mercoledì, 28 Febbraio , 2024
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Una ‘’nuova’’ Sinistra nel solco indicato da Lenin

La memoria? Non va dimenticata nella storia e nella politica, soprattutto quando crescono disorientamento, sfiducia e protesta verso un mondo globalizzato, dove ristrette lobby economiche finanziarie decidono sorti di Paesi e popoli con ogni mezzo- guerre comprese – per raggiungere gli obiettivi del profitto e del potere per il potere. E’ il trionfo del capitalismo, che stritola diritti, conquiste, libertà, identità, voglia di lottare. E allora rileggere opere e pensiero d Lenin,a 100 anni dalla morte, fa riprendere il bandolo della matassa di una storia contorta, quella contemporanea, che ha bisogno di spirito critico, analisi, azione, creatività. Serve una ‘’nuova’’ Sinistra, sentiamo ripetere da più parti, in un contesto diverso, da quello della prima rivoluzione socialista, ma il clima di ingiustizia, di repressione, sfruttamento non è mutato .Anche i piccoli operatori economici, dal mondo agricolo, al commerciale, dai giovani precari o in fuga da realtà senza prospettive, i migranti che vivono ai margini della società, sono il nuovo proletariato che deve trovare volontà e forza di organizzarsi. C’è uno spazio vuoto da colmare in una Italia dove è una corsa verso un centro incolore, fatto di compromessi, che hanno inaridito anche la Costituzione, nata dalla Resistenza. L’analisi di Francesco Calculli, direttore del museo del Comunismo e della Resistenza di Matera, tiene ‘’sempre vivo’’ l’insegnamento di Lenin. Ripartire dal ‘’ Che fare?’’ per risvegliare coscienze e riprendersi il proprio futuro. Buona lettura, mentre risuonano le note dell’Internazionale…

L’INSEGNAMENTO SEMPRE VIVO DI LENIN
di Francesco Calculli
Aldilà dell’occasione stimolante del centenario della morte di Lenin, vi è una ragione più immediata e puntuale dell’indagine e della riflessione sulla sua opera e sul suo pensiero, ed è il fatto che siamo ad un punto della situazione nel mondo e in Italia che la conoscenza di Lenin e il confronto con il leninismo appaiono come un’esigenza attuale e stringente per chiunque, forza politica o singolo, voglia assumere un impegno coerente e concreto nella lotta della classe operaia , voglia far avanzare la causa della democrazia e del socialismo. La figura di Lenin , teorico e artefice della prima grande rivoluzione socialista, è oggi, per i giovani che si schierano contro il capitalismo, un luminoso punto di riferimento. Lenin è il freddo studioso della realtà storica, che tende organicamente a costruire una società nuova su basi solide e permanenti, secondo i dettami della concezione marxista: è il rivoluzionario che costruisce senza farsi illusioni frenetiche, ubbidendo alla ragione e alla saggezza. A tutti coloro che, superando le tentazioni dell’agitazione anticomunista, hanno approfondito e cercano di approfondire i problemi della storia del marxismo e del movimento operaio internazionale, le posizioni di Lenin appaiono ormai in una luce molto diversa da quella in cui volgari detrattori o critici poco provveduti e poco scrupolosi hanno teso e ancora tendono a presentarle. Ciò vale anche per ciò che riguarda il problema delle forme dell’organizzazione politica della classe operaia , il carattere e la funzione , oggi, del partito del proletariato. Il « partito di tipo nuovo » , teorizzato da Lenin nei due scritti Che fare? ( 1902) e Un passo avanti e due indietro (1904) , si fondava sulla creazione di quadri addestrati e disciplinati secondo i principi del centralismo democratico. Il punto di partenza , e il contenuto essenziale , dell’elaborazione di Lenin sul tema del partito risiedono nella lotta contro l’economismo e lo spontaneismo e nella valorizzazione del momento dell’iniziativa rivoluzionaria. Un’organizzazione che voglia rispondere a queste esigenze, che voglia assolvere alla funzione di avanguardia e di guida del proletariato deve avere una sua disciplina e una sua unità: anche se il modo di intenderle e garantirle , il modo di praticare il principio del centralismo democratico, varia a seconda delle situazioni, e sempre ricco, comunque, nella esperienza del partito diretto da Lenin, è il momento del dibattito democratico, del confronto e dello scontro di posizioni, anche nei periodi di più acuta tensione e di più forte centralizzazione. Che cosa vuol dire Lenin quando ripetutamente afferma che il marxismo non è un dogma, ma una guida per l’azione? Per rispondere a questa domanda occorre intendere il senso così rigoroso, dominante in Lenin, dell’analisi concreta delle situazioni concrete, della verità che non è mai astratta, ma storicamente determinata, che è sempre dialettica, e bisogna porre attenzione al criterio con cui Lenin spiegherà il contrasto che divise profondamente il partito bolscevico nel 1918 sulla conclusione della pace di Brest Litovsk con l’imperialismo tedesco. Si trattava di un compromesso , senza alcun dubbio, ma il problema era di vedere se bisogna negare in « linea di principio » i compromessi , o se invece bisogna saper distinguere la situazione e le condizioni concrete di ciascun compromesso e di ogni diversa specie di compromesso. Il paragone semplice, popolare di Lenin resta decisivo per comprendere che una politica rivoluzionaria non regge, non va avanti se non è fondata su posizioni di principio, su una teoria rivoluzionaria, ma che questa, a sua volta, non è un un formulario né un codice: « Immaginate che la vostra automobile sia fermata da banditi armati. Voi date loro i soldi , i documenti , l’automobile. In cambio vi liberate dei banditi. Il compromesso esiste, non c’è dubbio. Ma è ben difficile trovare un uomo in possesso delle sue facoltà mentali che dichiari ” inaccettabile in linea di principio” un tale compromesso o che proclami complice dei banditi chi lo ha accettato. Il nostro compromesso con i banditi dell’imperialismo tedesco è stato un compromesso di questo genere » . E vale la pena di ricordare anche la sua conclusione:«.. chi voglia escogitare per gli operai una ricetta che offra soluzioni già pronte per tutti i casi della vita o prometta che nell’azione politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà o situazioni intricate, chi voglia far questo sarà semplicemente un ciarlatano » .

Più noto è il sarcasmo con cui Lenin risponderà dopo la rivoluzione del ‘ 17 e dopo la presa del potere dell’ Ottobre ai dottrinari, in primo luogo a quelli che si trovava di fronte in Russia, i quali affermavano essere precaria o ritenevano impossibile una rivoluzione di carattere socialista in Russia, prima che in altri Paesi di capitalismo più avanzato , perché mancava il necessario livello di sviluppo delle forze produttive, di civiltà e perché si andava contro la ” vulgata” dell’interpretazione marxista del processo rivoluzionario. Egli risponde in primo luogo con la riflessione teorica , usando il metodo di Marx per orientarsi in una realtà nuova, in rapido mutamento, facendo leva sull’ essenza della dottrina rivoluzionaria per conquistare un livello nuovo di coscienza teorica e politica. Così, già nell’aprile del 1917,egli poteva dire che « le idee e le parole d’ordine dei bolscevichi, in generale, sono state interamente confermate dalla storia, ma concretamente le cose sono andate diversamente da quanto io o qualunque altro poteva prevedere, e cioè in modo più originale , peculiare,vario » .Questo punto di vista, storicistico, è essenziale, a mio giudizio, per intendere la teoria leninista del partito, nel senso che sarebbe errato pensare per Lenin ad una sorta di modello , definito ad esempio nel Che fare?, e ad una serie di successivi adeguamenti e correzioni. In realtà, quando ci occupiamo del partito leninista, noi siamo posti di fronte ad un processo in cui teoria e prassi si intrecciano nel modo più stretto. Sarebbe per questo ardua , ed errata, una esposizione dei principi, della teoria del partito che non fosse calata costantemente nel concreto processo storico, nei suoi momenti decisivi, e non tenesse conto, costantemente, del quadro nazionale e di quello internazionale. Si potrebbe giungere, sempre per mettere in rilievo la specificità storica delle soluzioni, fino ai problemi di portata decisiva, come quello del potere proletario, della dittatura del proletariato fondata su un solo partito, per il quale a me pare corretto affermare che si tratta di uno sbocco storico, più che di una impostazione teorica, anche se nella teoria leninista l’esito del partito unico era certo ben presente. Uno sbocco storico, bisogna dire , tanto è vero che nella fase iniziale della Rivoluzione d’Ottobre e, successivamente, durante la guerra civile si ebbero situazioni alterne, e prima ancora Lenin aveva pensato alla possibilità della presenza e della dialettica di diversi partiti nel Soviet, e queste ipotesi furono in effetti esplorate e consumate fino in fondo. Lenin stesso che ci ha offerto, nel modo più diretto e chiaro, il metodo, la chiave di lettura e di interpretazione del suo pensiero e della sua azione , definisce il significato e la portata della sua opera, e in primo luogo del Che fare?, in rapporto alla critica ben nota della forzatura che in quello opuscolo egli avrebbe compiuta , insistendo « esageratamente » sull’idea di una organizzazione di rivoluzionari di professione. Lenin non nega affatto la forzatura, ma osserva che :« l’errore fondamentale in cui incorrono coloro che attualmente polemizzano col Che fare? sta nel fatto che questo scritto viene completamente staccato dal suo nesso con una situazione storica determinata, con un periodo determinato , e oggi già da tempo trascorso, dello sviluppo del nostro partito » . E’ comico dire oggi che si è esagerato. In realtà una vittoria dell’idea di un’organizzazione di rivoluzionari di professione sarebbe stata impossibile se non si fosse, a suo tempo, posta in primo piano quell’idea, se non la si fosse esageratamente fatta capire a coloro che ne ostacolavano l’attuazione. Ciò che conta, dunque, è il contenuto generale e lo spirito dell’opuscolo nel suo insieme, osserva Lenin, ed aggiunge:« non pensavo ad elevare in particolare modo le mie formulazioni… a qualcosa di programmatico, che costituisse particolari princìpi .Il Che fare? corregge polemicamente l’economismo, e considerarne il contenuto al di fuori del compito che esso si prefiggeva è sbagliato ». Il centro del Che fare? è la critica della concezione della spontaneità nel movimento operaio, o meglio è il problema del rapporto tra spontaneità e coscienza rivoluzionaria. Si parte, come è naturale, dalla concezione marxista: divisione della società in classi, sfruttamento della classe operaia, stato di inferiorità, di alienazione della classe operaia ecc. La manifestazione prima di lotta, di organizzazione della lotta della classe operaia, ribadisce Lenin, è sul terreno economico: è quella della denuncia, della difesa, della resistenza, della rivendicazione economica. Siamo nella fase corporativa della lotta di classe. ” Spontaneamente” , con le sue sole forze, la classe operaia non supera l’elaborazione di una coscienza sindacale, tradunionista; non si colloca in una posizione antagonista nei confronti della borghesia, resta in un ambito subalterno. ( E’ questo il caso di scioperi e manifestazioni di protesta, anche di quelle non organizzate dai sindacati che attualmente si svolgono in Italia, dove ognuno scende in piazza con i mezzi che ha a disposizione: gli studenti e i professori lo fanno con i libri, i lavoratori dello spettacolo con le maschere, i musicisti e i cantanti con i loro strumenti, e via dicendo.

Così nelle ultime settimane, a partire dai primi giorni del 2024, sono scesi in piazza centinaia di trattori degli allevatori e degli agricoltori. Siamo di fronte, in tutte queste forme di lotta, a una situazione di ” spontaneismo corporativo” ). Dalla fase corporativa occorre passare a quella politica , alla coscienza rivoluzionaria che scaturisce dall’incontro tra movimento operaio e teoria socialista. Il partito è lo strumento di questa sintesi; è attraverso il partito che la classe operaia viene spinta a superare i limiti della immediatezza, della spontaneità, del particolarismo , l’ambito della resistenza e dell’associazionismo economico-corporativo e a rompere , d’altra parte, con la tradizione utopico-settaria delle palingenesi da realizzare attraverso i disegni astratti delle cospirazioni e dei colpi insurrezionali. Si tratta, senza dubbio, dell’insegnamento di Marx, ma Lenin batte con forza sull’affermazione che la teoria socialista non sorge spontaneamente dalla classe operaia, è elaborazione di intellettuali. Anche se, occorre ricordare che il termine “intellettuale” , nel Che fare?, viene assunto non solo nel senso proprio e specifico – Marx, Engels, Kautsky , Lenin stesso sono intellettuali di origine borghese, ma in quello di rivoluzionario, ed anzi, per usare un termine nostro e attuale , in quello soprattutto di ” intellettuale collettivo”, perché in definitiva è il partito che deve assumere ed assolvere la funzione di elaboratore, di portatore della teoria, della coscienza rivoluzionaria, socialista. Ora è evidente che oggi in Italia, e in misura minore anche nel caso dei grandi scioperi francesi contro la riforma delle pensioni , il passaggio dalla fase corporativa della lotta di classe alla fase politica non può realizzarsi proprio perché manca lo strumento, ossia il partito capace di garantire alla lotta politica l’energia, la fermezza, la continuità necessarie. La critica radicale , spietata delle interpretazioni economicistiche e, quindi, fatalistiche del marxismo determina una accentuazione del valore della coscienza , dell’organizzazione della lotta, e dunque del partito , come coscienza rivoluzionaria e forza di avanguardia della classe operaia. Non è un caso che quando Gramsci e Togliatti giungono allo scontro con il bordighismo si richiamino con forza all’ancoraggio teorico di Lenin, e di qui muoveranno l’attacco contro il “volontarismo” astratto, che è un riflesso delle tendenze deterministiche del marxismo volgare, e contro la configurazione rigida, dottrinaria del partito e della sua politica. Nel momento in cui scrive il Che fare? l’obiettivo primo di Lenin è, dunque, quello di far assumere alla classe operaia russa una funzione di punta nella lotta politica contro l’autocrazia, per l’abbattimento dello zarismo, per la libertà e la democrazia.

Si tratta di conquistare la classe operaia all’idea che la rivoluzione democratica, il terreno democratico sono essenziali per lo sviluppo della lotta di classe, per la lotta socialista. Ma Lenin non afferma solo un principio per noi irrinunciabile, quello del rapporto organico tra lotta per la democrazia e lotta per il socialismo. Afferma un principio più di fondo, che sottende a questo e che diventerà via via decisivo nella sua elaborazione: l’emancipazione, la liberazione della classe operaia, l’abbattimento del sistema capitalistico, la rivoluzione socialista debbono trovare un punto focale nello Stato, nell’organizzazione del potere. Il partito assume, perciò, il carattere di arma fondamentale della lotta politica e rivoluzionaria su questo terreno; il partito deve contrastare , colpire il potere borghese su tutta l’area della società, deve essere strumento di conquista e di organizzazione di un nuovo Stato. Questo è, in effetti, il significato e la portata della affermazione leninista che la coscienza socialista viene dall’esterno, che la teoria è elaborazione di intellettuali, che il partito deve essere costruito dall’alto, deve essere inteso come formatore e organizzatore della coscienza rivoluzionaria, o se vogliamo usare i termini di Gramsci, di derivazione leninista, che è il partito che libera la classe dalla cerchia, dal limite economico- corporativo, che la universalizza, che le dà coscienza di sé e del suo fine, che le dà coscienza creatrice di valori storici, istituzionali, di fondatrice di un nuovo Stato. Oggi, lo studio di Lenin ci è di ricchissimo aiuto, e non può essere separato dallo studio dei concreti sviluppi storici che si ebbero successivamente, nell’Unione Sovietica e su scala mondiale, e delle sterminate, multiformi esperienze che il movimento rivoluzionario ha accumulato nelle diverse parti del mondo. Da queste esperienze scaturiscono acquisizioni, contributi e problemi , a cui non si può sovrapporre una dogmatizzazione del pensiero di Lenin.Tantomeno vi si può sovrapporre una sua riduzione catechistica, come quella che ci propone in Italia la propaganda dei militanti di Lotta Comunista. Più si attinge direttamente al pensiero di Lenin, più ci si rende conto che esso « non può essere ridotto a un corpo dottrinario chiuso, come una raccolta di precetti validi per tutte le situazioni » .

Lenin ci spinge a contribuire a uno sviluppo creativo del marxismo, ad un ulteriore, effettivo arricchimento della teoria rivoluzionaria; ci spinge ad applicare il metodo di Marx all’analisi dei processi nuovi che si sviluppano in un’epoca di grandi trasformazioni come la nostra. Oggi il suo lavoro politico, sopravvive nelle istituzioni e per molti aspetti nella cultura stessa della società russa. Un fitto dibattito, del quale in “Occidente” non si sa praticamente nulla , anima vivacemente la cultura del suo Paese a proposito della sua figura e della sua eredità. Il buon occidentale convinto dell’indiscutibile eccellenza del proprio sistema democratico e che, sovente con leggerezza e disinformazione , blatera di ” democratura “, dovrebbe con più umile cognizione di causa visitare la Russia e quel dado di porfido sulla Piazza Rossa all’interno del quale Vladimir Il’ič dorme vegliato dalla paradossale compresenza attorno a sé , sugli spalti e sulle torri del Cremlino, delle rivoluzionarie stelle rosse e delle redivive aquile imperiali.

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE : L’articolo- saggio è stato redatto con il supporto di testi custoditi nella biblioteca del Museo del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera.
1) Vladimir Lenin – Che fare ? – Nue Einaudi 1971 2) Lenin – Un passo avanti e due indietro – Editori Riuniti 1972
3 ) Lenin – L’estremismo malattia infantile del comunismo – Editori Riuniti 1974
4 ) Lenin – Opere Scelte 6 vol.- Editori Riuniti 1975

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