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ZES CULTURA E CASA DEL MADE IN ITALY: TRA RICONOSCIMENTI SIMBOLICI E NODI IRRISOLTI

L’annuncio dell’istituzione a Matera di una Casa del Made in Italy viene presentato come un ulteriore tassello a sostegno della ZES Cultura – Fabbrica Giardino di La Martella. Un riconoscimento istituzionale importante, senza dubbio, che segnala attenzione ministeriale verso la città e ne valorizza la vocazione culturale e produttiva.

E tuttavia, proprio perché il tema è serio e strategico, vale la pena distinguere con nettezza ciò che questo annuncio è da ciò che non è, evitando che la legittima soddisfazione si trasformi in un surplus di narrazione.

La Casa del Made in Italy è, per sua natura, un presidio amministrativo e di accompagnamento: fornisce assistenza alle imprese, supporto nella transizione green e digitale, tutela del marchio. Non è un insediamento produttivo, non è un investimento industriale, non genera automaticamente lavoro stabile né filiere territoriali. Confondere questi piani rischia di produrre l’ennesimo corto circuito tra politica simbolica e politica industriale reale.

Lo stesso vale per l’aggancio alla ZES Cultura. Il richiamo alla Fabbrica Giardino di La Martella rafforza la visibilità del progetto, ma non scioglie i nodi che ne hanno finora rallentato l’attuazione: allocazione, governance, modello economico, rapporto tra pubblico e privato, qualità del lavoro, integrazione con formazione e ricerca, ruolo effettivo della Regione come soggetto strategico e non solo patrocinante.

Nel testo che accompagna l’annuncio, la ZES Cultura viene difesa come progetto “non visionario” e indicata come possibile argine alla desertificazione demografica della Basilicata. Qui il ragionamento tocca un punto vero. I dati richiamati – quelli che segnalano l’emigrazione dei giovani qualificati e la fragilità di un’economia fondata su turismo e costruzioni a basso valore aggiunto – confermano una diagnosi che da tempo molti studiosi e osservatori avanzano.

Ma proprio per questo la risposta non può fermarsi all’accumulazione di dispositivi: una ZES, una Casa del Made in Italy, un’autorizzazione formale, una dichiarazione di principio che danza nelle stanze aleatorie dei Ministeri. Senza una domanda produttiva chiara, senza una regia pubblica capace di orientare investimenti, selezionare filiere, governare l’impatto territoriale e sociale, il rischio è quello già visto troppe volte nel Mezzogiorno: strutture formalmente innovative che restano inermi rispetto alle dinamiche reali.

Colpisce, inoltre, l’assenza nel dibattito pubblico di una riflessione sul come e con chi questi progetti dovrebbero funzionare. Chi decide? Con quali criteri? A vantaggio di quali imprese e di quali lavoratori? Qual è il rapporto con le competenze formate a caro prezzo dalle famiglie meridionali e poi espulse altrove? Su questi punti il silenzio è ancora troppo forte.

Anche l’idea della “replicabilità” del modello ZES in altri settori regionali – agroindustria, montagna, silvopastorale – appare suggestiva, ma rischia di restare astratta se non si misura con la capacità amministrativa reale e con una Regione che fatica, da anni, a esercitare un ruolo di indirizzo strategico continuo.

In questo senso, la Casa del Made in Italy non smentisce la fragilità della ZES Cultura, ma la rende più presentabile. È un fatto politico rilevante, ma non risolutivo. Può diventare un’opportunità solo se inserita in una strategia coerente, governata, trasparente, orientata al lavoro di qualità e non alla semplice moltiplicazione degli annunci.

Matera e la Basilicata non hanno bisogno di nuove narrazioni salvifiche. Hanno bisogno di politiche pubbliche capaci di trasformare i riconoscimenti simbolici in processi economici e sociali reali. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rischia di restare sospeso tra l’attesa e il rinvio.

E il tempo, come sappiamo, non gioca a favore delle aree che continuano a rimandare le scelte di fondo.

 

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