Quando ci si guarda intorno per vedere il da farsi, rimboccandosi le maniche e prendendo il bisturi del chirurgo senza vergognarsi di dire che occorre intervenire- e subito- prima che la gangrena procuri altri guai, significa che si deve voltare pagina. E gli spunti venuti, dalla relazione programmatica del presidente della giunta regionale Vito Bardi, la dicono tutta – aldilà delle soluzioni individuate- che occorre essere credibili e incisivi per frenare l’emorragia di emigrazione che investe la generazione dei trolley e dei tablet. Quando,poi, non ci sono indicazioni aggiornate sulle politiche attive del lavoro siamo al “De Profundis’’ , tant’è che il consigliere regionale Giovanni Vizziello ( Fdi) ironizza sulla persistenza di una formazione bloccata sulle figure del necroforo ( per carità in una regione con tendenza radicata all’invecchiamento servono eccome) e non fa nulla o quasi per guardare all’evoluzione della società e del mercato. Una via di uscita c’è: umiltà, competenza,riforme e rimboccarsi le maniche. Ma prima le mani del chirurgo…

Discorso su Relazione Programmatica Inizio Legislatura Gen. Bardi

La relazione programmatica di inizio legislatura è di fondamentale importanza perché consente ad una regione, nel quadro dell’analoga attività programmatoria posta in essere dagli altri livelli istituzionali di governo( Governo centrale e E.U.) di individuare le policy funzionali allo sviluppo economico e sociale della propria comunità di riferimento.
Il nocciolo duro della politica, quindi, che consente di orientare l’azione di governo alla risoluzione dei reali fattori ostativi dello sviluppo di un territorio, tanto in termini di crescita economica quanto di benessere sociale.
Il documento programmatico per eccellenza dunque che, per esercitare tutte le potenzialità riformiste di cui dispone, presuppone una esatta rappresentazione della situazione economica e sociale di un territorio.
Da tre anni la Basilicata cresce a ritmi da prefisso telefonico(0,8% nel 2016, 0,7% nel 2017 e 0,3% lo scorso anno) con un trend che è inferiore tanto a quello del Paese, quanto a quello del Mezzogiorno, macro area che nel 2018 ha fatto registrare una crescita del PIL pari ad un punto percentuale.
Una ripresa dunque debolissima o a “ritmo lento”, per usare le parole di BankItalia, che consentirà alla nostra regione di recuperare i valori di ricchezza perduti negli anni della crisi (2007-2014), nel corso dei quali la contrazione del PIL regionale è stata nel complesso pari a ben 16,8 punti percentuali, solo nel 2025.
Quindi andando così le cose riusciremo a recuperare il livello di ricchezza perduta per effetto della crisi, parliamo di qualcosa come 1 miliardo e 744 milioni di euro, solo nel 2025, cioè con quattro anni di ritardo rispetto ai tempi di recupero previsti da Confindustria per il Mezzogiorno.
Anche la demografia delle imprese registra risultati estremamente deludenti: alla fine dello scorso a fronte di 3000 nuove iscrizioni di imprese si registrano 2710 cessazioni, con un saldo positivo di appena 290 unità, che sono davvero poca cosa se rapportate al saldo iscrizioni/cessazioni del Sud che è pari a 18705 imprese, o a quello di altre regioni del Mezzogiorno come la Campania(+7866) o la Puglia(+ 3478).
E’ quasi naturale che questi dati negativi sul tasso di crescita delle imprese abbiano poi effetti negativi sulle dinamiche occupazionali, perché in Basilicata, come in Italia e nel resto del mondo, i posti di lavoro li creano le imprese e non le pubbliche amministrazioni.
Nel 2017, rispetto al 2016, abbiamo perso 3800 posti di lavoro, laddove nel resto del Mezzogiorno, nell’analogo periodo di tempo, i posti di lavoro si erano incrementati di 109mila unita( di cui 65mila in sole due regioni come Campania e Abruzzo) e nel 2018 questa emorragia è proseguita, facendo registrare la Basilicata una perdita ulteriore di 800 unità lavorative a fronte di un incremento nel Sud di 19000 unità lavorative.
L’effetto di tali dinamiche tutt’altro che positive è un tasso di occupazione fermo da anni al 50%( inferiore di 8 punti percentuali alla media nazionale e di 18 punti rispetto alle realtà più produttive del Nord come Lombardia e Veneto) una disoccupazione reale(cioè comprensiva dei neet) che sfiora il 20% ed è quindi di ben 8 punti percentuali maggiore rispetto al dato ufficiale) una disoccupazione giovanile che sta al 38,1% (4 punti percentuali in più rispetto al dato rilevato nel 2017 e dieci percentuali in più della media nazionale) una percentuale di neet nella fascia di età 15-29 anni del 22,5% e una disoccupazione di lunga durata nella fascia di età 15-64 anni del 62,1%.
Spieghiamo meglio questi ultimi due dati: un giovane(15-29 anni) su quattro in Basilicata non va a scuola, non frequenta corsi di formazione nè si dedica alla ricerca del lavoro e passa il tempo sul divano di casa o a giocare alla playstation, riuscendo ad acquistare ciò che gli serve per vivere solo grazie alla paghetta dei genitori ; inoltre in Basilicata il 62,4% di coloro che perdono il lavoro impiegano più di un anno per trovarne un altro, laddove in media, in Europa, solo il 43% di coloro che perdono il lavoro impiegano più di un anno per ritrovarlo e a Trento questa percentuale scende al 34%, mentre in Lombardia è del 39%.
Sono dati importanti e che è opportuno menzionare non perché mi appassioni più di tanto la guerra dei numeri, bensì per capire le ragioni di una svolta che la società lucana ha espresso chiaramente il 24 marzo e che spetta a noi indirizzare verso un futuro di benessere economico e di progresso sociale.
I numeri relativi alla disoccupazione giovanile e a quella di lunga durata, diffusi qualche mese fa dal “Regional Yearbook 2018” della Commissione europea, testimoniano il fallimento delle politiche del lavoro di una regione, la Basilicata, che ha potuto disporre di 322 mln di euro del Fondo Sociale Europeo 2007-13 e che dispone oggi di 289 mln di euro del nuovo FSE 2014-20 per implementare le famose politiche attive del lavoro.
Cosa sono in concreto le politiche attive del lavoro?
Gli strumenti attraverso cui attribuire ai nostri ragazzi quelle competenze che il mercato del lavoro richiede e che essi stessi non hanno.
Non ne hanno perché la Regione non gliele ha mai date, perché ha implementato un sistema di trasferimento delle competenze basato sulla formazione nelle aule piuttosto che on job, rinunciando così a conferire ai nostri ragazzi quelle competenze pratiche e specialistiche che il mondo delle imprese richiede e soprattutto non riuscendo ad invertire quello che è la vera, grande criticità del sistema scolastico formativo della Basilicata e di molte regioni del Sud: la presenza di una moltitudine di giovani che sanno ma non sanno fare.
Ma come si fa ad incrementare l’occupazione se nel repertorio delle qualificazioni professionali del Dipartimento Formazione della Regione Basilicata sono previste figure quali quella del “maestro di sci di fondo e di snowboard” e quella di “responsabile della conduzione dell’attività funebre e addetto alla trattazione degli affari e di addetto necroforo”.
Una regione che vuole formare maestri di sci di fondo, anche se ospita la neve una quindicina di giorni l’anno, e investe sui becchini non può poi lamentarsi se ha una disoccupazione giovanile che sfiora il 40 per cento.
Noi abbiamo Matera capitale della cultura 2019, ma a tre anni da questa designazione non siamo stati capaci di formare guide/accompagnatori turistici.
E’ l’esempio lampante di un sistema formativo, perpetrato dai precedenti governi, del tutto avulso dalle esigenze reali del territorio e che appare funzionale più alle aspettative degli enti e delle società che si occupano di formazione che non alle esigenze formative dei nostri ragazzi.
Questo sistema formativo, Signor Presidente va rivoluzionato non riformato, perché oggi in Basilicata il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è pari al 25%.
Significa che da noi un posto di lavoro su quattro rimane scoperto per la mancanza di profili corrispondenti a quelli richiesti dalle imprese, a causa di un sistema formativo regionale, incapace, a tutt’oggi, di programmare politiche attive del lavoro efficaci e che siano il frutto della preventiva ed opportuna concertazione con il sistema produttivo lucano.
Unioncamere segnala che nei prossimi 5 anni le imprese in Italia dovranno assumere 150 mila unità di personale da impiegare nei settori della meccanica, della chimica, dell’alimentare, della cura delle persone, dell’ICT e della digitalizzazione dei servizi delle imprese.
Per consentire ai giovani lucani di cogliere al meglio queste possibilità occorre attribuire loro le competenze che le imprese richiedono, vale a dire quell’insieme di “skills” collegate alla cosiddetta rivoluzione digitale(tecnici informatici e specialisti in scienze matematiche, analisti ) o comunque prettamente specialistiche tanto nel settore del commercio(addetti alle vendite ,alle attività di ristorazione e tecnici dei rapporti con i mercati), quanto in quello dell’industria(operai specializzati).
Dobbiamo implementare in Basilicata gli ITS(istituti tecnici superiori) che sono scuole di alta specializzazione, che propongono ai ragazzi percorsi formativi di due anni e che grazie alla formazione on job e alla sinergia con le imprese che partecipano attivamente alla didattica, consentano all’82,5% dei giovani che li frequentano di avere un posto di lavoro ad un anno dal diploma.
Di questi ITS in Italia ce ne sono 95, venti sono in Lombardia, in Basilicata non ce ne sono e nessuno ha mai pensato di istituirne, laddove ad esempio la Lombardia impiega gran parte del suo Fondo Sociale Europeo per finanziare questi istituti ed obbliga le aziende, che sono parte attiva del sistema, a partecipare alle spese di gestione e di formazione degli ITS, secondo un modello di formazione incentrato sulla valorizzazione della dimensione pratica del lavoro e della conoscenza.
Dobbiamo assumere come modello organizzativo della formazione quello della Lombardia, che è incentrato sul dualismo pubblico/privato nella fornitura dei servizi formativi, con un ruolo attivo delle agenzie private per il lavoro, che concorrono con le strutture regionali al raggiungimento dell’obiettivo dell’incremento dell’occupazione.
E’ il modello della “ Dote unica Lavoro”, fondato sulla formazione on job, che esalta la dimensione pratica o, se volete, tecnico scientifica dell’apprendimento e prevede l’attribuzione delle risorse alle agenzie pubbliche o private sulla base dei risultati che hanno prodotto in termini di incremento occupazionale o di maggiori competenze attribuite alla platea dei soggetti che fanno beneficiato della formazione.
Un modello che privilegia il raggiungimento dell’obiettivo, piuttosto che la garanzia di rendite di posizione.
Ciascun disoccupato o neet è titolare di un voucher, la “ dote”, che può spendere all’interno di una platea di soggetti pubblici e privati accreditati a fornire servizi per l’impiego e che non sono circoscritti solo al semplice matching tra domanda e offerta di lavoro ma comprendono anche e soprattutto percorsi formativi, alternanza formazione -lavoro e sostegno all’autoimprenditorialità.
Chiaramente il titolare della “dote” sceglierà la struttura potenzialmente in grado di offrire i servizi migliori e, così facendo, contribuirà a scardinare le rendite di posizione create negli anni a favore dei centri per l’impiego, conferendo efficacia al sistema formativo.
Centralità della persona e offerta mista pubblico-privato, sono gli elementi che consentono oggi alla Lombardia di avere un tasso di disoccupazione giovanile di 20 punti percentuali inferiore a quello della Basilicata.
L’altro elemento imprescindibile per ogni ipotesi di crescita economica e di benessere sociale è rappresentato dal ruolo delle imprese, che dobbiamo mettere al vertice dell’agenda di governo attraverso una nuova politica dei fattori.
Sono gli investimenti sui fattori produttivi i soli in grado di determinare e accelerare i processi di cambiamento dell’economia e della società di un territorio.
E’ la spesa in conto capitale quella che è mancata alla nostra regione negli ultimi dieci e senza la quale non verranno mai superati i fattori di diseconomia regionale.
Quali le diseconomie regionali, cioè fattori che impediscono alle imprese di crescere, di vincere la sfida della competitività nella nuova dimensione globale dell’economia e di assumere, invertendo tendenze occupazionali sempre più a tinte fosche, garantendo, al contempo, il benessere sociale di un territorio?
Livelli elevati di tassazione, deficit di infrastrutture materiali e immateriali, ridotte dimensioni delle strutture produttive, scarsi investimenti in innovazione, ricerca e sviluppo, difficoltà di accesso ai mercati internazionali, credit crunch e condizioni di credito più severe di quelle che si riscontrano in altri contesti, scarsa valorizzazione del capitale umano di riferimento, inefficacia delle strutture amministrative poste a supporto delle esigenze produttive.
Questi gli elementi di criticità che dobbiamo rimuovere, i must di un’azione di governo in grado di realizzare la svolta che la Basilicata attendeva da anni e che i governi di centro sinistra non sono riusciti a realizzare.
Oggi è finalmente possibile dare slancio ad un percorso di ripresa che consenta di affrontare le sfide del futuro, lasciandosi definitivamente alle spalle un lungo periodo di stagnazione.
La scelta spetta a noi e dipende dalla capacità di mettere in campo una programmazione efficace, che dia univocamente il senso di una Regione in marcia, efficiente, inclusiva, aperta all’Europa e al mondo.
Quello che meritano i nostri cittadini e che, sono certo, saremo in grado di garantire.