E l’animatore del Cres di Basilicata elenca tutte le occasioni mancate, dall’ex Sata poi Stellantis al Distretto del mobile imbottito, dalla mancata bonifica dei siti al fallimento dei fondi strutturali fino ai progetti del Piano nazionale e resilienza, con l’emigrazione giovanile che continua e quel taglio continuo dei Servizi che sono l’emblema di ‘’classi politiche’’ che hanno brillato per mediocrità e tanta autocelebrazione mediatica. Per Pietro Simonetti è un 1 maggio di denuncia che richiede una svolta che continua a non arrivare. E nè in giro si vedono volontà di passare a un doveroso ‘’Mea Culpa’’, magari in processione dei soliti noti di ieri e di oggi che si recano puntualmente al Sacro Monte di Viggiano con tanto di anima e coscienza nera per I danni procurati alla Basilicata. ‘’Il risultato è una regione che si consuma lentamente- commenta Simonetti.Questo Primo Maggio non può essere solo celebrazione. Deve essere denuncia. Ma soprattutto deve essere un punto di rottura.Perché il lavoro non si crea con gli slogan. Si costruisce con visione, competenza, responsabilità e scelte coraggiose. E oggi, in Basilicata, tutto questo manca’’. E mancano o sono limitate capacità e volontà di reazione, come accadde per la marcia dei 100.000 contro il deposito unico di scorie nucleari a Scanzano e negli anni Ottanta, quando lavoro e progresso animavano le lotte nelle piazza. E la foto di apertura del servizio ne era una testimonianza militante.

1° Maggio in Basilicata: cronaca di un lavoro smantellato
C’è un paradosso osceno che attraversa questo Primo Maggio lucano: celebrare il lavoro mentre, pezzo dopo pezzo, viene eroso il sistema che lo rende possibile. Non si tratta solo di occupazione che cala, ma addirittura di un intero ecosistema produttivo, sociale e territoriale che si sta progressivamente svuotando, senza una visione, senza una strategia, senza responsabilità chiare.
La Basilicata è oggi il laboratorio di un fallimento programmato.
L’industria automobilistica, per decenni pilastro dell’economia regionale, vive una fase di contrazione e collasso strutturale. Il caso Stellantis,in poco tempo si perderanno 3500 posti di lavoro per l’esito incentivato, e del suo indotto non è solo una crisi industriale: è l’emblema terminale di una transizione gestita male, senza politiche attive, senza accompagnamento, senza riconversione. Attorno, il deserto: nessuna filiera alternativa costruita, nessun investimento serio su innovazione e diversificazione.
Il comparto del mobile imbottito, già colpito duramente negli anni passati, non ha mai conosciuto una vera politica di rilancio. Le promesse si sono dissolte in una lunga agonia fatta di delocalizzazioni, perdita di competenze e impoverimento del tessuto produttivo.
E poi il caso Smart Paper, simbolo di un’industrializzazione annunciata e mai realizzata: una narrazione fatta di proclami e investimenti mai tradotti in occupazione stabile e sviluppo reale.
Sul fronte energetico, la regione continua a essere terra di estrazione senza trasformazione. Le royalties derivanti da petrolio e gas sono state distribuite “a pioggia”, senza un disegno strategico. Nessuna politica industriale collegata, nessun investimento significativo in chimica fine o filiere derivate da parte dei grandi player come Eni e Total. Una ricchezza consumata, non moltiplicata.
Le bonifiche ambientali restano incompiute e bloccate da anni: siti come Daramic, Liquichimica e Pamafi sono ancora lì, sospesi tra contenziosi, ritardi e assenza di decisioni. Aree compromesse che potrebbero essere restituite all’economia restano invece simbolo di inerzia amministrativa.
Il commercio estero segna una contrazione significativa. Le esportazioni calano, segnale inequivocabile di un sistema produttivo che perde competitività e posizionamento sui mercati.
Nel frattempo, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresentava un’occasione irripetibile. Ma a pochi mesi dalla chiusura contabile, l’attuazione reale si ferma a una quota stimata tra il 15% e il 20%. Un ritardo gravissimo che espone al rischio concreto di perdita delle risorse e certifica l’incapacità di trasformare finanziamenti in cantieri, servizi, sviluppo.

Ancora più grave è il blocco dei fondi europei strutturali: la Commissione Europea ha sospeso per il prossimo semestre i programmi FESR e FSE, lasciando la Regione a coprire con risorse proprie persino la spesa corrente. Una decisione che richiama irregolarità, carenze nei controlli e debolezze strutturali nella gestione amministrativa. Un colpo durissimo per un territorio che dipende in modo cruciale da quei fondi.
Gravissima è l’assenza di un piano serio di formazione e riqualificazione. L’Università registra una perdita fino al 70% dei laureandi in ingegneria, che abbandonano il territorio prima ancora di iscriversi ai corsi in cerca di studi e opportunità altrove. È una fuga di capitale umano che compromette qualsiasi prospettiva di sviluppo.Fallimentarare e stata finora la gestione de programma “Gol” che prevedeva la fimazione e la riqualificazione di 30.000 lavoratori e disoccupati cin un finanziameto di 50 milioni.
Il turismo, dopo la spinta del 2019, si è fermato. Non cresce, non evolve, non si qualifica. Si resta ancorati a modelli effimeri: eventi spot, sagre, “borghite” prive di una reale strategia di valorizzazione del patrimonio culturale. Un capitale straordinario gestito in modo frammentario e spesso improvvisato che popola solo i social.
Nel frattempo, il sistema sanitario attraversa una crisi profonda, con un disavanzo che si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Carenza di personale, servizi ridotti, mobilità passiva in aumento: un diritto fondamentale che diventa sempre più difficile da garantire.
Disastroso e stata la gestione degli interventi per l’accogliena e la lotta al caporalato culminata con la strage di 4 migranti nel metapontino,il blocco da quattro di 15 milioni di euro per la realizzazione di nuovi Centri di accoglienza stagionali di Boreano,Gaudiano , Scanzano e la cimpleta disapplicazione della legge 13 del 2016.
La gestione finanziaria regionale appare sempre più fragile e contraddittoria. La chiusura del bilancio si trasforma in un esercizio precario, tra rinvii, correzioni e scelte politiche incoerenti, fino a episodi paradossali come il voto contrario espresso dallo stesso assessore all’Agricoltura. Un cortocircuito istituzionale che mina definitivamente la credibilità dell’ente.

E poi il tema forse più drammatico di tutti: lo spopolamento. Non questione ma conseguenza. Interi paesi si svuotano, le case restano chiuse, il territorio perde presidio umano. Non esiste una politica strutturale per contrastare questo fenomeno: nessun piano per il riuso delle abitazioni, nessun incentivo efficace per il ritorno o l’insediamento.
A questo quadro si aggiunge una crisi idrica sempre più evidente e sottovalutata. La Basilicata, pur essendo grande fornitrice d’acqua per altre regioni — in primis la Puglia — si trova a gestire una progressiva riduzione della risorsa disponibile, aggravata dalla pressione climatica e dalla riduzione delle precipitazioni nevose. Le sorgenti sono in forte stress, e gli invasi sono soggetti a limiti prescrittivi legati alla sicurezza sismica o alla tenuta dei paramenti, mentre la manutenzione delle infrastrutture risulta insufficiente o assente.
Il risultato è una regione che si consuma lentamente.
Questo Primo Maggio non può essere solo celebrazione. Deve essere denuncia. Ma soprattutto deve essere un punto di rottura.
Perché il lavoro non si crea con gli slogan. Si costruisce con visione, competenza, responsabilità e scelte coraggiose.
E oggi, in Basilicata, tutto questo manca.

