lunedì, 6 Febbraio , 2023
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Zelensky a San Remo e la normalizzazione della guerra

Non so a quanti, come me, sia apparsa sconcertante la notizia della partecipazione del presidente ucraino come ospite in video al Festival di San Remo. Una degenerazione della società in cui tutto è oramai spettacolo in cui siamo immersi fino al collo. Anche le immagini raccapriccianti di gente disintegrata dai missili, case distrutte e persone condannate a morire in una guerra che -si è deciso a tavolino- debba durare a lungo, molto a lungo. Fino a quando qualcuno si dice vincerà o -molto più realisticamente- fino a quando a qualcuno converrà. Perchè in guerra, come in ogni vicenda decisa da umani, c’è chi muore e chi si arricchisce. Molti, troppi i primi. Pochi i secondi, ma sono questi -ahimè- che riescono a conculcare con i loro potenti mezzi di persuasione le moltitudini. A rendere loro normali anche cose che normali non lo sono. Con la complicità di una nutrita schiera di giornalisti, politici, uomini di spettacolo che vivono acquisendo visibilità e potere alimentando a getto continuo questo mostruoso circo in cui vengono esibiti vittime e carnefici di ogni tipo. Come poteva mancare dunque l’ennesima comparsata dinanzi alla spaparanzata platea dell’Ariston dell’attore-presidente-condottiero come protagonista? Al netto del giudizio su Zelensky (per il quale la storia sarà probabilmente meno compiacente) ma che si consenta ad un capo di Stato in guerra di intervenire ed usare la musica popolare a sostegno della propaganda bellicista è una vera abiezione. Chiudere San Remo in segno di lutto per i morti della guerra? Ma no, lo show deve continuare, così come la guerra in Ucraina.

E si, perché a giudicare da quanto si è stabilito nei giorni scorsi nella base Nato di Ramstein tutti i governi europei, compreso il nostro, hanno promesso a Stoltenberg, ovvero alla Nato, ovvero agli USA che la dirigono e che decidono la strategia, si invieranno sempre più armi, più potenti e micidiali spacciate per difensive, come giustificazione. E si parla, come cosa oramai normale di una guerra lunga, almeno per tutto il 2023. Insomma, quella che doveva essere qualcosa di provvisorio e circoscritto, diventa strutturale e siamo sempre più coinvolti in una guerra (che nessuno ci ha mai dichiarato, quindi ingiustificabile) da finanziare con una montagna di soldi da sottrarre alle nostre vite, specie di quelle dei più poveri, per ingrassare i produttori di armi (molto cari in modo particolare al nostro ministro Crosetto). E crescono ansia, disorientamento e un tragico senso di impotenza per un conflitto che, dopo quasi un anno, ci prospettano come irreversibile. Impossibile da risolvere con le armi della diplomazia, ma solo con i muscoli. Bisogna vincere e vinceremo. Per intanto stanno vincendo i signori della guerra che la hanno fatta diventare norma, facendoci assuefare ad essa, come se fosse un’ovvietà nel nostro orizzonte. Distraendoci dai rischi a cui ci espongono (come quelli nucleari: dalla centrale di Zaporizhzhia alla escalation militare) e dai danni che infliggiamo ad altri, sbandierati invece per benefici, con il massiccio invio di armi (difendono, attaccano, ammazzano). E martellante quanto menzognera è la propaganda del “bene” contro il “male”, con il fondamentalismo atlantista (diventato vera e propria religione con i suoi credo, i suoi dogmi e l’inevitabile crociata) che sta sbrindellando quel poco di Europa che si era tanto faticosamente costruito. Una Europa i cui interessi sono evidentemente diametralmente opposti a quelli perseguiti dagli USA  a cui i nostri governanti si allineano in modo miope e con scarsa levatura da statisti. E qui emerge il problema enorme di una rappresentanza democratica che è incapace di esprimere e rappresentare quel dissenso alla guerra che esiste in Italia ed in Europa e che è molto vasto.

 

 

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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