Il referendum del 20 e 21 settembre 2020 ha confermato la riduzione della rappresentanza parlamentare italiana senza che ci sia stata una adeguata armonizzazione della rappresentanza stessa e delle funzioni parlamentari connesse, a partire della legge elettorale che necessita, dai comuni alle regioni alle camere, di importati revisioni. Ciò nonostante il SI ha prevalso in tutta Italia, con le massime percentuali (sino all’80%) nell’Italia meridionale, dove la animosità verso la “casta” è certamente più accentuata, come testimoniano le migliaia di velenosi post sui social, e dove si riscontra una minore diffusione di cultura, lettura di libri e giornali, conoscenza del funzionamento delle Istituzioni repubblicane, come molte fonti statistiche purtroppo rivelano da tempo.

Desta curiosità osservare come le cartine dello stivale del consenso al M5S del 2018, e dell’odierno trionfo del SI a questo referendum, siano sovrapponibili alla cartina del Regno delle due Sicilie, come se quest’ultimo, in qualche modo sembrasse sopravvivere a se stesso in una Repubblica democratica che forse deve ancora trovare la piena consapevolezza popolare; vi si legge in filigrana una impressionante coincidenza geografica fra i confini del fu Regno borbonico e la massima espressione elettorale dell’antipolitica del SI di oggi, compreso il massiccio consenso al partito-non-partito a 5 stelle di due anni fa.

Corrono più di due secoli fra le tre mappe, ma l’effettiva Unità d’Italia si vede che non c’è stata: né il Regno, né il Fascismo, né 74 anni di Repubblica hanno saputo affrontare la “Questione Meridionale” né di fatto unificare il paese. Il Sud è stato colonia, serbatoio di mano d’opera a basso costo per le aziende settentrionali, terra di predazione per industrializzazioni tanto assistite quanto finte, luogo di discarica per veleni di ogni genere, terra di clientele e di favori mafiosi e paramafiosi, di voto di scambio istituzionalizzato, e mille altre cose, ma non è diventata Italia come la parte settentrionale della penisola.

Sino a tutto il XX secolo e sino a tutt’oggi il rapporto “democratico” fra una consistente parte del popolo del Mezzogiorno e la politica è rimasto quello che i sudditi avevano consolidato nei secoli precedenti con il clero, con i Santi e con i Vicerè, ai quali chiedere la grazia, il favore, in cambio dei voti, della sottomissione e di altri servigi. Un rapporto malato fra elettore e potere radicato nei secoli, distantissimo dal concetto di democrazia compiuta, che dal dopoguerra in poi ha consentito alla DC e ai suoi successori di tenere ben stretto il potere, mentre il Sud continuava ad arretrare.

In passato, quindi, per una larga fetta di elettori meridionali, votare era l’occasione di barattare il voto con un favore, con una “grazia”, in genere con “il posto” in uno degli Enti che infatti si moltiplicavano come batteri nell’agar-sangue: Comuni, Regioni, Provincie, migliaia e migliaia di Enti partecipati, Comunità Montane e non Montane, e poi SIP, Rai, FFSS, Cassa del Mezzogiorno, Consorzi, Sovrintendenze, Poste, ANIC, e Forestali… Ogni nuovo governo – DC al centro – partoriva assunzioni per migliaia di postini, pompieri, ospedalieri e cantonieri e ferrovieri e bidelli, e nel mentre si costruivano miliardarie cattedrali nel deserto utili solo a immensi sprechi e ruberie, gli elettori meridionali erano tutti entusiasti di continuare a votare i capibastone pentapartitici che gli avevano promesso “il posto” o l’appalto o, in certe zone, la finta pensione di invalidità.

Il tutto a spese dello Stato, a creare un debito pubblico immenso; ma non importava a nessuno: “Quelli della DC mangiano e fanno mangiare…” si diceva, declinando la teoresi della corruzione, del voto di scambio e della messa sul mercato del consenso. Se mi dai il “posto” a mio figlio, l’appalto alla mia ditta o il favore illecito, la grazia, il tornaconto, ti spetterà il mio voto che infatti è in vendita e se vai là per rubare, sei perdonato in partenza. In larga misura erano questi i rapporti tra elettorato attivo e passivo, questa la maturità democratica del “popolo sovrano” e dei suoi poco nobili rappresentanti e va da sé che ai postulanti sono spettate e bastate le briciole delle immense ruberie perpetrate nei decenni.

Ora che le casse pubbliche non consentono più di poter creare Enti dove assumere migliaia di postulanti, ora che per l’Europa e per via di quel debito enorme la politica non può più promettere gran che, né stampare migliaia di posti di lavoro, né facili pensioni, né casse integrazioni trentennali, e neppure più i pacchi di pasta alla Achille Lauro, né altre prebende con cui per mezzo ‘900 aveva drogato il Mezzogiorno, ora, il popolo del Regno delle Due Sicilie, in crisi di astinenza, scopre l’antipolitica, l’avversione per lo Stato e dopo anni di piccato astensionismo, ora torna alle urne a votare in massa per l’antipolitica, quella che gli ha promesso la vendetta contro la casta, contro chi oggi non può fare promesse né mantenerle; vendetta sterile che consiste – tutto qui – nel togliere il vitalizio ai parlamentari per darlo ai cittadini chiamandolo reddito di cittadinanza, o nel ridurne il numero in attesa di levargli pure lo stipendio, nel tripudio rancoroso delle piazze del web dove corre spesso il grido “aboliamoli tutti” che la dice lunga sullo stato delle cose.

E così quelli che furono i feudi delle maggioranze bulgare delle clientele democristiane, scoprono oggi l’antipolitica.

Il Molise, storico elettore DC al 61%, nel 2018 dà al M5S il 45%, la Sicilia dei tanti misteri DC, al 50% passa all’antipolitica, la bianca Potenza passa i suoi suffragi dall’amato Colombo (che dava i posti) a uno zazzeruto allenatore di pallone, e addirittura oggi scopre la Lega (ex Nord) quale interlocutore nuovo, al contempo distruttivo del precedente potere e seduttivo nelle rinnovate “promesse”.

In questo Sud che per 160 anni si è voluto mantenere arretrato per non dispiacere alle industrie del Nord, molti hanno votato M5S per autentico desiderio di cambiamento, bisogna dirlo chiaramente, ma accanto a questa realtà, si avverte distintamente che l’antipolitica qui si manifesta più che come scelta politica, come sfregio rancoroso, come una martellata inferta alla macchinetta delle elargizioni clientelari.

La amata macchinetta del voto di scambio si è guastata?

Non regala più le merendine in cambio del voto?

E allora la si prende a calci, a martellate.

La si rompe.

Si tratta ora di vedere che cosa accadrà nel paese che sta per ricevere – in prestito dall’odiata Europa – quasi trecento miliardi.

Soldi che stanno suscitando frenetico interesse da parte di politici e imprenditori e delle mafie che occupano l’intero Mezzogiorno (e ormai non solo quello) e delle quali ormai parla solo qualche prete coraggioso.

Soldi che, sommati all’immenso debito pubblico già sulle nostre spalle, devono essere restituiti pagando le tasse, cioè ripagati da chi le tasse le paga, altro tema di cui si parla troppo poco e per risolvere il quale, le stelle al governo, al pari di tutti quelli di prima, nulla dicono e nulla fanno.

Ora? Dopo 200 anni dal Regno borbonico?

Abbiamo da attendere un nuovo Nino Bixio?

Dobbiamo sperare che Garibaldi faccia una seconda passata?

Dobbiamo sempre aspettare che venga qualcuno da fuori a risolverci i problemi?

Sciocchezze: se almeno rileggessimo Mazzini…