Abbiamo già avuto modo di rilevare in questa particolare fase della nostra vita in cui siamo stati investiti dal ciclone covid19, che continua ad aleggiare sulla nostra vita dopo aver mietuto miglia di  morti con il timore che possa tornare con nuovo vigore a colpirci in autunno, la importanza di farsi trovare al meglio delle nostre condizioni fisiche per farvi fronte.

E’ acquisito che esso aggravi patologie in corso e sia avvantaggiato nella sua azione di attacco al nostro organismo da un sistema immunitario non proprio in piena efficienza, spesso a causa dei pessimi stili di vita a cui siamo abituati.

Insomma, quando il virus arriva in un organismo attacca tutti allo stesso modo, la differenza la fa la situazione che esso trova: se un terreno a lui favorevole o meno.

Quindi sarebbe molto utile che medici e scienziati, che al momento non sembrano essere ancora venuti a capo di una cura e la stessa sanità pubblica, si concentrasse sui suggerimenti da dare a tutti noi sul come non ammalarsi, sul come stare bene in salute, sul come rafforzare le nostre difese immunitarie.

Ma così non è. Tutti sono concentrati sul “dopo” malattia, non sul prima.  Eppure è persino banale dirlo: per mantenere in salute il nostro organismo è essenziale la bontà di ciò che mangiamo, una moderata attività fisica e una adeguata integrazione di quei nutrienti di cui siamo carenti per le più diverse ragioni.

La vitamina D è spesso tornata alla ribalta per una sua funzione positiva multipla nel nostro organismo. Ed è proprio qualche giorno fa che sul sito dell’Istituto superiore di sanità è apparso un articolo in cui si racconta come essa, oltre a far bene alle ossa e a quant’altro, attraverso l’analisi di alcuni recentissimi studi scientifici si parla di come essa possa aiutare in maniera efficace, naturale e senza alcun effetto collaterale anche le persone affette dal Covid 19.

Parole che fanno riflettere sui benefici ancora sottaciuti della Vitamina D non solo per ossa, infiammazione, osteoporosi, aumento del metabolismo, ma anche per il Sistema Immunitario e per la riduzione della carica virale.

Tesi sostenute in verità da altri nei mesi passati e spesso tacciati di essere diffusori di fake news.

Ecco il testo dell’articolo (https://www.iss.it/coronavirus/-/asset_publisher/1SRKHcCJJQ7E/content/id/5455732?_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_1SRKHcCJJQ7E_redirect=https%3A%2F%2Fwww.iss.it%2Fcoronavirus%3Fp_p_id%3Dcom_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_1SRKHcCJJQ7E%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_1SRKHcCJJQ7E_cur%3D0%26p_r_p_resetCur%3Dfalse%26_com_liferay_asset_publisher_web_portlet_AssetPublisherPortlet_INSTANCE_1SRKHcCJJQ7E_assetEntryId%3D5455732):

COVID-19: la vitamina D potrebbe cooperare con l’interferone nella risposta antivirale

ISS 22 luglio 2020 – Adeguati livelli di vitamina D al momento dell’infezione con Sars-CoV-2 potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I – uno dei più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo – e rafforzare l’immunità antivirale innata.

E’ questa l’ipotesi proposta da Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’ISS nella lettera pubblicata questo mese sull’American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism, nell’ambito della corrispondenza scientifica iniziata ad aprile sulla stessa rivista da Hrvoje Jakovac dell’Università di Rijeka (Croazia), con una lettera dal titolo: “COVID-19 and vitamin D-Is there a link and an opportunity for intervention? (COVID-19 e vitamina D – esiste un legame ed una opportunità di intervento?)

“La nostra ipotesi – spiega Maria Cristina Gauzzi – si basa su dati della letteratura che dimostrano come la vitamina D, oltre ad avere un effetto antivirale diretto nei confronti di alcuni virus, possa cooperare con l’interferone di tipo I per potenziare le risposte antivirali”.

Questo fenomeno – si osserva nella lettera – è stato descritto nell’infezione con il virus dell’epatite C e con rinovirus. Inoltre, evidenze a supporto di un effetto additivo della vitamina D e dell’interferone di tipo I nell’induzione di geni ad attività antivirale provengono anche da studi condotti in pazienti affetti da sclerosi multipla.

“Nelle fasi più avanzate del COVID-19 l’attività immunomodulatoria della vitamina D potrebbe invece contribuire a ridurre il danno legato all’iperinfiammazione nei pazienti con forme severe di malattia. L’interazione tra vitamina D e interferone di tipo I – concludono le due ricercatrici – è ancora poco studiata ma potrebbe rivelarsi di grande importanza, anche in considerazione del fatto che dati recenti della letteratura indicano che le complicanze dell’infezione da SARS-CoV-2 possono essere conseguenti ad una produzione insufficiente o ritardata di interferone nella primissima fase dell’infezione”.