte e soprane dei grandi affreschi vocali erano quelle femminili ma l’imperativo Mulier taceat in ecclesia lo impediva categoricamente.
In un primo momento quelle parti vennero affidate ai pueri. L’esperimento però non risolveva il problema perché i pueri per assimilare il repertorio del composito canto liturgico impiegavano dai sei agli otto anni. Intanto con la pubertà la voce, fisiologicamente, subiva la mutazione.
Come ovviare, ora, a questa inconvenienza, visto che il canto in ogni liturgia è una necessità fisica oltre che diletto spirituale? Allora il bisogno che acuisce l’ingegno gemmò il rimedio; esso suggeriva di ricorrere all’utilizzo dei sopranisti, ossia, delle voci bianche ottenute mediante l’evirazione dei pueri.

Intanto, parte dell’opinione pubblica, di fronte alle mutilazioni esercitate sui fanciulli per motivi filarmonici sollevava vibranti proteste alle quali la controparte ribatteva con imperscrutabili e addomesticanti articoli di fede. Essi affermavano solennemente che l’evirazione avveniva sempre e solo su consiglio del medico, con la compiacenza dei familiari e con il consenso dello stesso ragazzo. E poi, non erano da sottovalutare i vantaggi derivati da quella operazione per le famiglie in gravi ristrettezze economiche o che aspiravano a proiettarsi su di un gradino più alto nella gamma della consorteria umana.
I benefici che riceveva la comunità con l’efficienza dei servizi della Scholæ Cantorum in chiesa e le supposte necessità dei governanti non bilanciavano i danni all’individuo? Alcuni teologi, infine, sostenevano che tutto sommato l’uomo è custode e non proprietario del proprio corpo. E per far ammutolire i più accesi oppositori bastava far ricorso a San Paolo che, dall’alto del suo mandato, aveva categoricamente affermato: Nelle adunanze le donne stiano in silenzio, perché non è loro permesso di parlare, ma devono stare soggette, come dice la legge; / se desiderano essere istruite su qualche punto, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare nell’adunanza.

E’ risaputo che la pratica dell’evirazione risale a tempi assi remoti. Nel Medio Oriente l’operazione era di comunissimo uso. Nel V secolo avanti Cristo, nella Grecia e nell’Asia Minore, i sacerdoti del culto di Cibele praticavano l’autoevirazione; nel secolo successivo Aristotele ne descrive i suoi effetti sulla voce umana (Hist, an. VII); Ammiano Marcellino (330 ca.–400 ca.) afferma che la regina Semiramide teneros mares castravit; i Romani prelevavano in Africa ed in Asia schiavi preferibilmente evirati che impiegavano nei lavori più umili e nelle diversificate occupazioni nel campo degli spettacoli, a guardia delle donne coi mariti in guerra; nell’Eunuchus di Terenzio (II metà III sec.-159 aC.), Fedra, leva in alto, all’onore dell’arte, più squisita e nobile i monstra hominum.

Un versetto biblico pone il veto ad entrare nella casa del Signore cum attritis, vel amputatis testiculis, vel obscisso veretro; il Vangelo di Matteo, invece, afferma che ci sono, infatti, degli eunuchi usciti tali dal seno della madre, e ci sono degli eunuchi fatti tali dagli uomini, e ci sono di quelli che si sono fatti eunuchi da sé in vista del Regno dei Cieli.

Ufficialmente il Cristianesimo è stato ostile all’evirazione: i vescovi del Concilio di Nicea (325), epoca in cui nessuno immaginava alle necessità delle voci muliebri richieste nella polifonia religiosa rinascimentale e barocca, ne proibirono la pratica salvo che per fini terapeutici. Tutte le leggi vietavano l’evirazione, e in alcuni Stati era decretato la pena capitale per gli eviratori. La Chiesa di Roma li minacciava di scomunica tranne quando i mutilatori riuscivano a dimostrare che l’evirazione era stata necessaria a causa di una malattia del ragazzo, anche se sembra che mai sia stata inflitta pena ai trasgressori.
I fanciulli sottoposti alla mutilazione per destinarli all’arte del canto provenivano prevalentemente da famiglie disagiate che aspiravano ad un salto di qualità nei gradi della scala sociale con relativa agiatezza economica; a volte, appartenevano alla media borghesia: è il caso del pugliese Carlo Broschi, detto Farinelli, originario di Andria, figlio del governatore regio delle città di Maratea e Cisternino.

L’operazione avveniva prima della pubertà con tecniche diversificate: le più criticate riguardavano la rimozione dei testicoli o la essiccazione degli stessi mediante pressione, macerazione o taglio del condotto spermatico; la più comune spiega che il ragazzino, narcotizzato, veniva immerso in un bagno molto caldo fin quando il suo corpo entrava in un stato di insensibilità. A questo punto venivano recisi i canali che portano ai testicoli, rendendo così atrofiche le ghiandole genitali. Gli evirati di questo tipo venivano chiamati thilibiae o thlasiae per distinguerli dagli eunuchi cui erano stati asportati completamente i testicoli. Cosi l’operazione causava impotentia generandi e non la coeundi.

Dove avvenivano questi atti chirurgici?
Il dottor Domenico Cirillo (1739 / 1799) in una discussione avvenuta a Napoli nel 1770 col musicologo inglese Charles Burney (1726-1814) affermava che le evirazioni dei fanciulli per fini canori si praticavano in provincia di Lecce. Allo stesso Burney che nel medesimo anno attraversa l’Italia dal Nord a Napoli per compiere ricerche a carattere musicologico, risultano inutili tutte le sue richieste per conoscere la o le città ove vigesse l’uso dell’evirazione per i futuri sopranisti: a Milano gli dicevano che era a Venezia; a Venezia che era a Bologna; a Bologna tutti negavano ed affermavano che era a Firenze; a Firenze a Roma e a Roma a Napoli. E’ chiaro-diceva il Burney- che tale chirurgia, ovunque si praticasse era contro ogni legge e contro natura, per cui tutti gli Italiani se ne vergognavano a tal punto che ogni città ne attribuiva la responsabilità ad un’altra. Il viaggiatore diarista J. J. de Lalande scrive di aver visto in Napoli sotto l’insegna della bottega di un barbiere la frase: qui si castrano i ragazzi.

Salvator Rosa, con una terzina della sua prima satira, La Musica, rifacendosi ad un’antica legge romana che puniva gli eviratori ed ai più esperti castratori della sua epoca, chiamati norcini, esclamava: Bella legge Cornelia, ove ne andasti / In questa età, che per castrare i putti / Tutta Norcia, per dio, par che non basti.

Lo storico napoletano Ulisse Prota-Giurleo (1886 / 1966) afferma che nella seconda metà del Seicento uno dei più abili eviratori napoletani era un barbiere che aveva bottega alle spalle del palazzo del Nunzio, a [via] Toledo, e si chiamava Alessandro de Liguoro: era però un provinciale della terra di Lavello, in Basilicata. Egli lavorava in questo genere per conto del Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo […] degnissimo Protettore era il reverendo Canonico D. Michele Codignola.

Prima di sottoporre i fanciulli all’evirazione i loro genitori o tutori li conducevano presso i conservatori musicali ove esperti maestri dell’arte del canto, dopo accurato esame, rilasciavano un parere tecnico.
Quelle Istituzioni filarmoniche facevano a gara per accaparrarsi giovani eunuchi da inserire nelle loro classi di canto. I procacciatori erano remunerati lautamente. In una nota del 26-3-1675 risulta che il rettore del conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana paga dodici scudi di moneta romana ad una scuola per cantori evirati di Roma per assicurarsi due promettenti giovani eunuchi: uno dei quali, Nicolò Fortuna, cantante sicuro,-dice il documento-che però havendone bisogno il nostro conservatorio per le musiche se li è promesso docati quindici.

In ogni conservatorio i piccoli evirati godevano di un trattamento privilegiato. In quello napoletano di Sant’Onofrio, ad esempio, il loro reparto era quello su cui il rettore poteva vigilare più agevolmente. ‘Una grande responsabilità pesava su tal particolare guardiano di quelli sciagurati di fronte a’ costoro genitori, piuttosto che dall’affetto premuti dal desiderio e dalla speranza di lucro che fosse per derivare dalla futura e attesa capacità de’ sagrificati. Le stanze di que’ piccoli, separate da comuni dormitorii, e scelte tra quelle che affacciavano a mezzogiorno, sulla piazzetta dirimpetto alla Vicaria, piene di luce, calde, sufficienti’ […] essi indossavano vestiti atti a preservarli dalle asprezze del freddo. I piccoli candidati a usignoli nelle stagioni calde pranzavano e cenavano nel refettorio comune agli altri studenti, ma nei mesi più freddi venivano accuratamente sottratti ai rigori delle intemperie. Ai futuri sopranisti era riservato un menù più delicato e sostanzioso: uova fresche, pròvole, pollo lesso, brodo, vin generoso.

Aborro in su la scena / Un canoro elefante,
Che si strascina a pen / Su le adipose piante,
E manda per gran foce5 / Di bocca un fil di voce.
(Giuseppe Parini, ode, 1761, La Musica, vv 1-8)

La mutilata prole era di salute cagionevole. Leggiamo che, nel 1699, nel conservatorio di Santa Maria di Loreto, a causa dell’umidità del luogo, i figlioli castrati soffrono un po’ di raucedine alla voce. D’ora in poi, durante l’inverno, verranno loro dati dei giupponi di flanella.
La giornata di studio dell’evirato nei conservatori era la seguente: in mattinata: un’ora di passaggi di canto di difficile esecuzione coi filati ; una di latino, una di lettere, una di esercizi di canto da effettuare davanti allo specchio per elaborare i movimenti aggraziati, i gesti plateali, le affettazioni e imparare ad evitare le smorfie sconce. Durante il pomeriggio mezz’ora di esercizi teorici; mezz’ora di contrappunto su un canto fermo o di esercizi di improvvisazione; un’ora di contrappunto con la cartella, una specie di piccola lavagna, un’ora di materie letterarie.
L’evirazione par che incidesse sensibilmente sulla psiche rendendo quei giovani irascibili, scorbutici, maneschi, intrattabili. Salvatore di Giacomo (Napoli,1860-1934), commentando i libri delle Conclusioni dei quattro Conservatori napoletani, assicura che dalla mostruosa diminuzione ond’erano rimaste vittime quelle povere creature, la strozzatura improvvisa de’ loro organi vocali ponesse fuori delle leggi naturali non pure la loro fisiologia ma l’abito loro spirituale. […] la intorbidata psiche di quegli infelici covava di insofferenze, di odi, di rancori in que’ luoghi che accrescevano la pena del loro spirito e tra gli aspetti di una prigione ove pareva che pur esso fosse stato rinserrato e premuto. Molti di que’ ragazzetti scappavano e tornavano a casa; molti, pure riusciti a fuggire, si disperdevano e non più si lasciavano ritrovare; quasi tutti, – indisciplinati, indocili, viziosi, in poca lega co’ loro integri camerati – alimentavano dissidi e proteste.
Alcuni studiosi del ramo affermano che i fanciulli i quali secondo natura da adulti avrebbero avuto la voce di tenore, con l’evirazione divenivano soprani, quelli che avrebbero avuto la voce di baritono o di basso, divenivano, rispettivamente, mezzosoprani e contralti.
Si noti bene: le voci soprano e contralto, quando sono passate a designare il registro vocale femminile, hanno conservato il genere maschile: ha cantato il soprano Maria Callas; il contralto Gianna Pederzini, è una donna affascinante.

I thilibiae o thlasiae, cioè, coloro che non avevano subito l’evirazione totale, spesso, furono dei grandi amatori. Dalle Memorie di Giacomo Casanova apprendiamo che la cantante Teresa Lanti Palesi, riferendosi al suo ex amante, l’evirato Felice Salimbeni, ebbe a confidare al Giacomo nazionale che indubbiamente uomini come voi sono molto al di sopra di quelli del suo genere (gli evirati, appunto), ma Salimbeni era un’eccezione. La sua bellezza, il suo spirito, i suoi modi, il suo talento e le evidenti qualità del suo cuore me lo fecero sembrare preferibile a tutti gli uomini.
Domenico Cecchi (Cortona, 1650 ca. – ivi, 1717), nel 1677, mentre era al servizio del Duca di Mantova, desiderando di sposare una cantante [Barbara Voglia], che pure si trovava al servizio del principe, […], fu obbligato a chiedere licenza al papa che rifiutò senza remissione il consenso. Innocenzo XI, cui si fa riferimento, sembra abbia vergato in margine alla petizione: che si castri meglio!
Gaetano Majorano, detto Caffariello (Bitonto, Bari, 1710-Napoli, 1783) sfuggì più volte al pugnale dei mariti che tradiva: nel 1728, fu costretto, da un nobiluomo geloso che lo sorprese con la propria moglie in una situazione compromettente, a riparare per una notte in una fredda ed umida cisterna.
Nel 1765 l’Elettore di Baviera, che aveva già stanziato enormi cifre per avere nella sua reggia i migliori prodotti dell’opera seria italiana, dovette sborsare una considerevole somma per ottenere anche il soprano Venanzio Rauzzini (Camerino, 1746 – Bath, 1810). Il cantante, che aveva una bella voce, era assai giovane, aggraziato e proverbialmente bello, fu reclutato per recitare nelle vesti della primadonna. Un importante personaggio del luogo perse subito la testa per quel giovane cantore, il quale nonostante il suo talento fu invitato a lasciare in fretta Monaco per sottrarsi ad uno sconveniente attentato.
Gasparo Pacchierotti (Fabriano, 1740 – Padova,1821) soprano dalla voce di ampia estensione, piena e dolce al massimo grado, nelle sue interpretazioni musicali si abbandonava alla fantasia e sembrava quasi ispirato. Un suo biografo dice che era paurosamente alto e magro, brutto di viso e goffo nei movimenti, la sua voce doveva possedere una qualità erotica più che sufficiente a compensare la mancanza di fascino nella persona. Tuttavia egli non riuscì a conquistare l’avventuriera irlandese Sara Goudar della quale voleva diventare l’amante. Nel 1776, a Napoli, con la sua straordinaria interpretazione del personaggio Enea della Didone Abbandonata,(p.100) nonostante la sua sgraziata figura conquistò il cuore della marchesa Santa Marca. Ciò irritò l’amant de titre, che provò ad assassinare il cantante. L’irlandese Michael Kelly (Dublino, 1762-Margate,1825), amico e biografo del Pacchierotti, indica questo amante tradito e vendicativo nella persona del cardinale Fabrizio Ruffo, allora ufficiale della guardia del re.
Un eunuco di Cava dei Tirreni, don Ottavio Gaudioso, già al servizio della Principessa di Rossano, favorita di Filippo IV, e dal 1660 contraltista della Real Cappella napoletana, nel 1670 ottenne un canonicato nel Duomo di Napoli, suscitando l’indignazione dell’intero Capitolo Metropolitano. Lo storico Don Carlo Celano ed altri quattro canonici, assai esacerbati perché si ritenevano offesi da quell’evento, furono chiamati a Roma, ad audiendum verbum, per giustificarsi della repugnanza fatta al scritto D. Ottavio del canonicato conferitogli dalla Dataria della suddetta Cattedrale.

Ricchezze, incarichi onorifici e onorificenze furono accumulati dai soprani di grido.
Matteo Sassano (San Severo, Foggia, 1667 / Napoli, 1737), detto Matteuccio, ammirato per il timbro e l’espressività della voce, venne accolto nelle grandi Regge europee da Capo Coronato. Carlo II di Spagna con decreto spedito da Madrid il 18 agosto 1699 gli conferiva il possesso dell’Officio di R.° Credenziero Maggiore nella Regia Zecca di Monete di Napoli, sua vita natural durante e, per un’altra vita, dopo la sua (Matteuccio nominò suo successore il Dottor Domenico Terminiello di Venosa, suo legale). L’Imperatore d’Austria Giuseppe I l’onorò del titolo nobiliare di marchese; per la superlativa interpretazione data ad un personaggio dell’oratorio dedicato alla Vergine dei sette Dolori (che dal 1703 era stata dichiarata compatrona di Napoli), eseguito per i festeggiamenti di settembre del 1708 nella chiesa di San Luigi di Palazzo con ricchissimo apparato e scelta di musica fatta fare dalla devozione del Sig. Duca di Maddaloni. Il Sassano ebbe in regalo dallo stesso Duca la propria carrozza con cavalli. Matteuccio detiene il vanto di essere stato il primo eunuco (e l’ultimo) che ha cantato nel teatro del palazzo ducale dei Gaetani-Sanseverino a Piedimonte nel quale potevano eseibirsi solo voci naturali. Accadde nel 1716 quando Aurora Sanseverino, solennizzò la nascita di Leopoldo d’Austria con una Cantata La Gloria di Primavera (‘Nato è già l’Austriaco Sole’) di Alessandro Scarlatti. Uno dei tantissimi ammiratori del Sassano, Aniello Cerasuolo, scrivano della Vicaria, descrisse la fama acquisita dall’osannato usignolo nel colorito sonetto A laude di Matteuccio Sassano:

Da che tu sciste a chelle prime scene
Restaje chiù d’uno comme a maccarone
D’ogne lenguaggio, d’ogne naziône
Fore le laude toje cchiù dell’arene.
‘No Spagnuolo (‘ntis’io) disse: Esto tiene
Mas solsura d’Orfeo y d’Anfione;
‘No Calavrese disse: Aju ragione
Mannaja d’oje, e comme canta bbene.
Corpo del mondo, ma no poco chiano
Disse ‘no vecchiariello Sciorentino:
Oh, non intesi mai simil soprano.
Ma Giorgio lo Tedisco dette ‘nchino
E per Dio, disse, per sentir Sassano
Mi starei quattro giorni senza vino.
(Giorgio lo Tedisco=Georg Friedrich Hndel, Halle1685–Londra 1759)

Nicola Grimaldi, (Napoli, 1673-1732) detto Nicolino, virtuoso di S.M.Cattolica nella Real Cappella di Napoli, ebbe l’onorificenza di cavaliere della Croce di San Marco;
Carlo Broschi, detto Farinelli (Andria, Bari, 1705-Bologna, 1782), per il suo carattere docile, per la sua intelligenza e diligenza giunse ad avere sulla corte spagnola un notevole influsso. Barbara di Portogallo e il suo consorte Ferdinando VI nel 1750 lo insignirono dell’Ordine di Calatrava, onorificenza riservata solo a persone di nobile lignaggio. Gli stessi sovrani, alcuni anni prima, lo avevano nominato direttore dei Teatri Reali con piena potestà. Corrado Giaquinto, pittore della corte madrilena, lo ritrasse in atteggiamento regale, con la testa sormontata da un medaglione nel quale erano effigiati Filippo V ed Elisabetta Farnese, alla sua sinistra un maestro di Cappella, forse Antonio Duni (1700-1765 ca.). Pietro Metastasio (1698-1782) lo ritenne sempre suo gemello d’arte e lo ribadì in un distico della sua Nitteti: Appresero gemelli a sciorre il volo / La tua voce in Parnaso e il mio pensiero.

È difficile sapere quando sono state stilate le prime committenze ufficiali ai cantori evirati da parte delle Cappelle musicali. I sopranisti spagnoli Francesco Soto de La Langa (1534 / 1619) e Jacopo Spagnoletto fecero la comparsa ufficiale nel coro della Cappella pontificia, rispettivamente, nel 1562 e nel 1588; gli italiani Girolamo Rosini e Pietro Palo Folignatto nel 1599. I due italiani piacquero molto a papa Clemente VIII. In concomitanza col trionfo degli evirati nella Cappella pontificia sorgeva l’oratorio e il melodramma che divennero agoni di virtuosismo canoro dei più contesi italici castrati.
Se la Cappella musicale ed il melodramma eroico furono agoni ove spadroneggiavano e soppesavano la forza canora gli alteri evirati cantori, l’opera buffa, fatta eccezione per la romanza, non subì mai la loro frenante servitù. Gli evirati cantori si tennero a debita distanza dal melodramma giocoso perché lo considerarono un genere inferiore. In ogni caso essi nell’opera buffa dovevano fare i conti se non con i tenori, allora in posizione subalterna, con le primedonne: soprani e contralti che in fatto di pretese non cedevano mai il passo agli osannati e, qualche volta, criticati musici.

Giovanni Battista Velluti (Montolmo, MC, 1780 – Sambruson, VE, 1961) ultimo dei grandi castrati dell’opera italiana


Alessandro Nilo angelo Moreschi (Monte)lessandro Nilo Angelo Moreschi (Montecompatri, 1858 – Roma, 1922) stato l’ultimo soprano evirato del Coro della Cappella Sistina in Vaticano

Il marchese Matteo Sassano (San Severo, 1667-Napol 1737)

A laude di Matteuccio Sassano:

Da che tu sciste a chelle prime scene
Restaje chiù d’uno comme a maccarone
D’ogne lenguaggio, d’ogne naziône
Fore le laude toje cchiù dell’arene.
‘No Spagnuolo (‘ntis’io) disse: Esto tiene
Mas solsura d’Orfeo y d’Anfione;
‘No Calavrese disse: Aju ragione
Mannaja d’oje, e comme canta bbene.
Corpo del mondo, ma no poco chiano
Disse ‘no vecchiariello Sciorentino:
Oh, non intesi mai simil soprano.
Ma Giorgio lo Tedisco dette ‘nchino
E per Dio, disse, per sentir Sassano
Mi starei quattro giorni senza vino.
(Giorgio lo Tedisco=Georg Friedrich Hndel, Halle1685–Londra 1759)

Caffariello, pseudonimo di Gaetano Majorano (Bitonto, 1710-Napoli, 1783), cominciò la sua carriera di cantante da poverissimo contadino; terminò molto ricco, padrone di un palazzo che porta il suo nome: sopra l’arco del portone d’ingresso è scritto Amphyon Tebas, ego domum (Anfione [costruì] Tebe, io una casa)