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Signor Sindaco, se oggi non si avvia una discussione seria sulle aree interne e non si inverte il trend, si rischiano gravi danni anche al tessuto socio-economico materano. 

Il Governo Meloni si arrende e abbandona i paesi del Sud: lo spopolamento è «irreversibile». Occorre un confronto serrato con i territori.

Scrive Vito Teti: “Chi decide e comanda non sa cosa è un paese, come vive e resiste, non sa chi sono i giovani che vanno via e non tornano o sognano di tornare, non vede la fatica, la resistenza, le iniziative, le pratiche attive di giovani, associazioni, famiglie, gruppi. Non si vogliono immaginare altri percorsi, cammini alternativi, nuovi slanci di vitalità. Hanno già deciso. Tutto è perduto. Per loro… Vogliono seppellirci vivi, trasformare paesi e città in necropoli, in fosse comuni, in città morte dove, magari, fare arrivare nuovi turisti, che grideranno al bello e all’esotico… Ma mai nessun popolo si è fatto sterminare senza opporsi. Se non ora, pacificamente, ma in maniera rivoluzionaria, con piani antagonisti, con fantasia, con passione e immaginazione pratica, attiva, collettiva, quando?”

E ancora: “Hanno stampato i manifesti a lutto prima della morte dei paesi, di tentare nuove ed efficaci cure, di alimentare speranze di vita.

Nei paesi del Sud e delle aree interne e urbane non solo del Sud, l’etnocidio, l’annullamento dei luoghi, il bombardamento delle case sono avvenuti lentamente nei decenni, con furbizia, ipocrisia, lamentele sterili, pianti ipocriti. Non ci hanno fatto nemmeno capire da chi bisognasse difendersi, abbiamo denunciato, atteso, sperato. Ci siamo illusi, abbiamo immaginato soluzioni fantasiose, abbiamo ascoltato imbonitori di ogni risma e appartenenza.”

Il risultato, il conto, di tanta nostra stupidità ce lo porta Fitto, mandato a Bruxelles per fare rinascere il Sud. E Bardi, catapultato dagli amici e compari di Foti e Meloni in Basilicata – soprattutto grazie all’insipienza del centrosinistra; proprio come a Matera nelle elezioni di giugno scorso: ‘i polli di Renzo’, ora ci mettono in un bel guaio!

Oggi sopravviviamo sulle macerie. Trent’anni di politiche neoliberiste hanno ridotto i Paesi in stato vegetativo. Da noi, in particolare, le scelte operate dalla classe dirigente sono state funzionali a quella che allora veniva chiamata globalizzazione economica. Sul mercato hanno messo di tutto pur di fare cassa e accompagnare il passaggio d’epoca. Il che si è tradotto nell’impoverimento sociale e culturale dei territori. Il venir meno della gestione collettiva – pubblica e/o dal basso – di settori, beni e funzioni indispensabili alla vita associata, e il loro affidamento a soggetti privati nazionali ed esteri (le privatizzazioni, i monopoli) hanno determinato il declino sociale del paese. A subirne maggiormente le conseguenze sono le zone definite “più arretrate” (non per colpa loro ma per processi storico-politici e condizioni geografiche). Queste, già pagavano la mancanza di possibilità adeguate dovute alle condizioni ereditate, ed alla carenza infrastrutturale e di servizi inefficienti. Globalizzazione, taglio della spesa pubblica, vincoli fiscali austeritari, un continuum devastante, che ha impattato sul mondo del lavoro, rendendolo povero e insicuro. Sulle attività produttive sottomesse alla sleale concorrenza dei grandi distributori. Ripercussioni riguardanti la biodiversità e i servizi ai cittadini con l’accorpamento di scuole, il ridimensionamento di uffici, la sparizione di sportelli bancari e postali. E il complesso del trasporto pubblico inidoneo. Sono le aree interne (paesi e cittadine medio-piccole collinari, di montagna, rurali) le vittime preferite. A pagare il prezzo di decisioni fatte da privilegiati che vivono altrove. E che tutt’al più vanno in questi posti per presenziare a celebrazioni fini a sé stesse, o per riposarsi qualche giorno nel silenzio di luoghi con ritmi di vita ancora parzialmente autonomi.

Da decenni sentiamo parlare di desertificazione sociale, migrazione economica, eppure nulla è stato fatto per invertire la rotta. Quando le persone abbandonano i comuni in cui sono nati, svuotano gli stessi di competenze, saperi, interrompendo il futuro. Venendo meno il presidio fisico manca anche la salvaguardia degli stessi (il patrimonio boschivo e idrico ad esempio). Pensiamo all’assetto idrogeologico, alla manutenzione, alla tutela e preservazione, soprattutto in presenza di fenomeni climatici estremi e sempre più diffusi. In tanti, così, decidono malvolentieri di spostarsi altrove. Presso città e metropoli in cerca di opportunità che da loro latitano. Andando, inevitabilmente, a ingrassare la massa di quell’esercito di riserva italiano e straniero che, anche se riuscirà a trovare un salario, spesso non sarà sufficiente a garantire una vita dignitosa. In considerazione del caro affitti e della gentrificazione degli spazi.

La classe politica, nazionale e locale ingrassata nell’illusione neoliberista, dopo aver svenduto l’impossibile adesso punta sul turismo per la ripresa. Bisognerebbe chiedersi per chi? A quanti giova davvero l’economia basata sul turismo modaiolo e invasivo? Le città d’arte per vacanzieri mordi e fuggi, dagli affitti brevi, sono diventati posti standardizzati, tutte uguali, spesso in mano a brand esteri, che lavorano estraendo valore che non viene distribuito sui territori. Albergatori, case vacanze, ristoratori, sagre, mentre i cittadini reclamano il necessario che non c’è. Dopo aver vissuto una vita intera a Venezia, Firenze, Roma ecc. sono costretti ad abbandonare, tristemente, tali posti perché stressati dal ritmo vacanziero quotidiano imposto da amministratori e gestori di locali. Il grosso del meridione, arretrato da un punto di vista di infrastrutture, con il suo sistema di viabilità e i collegamenti, i carenti servizi dedicati all’infanzia, ai giovani, e agli anziani, il lavoro non previsto per chi non ha amicizie politiche, si è ridotto, esclusivamente, ad attrarre i vacanzieri stranieri o benestanti. Mentre il resto dell’anno sopravvive a fatica. L’esempio eclatante può essere la città di Matera. Passata dal dimenticatoio ad essere Capitale europea della cultura. Ciò ha portato un tornaconto di visibilità ed economico rilevante. Eventi e iniziative come mai prima di allora, però, al di fuori della passeggiata da ospiti rimangono differenze preoccupanti. Gli affitti sono balzati alle stelle per i residenti, la sanità è in condizione pietose (molti vanno a visitarsi fuori regione), il trasporto pubblico dentro e per Matera è quasi completamente assente.

All’interno della visione miope degli amministratori locali, con l’unico scopo di andare all’incasso di finanziamenti pubblici-comunitari-del PNRR, mentre la crisi sociale aumenta, prende forza l’intento dei governi nazionali, che da Renzi all’Autonomia Differenziata hanno contribuito ad aumentare il divario. Nel meridione in vent’anni se ne sono andate più di un milione di persone; la piccola Basilicata ha perso quasi il dieci per cento (cinquantamila abitanti in dieci anni).

Anche per Matera città è suonata la campana a morte: ormai è da un decennio che il saldo demografico è negativo. D’altronde, dopo aver dissanguato i paesi dell’hinterland per decenni, dove avrebbe potuto recuperare popolazione?

Adesso arriva il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Nel documento pubblico tenuto nascosto ai media viene detto, chiaramente, che il declino delle aree interne è inarrestabile. Quindi nessun investimento per offrire opportunità lavorative, sociali, e prestazioni al cittadino. Violando esplicitamente principi, come la solidarietà sociale (art. 2 Cost.) e l’eguaglianza formale e sostanziale (art. 3), che garantiscono la coesione attraverso la cooperazione, rimuovendo le differenze. Per i fratellitalioti, sorelle e affiliati, l’ordinaria amministrazione consisterà in quel residuo di funzioni a disposizione di quanti potranno ancora permetterselo (l’assistenza considerata l’avanzata età anagrafica). Le ultime generazioni con un reddito sufficiente (le pensioni) a garantirsi un minimo vitale. I posti in montagna, i piccoli borghi, diventeranno come cattedrali nel deserto. Paesi fantasma da appaltare per set cinematografici e fiction. E di cui leggere sui libri di storia, al fine di conservare (e possibilmente tramandare) quella memoria mancante a chi decide.

Eppure, il sud Italia continua ad essere in posizione strategica nella geografia internazionale.
Il sud è Mediterraneo, non ha nulla in comune con le regioni del nord che appartengo all’ Europa, anche come tradizioni storiche. Purtroppo, continuano ad esistere 2 italie. Allora accettiamolo così, come dato di fatto. Creiamo collaborazioni e reti economiche con chi culturalmente e commercialmente può essere più affine. Tipo, per esempio, una rete tra popoli dediti alla produzione di olio. Impegniamoci tutti perché la candidatura della Città a Capitale mediterranea 2026 non si ripeta nel carnevale degli eventi senza futuro …

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