HomeSportIl coraggio e l'umiltà l'eredità del capitano Baresi

Il coraggio e l’umiltà l’eredità del capitano Baresi

Occhi e ricordi su quel numero sei, quello del libero di appoggio e di filtro, tra difesa e centrocampo, come era negli schemi del calcio all’italiana via via modificato con una visione più ampia di gioco. Franco Baresi, il campione rossonero e della Nazionale, che ha giocato l’ultima partita della vita fino in fondo, ha riaperto il libro degli annali del calcio prima che fosse devastato dal business delle sponsorizzazioni, dei diritti televisivi, dei compromessi tra procuratori e strategie gonfiate di plusvalenze del calcio mercato. Armando Lostaglio ce ne offre un ritratto con una chiave di lettura, che parte dall’uomo dentro e fuori del campo prima che calciatore. E la cosa ci ricorda un altro numero 6, nazionale, come Gaetano Scirea morto in un incidente d’auto in Polonia. Ora giocheranno idealmente insieme e chissà che non serviranno d’esempio a risollevare, gradualmente, con sacrificio e umiltà come hanno dimostrato sul campo le sorti della Nazionale.E questo aldilà della presenza devastante e ingombrante della politica….

Addio a Franco Baresi, visione di gioco ed eleganza
Avevo scritto tempo fa che il grande regista tedesco Werner Herzog lo ammirava per l’eleganza e il rispetto umano sul campo e fuori. E soprattutto il senso dello spazio e il dominio del ruolo. Era quello del Libero, figura ormai scomparsa anche nel lessico, il calciatore un po’ più avanti del portiere.
Personalità incancellabile, come lui Gaetano Scirea e pochi altri.
Buon viaggio, su un nuovo campo, capitano dalle 700 e più partite con la stessa maglia,
quella rossonera milanista dipinta sul petto. Eppure le sue lacrime: quando il suo rigore calciato alle stelle (come pure Baggio) perdendo la Coppa del mondo contro un Brasile (alla portata), danno il senso dell’uomo e della sua appartenenza ad una maglia, della identità che sconfina nell’amore dei tifosi.
Sovviene lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, origini italiane, che scriveva del calcio: “lo sport popolare per eccellenza, che non esigeva denaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia.”
La voglia di giocare o di stare al gioco, disegnare geometrie sulle traiettorie di un pallone, calciato sul campo verde oppure polveroso.
Amare il calcio che è metafora della vita: gioco di squadra in 11 ma poi è il talento del singolo a fare la differenza, come il gesto atletico, l’elegante di Franco Baresi.
Del calcio hanno scritto filosofi come Sartre, poeti come Borges e Gatto: il calcio rituale e religione, appassionava Pasolini che giocava benissimo da ala.
Il regista Werner Herzog, dicevamo, idealizza la bellezza del gioco nelle movenze e l’autorevolezza di Franco Baresi, il Libero come si chiamava un tempo, come lo erano Scirea, Wilson il laziale, Cera, Picchi, Castano.
Con il filosofo Edilberto Coutinho sforiamo l’antropologia e la politica: “Il calcio se ben praticato è forza di popolo.
I dittatori passano sempre, ma un gol di Garrincha è un momento eterno che non lo dimentica nessuno”. Lo stupore di Pele’ nella finale messicana del ’70 mentre ammirare Gigirriva elevarsi di testa e colpire il pallone nel cielo.
In tutto, va l’omaggio ideale di due giovani di Muro Lucano, Juan e Teodoro Farenga che, emigrati in Argentina, 120 anni fa fondarono il Boca Junior, dove giocò il più grande attaccante di sempre: Diego Armando Maradona.

Armando Lostaglio

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