Poco fa il consigliere regionale del M5S Gianni Perrino ha postato una nota della ASM di giovedì 22 ottobre con cui si stabilisce la sospensione “a causa della recrudescenza dell’emergenza COVID” delle “attività chirurgiche elettive” all’ospedale Madonna delle Grazie . Dunque da venerdì scorso, vengono garantite solamente: “le urgenze e/o emergenze” e “una seduta operatoria giornaliere dalle 8-14 per pazienti oncologici”. Ma non solo perchè è  in corso di valutazione anche: “la possibilità di deviare alcune attività chirurgiche programmate c/o l’Ospedale di Policoro“.

Insomma, il maggiore nosocomio della Provincia di Matera viene fatto precipitare nell’emergenza, esattamente come accadde nella prima fase della pandemia con la privazione per gli altri malati della assistenza ordinaria che pure ora, dopo tanti mesi,  l’esperienza maturata e i soldi messi a disposizione delle Regioni dal Governo andava evitato.

E’ di ieri la notizia che all’ospedale San Carlo,  l’emergenza che sta prendendo il sopravvento per posti mancanti, stia fagocitando il reparto di reumatologia considerato una eccellenza. Mentre la Sindaca di Pisticci chiede (cosa che andava fatta nei mesi scorsi) di aprire ai pazienti covid19 l’ospedale di Tinchi.

Anche tutto questo, in piccolo -si fa per dire, è la conferma di quanto questa pandemia abbia messo  a nudo in Italia e in Basilicata il fallimento del Servizio sanitario nazionale affidato alle Regioni.

Cosi come abbiamo già scritto l’altro ieri, riportando tutte le cosa da farsi e non fatte, e che riproponiamo a seguire perchè capita a fagiolo (https://giornalemio.it/politica/con-lora-solare-le-lancette-sono-tornate-indietro-a-marzo-anche-la-pandemia/):

Il caso ci mette lo zampino e proprio oggi che con l’avvento dell’ora solare abbiamo rimesso indietro le lancette dell’orologio all’ora solare in vigore a marzo scorso, c’è stata anche la promulgazione delle nuove restrizioni governative con cui si spera di fronteggiare la pandemia che torna a crescere in modo esponenziale. Che torna a far paura proprio come allora.

Non siamo al lockdown totale di allora ma ci siamo vicinissimi, specie se le misure messe in campo non dovessero bastare ad alleviare sensibilmente il pericolo di collasso delle strutture ospedaliere.  Ovvero lo stesso problema di allora che si ripropone. E la cosa non è che faccia molto piacere, crea sconcerto, rabbia e incredulità. Sebbene vi sia la consapevolezza che bisogna tenere duro.

Nessuno ha mai pensato che in pochi mesi si potessero recuperare anni di tagli e mortificazioni inflitti alla sanità pubblica, ma da maggio scorso un potenziamento della stessa per far fronte in modo meno ansiogeno di come sta ricapitando ora questo sì era legittimo aspettarselo.

Potenziamento della medicina territoriale per evitare di ospedalizzare i positivi al covid asintomatici o con sintomi lievi, centri in cui ospitare chi deve stare in quarantena e non può farlo nella propria abitazione senza mettere in pericolo i familiari, potenziamento dei pronto soccorso, aumento delle postazioni di terapia intensiva e sub intensiva, individuazione di nosocomi riservati ai soli malati covid per lasciare gli altri in funzione per le altre patologie che non spariscono, approvvigionamento di un numero elevato di tamponi e reagenti per poter effettuare un tracciamento massiccio (proprio come ora richiesto dalla situazione).

Ecco, tutto questo è stato fatto? E’ stato fatto in misura massima possibile durante i mesi di tregua estiva? Ebbene la situazione di emergenza in cui stiamo purtroppo precipitando con un sistema sanitario che già boccheggia risponde da sola al quesito.

Ci sono cose che sono state fatte, altre che dovevano essere fatte e non sono state realizzate nei tempi rapidi urgenti che erano necessari per farsi trovare pronti per questa emergenza  largamente annunciata e prevista.

Insomma, questa emergenza ha messo a nudo il limite di un sistema di parcellizzazione regionale della gestione della sanità che ha fallito. Gli autori di quella famigerata modifica al titolo V della Costituzione dovrebbero fare ammenda e farsi promotori di una sua radicale modifica.

Fanno ridere i cosiddetti “governatori” che chiedono con insistenza al governo il MES quando non sono stati capaci di spendere nemmeno i circa 8 miliardi di euro stanziati per l’emergenza nella sanità che hanno già avuto.

Al punto che si stanno ripetendo gli stessi errori della prima ondata con gli ospedali che rimangono quale unico punto di riferimento dei malati covid.

E le famigerate USCA -unità speciali di continuità assistenziale – (piccole squadre di medici ed infermieri per l’assistenza domiciliare dei malati covid) che il decreto del 9 marzo stabiliva in 1200 (una ogni 50 mila abitanti) sono state create ovunque? E dove sono state create sono ancora operative? 

E l’infermiere di famiglia, istituito sempre con lo stesso decreto del 9 marzo? Chi l’ha visto? Era stato deciso dal governo l’assunzione di 9.600 infermieri con finanziamenti assegnati allo scopo (330 milioni nel 2020 e 460 nel 20201). A che punto siamo? Ebbene la conferenza delle Regioni ha approvato le linee guida per procedere solo il 10 settembre scorso. E ad oggi sembra che solo qualche centinaio è stato assunto in Toscana, Veneto ed Emilia Romagna. Cose da pazzi.

E per le altre assunzioni (medici, infermieri, ecc.) cosa si è fatto? Al 9 settembre scorso al Ministero della salute risultano  effettuate 33.857 assunzioni (6.958 medici, 15.68 infermieri, 7.248 operatori socio sanitari). Un numero largamente insufficiente a coprire i buchi di organico del SSN frutto dei tagli degli ultimi 15 anni. Eppure una stima governativa prevedeva l’entrata nel sistema (tra stabili e a termine) 80 mila nuove unità.

Ma anche sul fronte medici di famiglia c’è poco da stare allegri: sono di già inferiori al numero che servirebbe, mentre altri 5 mila stanno per andare in pensione. Eppure è da mesi che sempre nella Conferenza delle Regioni è bloccata una norma che consentirebbe agli specializzandi di esercitare subito la medicina generale.

Insomma, ancora e sempre le Regioni che sembrano avere il freno a mano, proprio loro che, in ragione dell’emergenza covid,  possono agire in deroga ai consueti vincoli di bilancio e assumere fino a coprire tutte le necessità. E invece….

E che dire della ristrutturazione della rete ospedaliera che doveva proprio servire a gestire questa seconda ondata? In larga parte del belpaese non è nemmeno partita.  A maggio il decreto rilancio ha stanziato  1,65 miliardi per aumentare i posti letto per i malati gravi e per ristrutturare i Pronto soccorso. Esso dava alle Regioni la possibilità di iniziare subito i lavori e farsi rimborsare a cose fatte. L’unico adempimento era quello di presentare entro luglio un piano dettagliato degli interventi. Solo alcune regioni hanno adempiuto altre, invece (come ha detto Arcuri), hanno presentato dei meri “fogli excel” che hanno necessitato di un altro mese per essere riscritti. Risultato è che le gare (1.044) si stanno completando in questi giorni e se tutto va bene i lavori partiranno a novembre…e chissà quando finiranno. A fine pandemia…..ovviamente.

E i posti letto per malati gravi? Prima della pandemia erano 5.179, giovedì 22 ottobre al ministero ne risultavano 6.628, mentre il piano per l’emergenza prevedeva che ad oggi dovevano essere 8.679. Eppure le Regioni hanno avuto dal governo attrezzatura tecnica e migliaia di ventilatori (4.600, mentre altri 1.300 sono ancora nei magazzini di Arcuri). Avrebbero dovuto ovviamente avviare un piano strutturale (creare fisicamente i posti e reperire il relativo personale). Qualcosa è stata fatta, poca. Il grosso ancora non c’è!

C’è poi la questione di tracciatori (il personale addetto al rintracciamento dei contatti dei positivi) che sono ora 9.241 ma che sembrano essere insufficienti e per i quali la Protezione civile sta per emanare un bando per altri 2 mila.

E dulcis in fundo la vicenda dei tamponi. Anche in questo caso sebbene la competenza sia in capo alle Regioni,  ben l’84% dei test finora realizzati sono stati forniti loro dal commissario Arcuri. Con lentezze che hanno fatto felice e arricchito i laboratori privati. Ne servirebbero molti di più, ma non ci sono.

Insomma, ci sembra che ce ne sia abbastanza per prendere atto che la sanità delle Regioni abbia fallito e alla grande. Un buon motivo per immaginare di superarla quanto prima. Ci auguriamo che qualche forza politica lo metta subito nella propria agenda.

Per ora, tutti insieme, non ci resta che appellarci al classico: speriamo che me la cavo…! Rispettando ovviamente le misure messe in campo.