HomePoliticaSchiforma elettorale. La sovranità non appartiene al popolo…Paterino denuncia

Schiforma elettorale. La sovranità non appartiene al popolo…Paterino denuncia

Il governo guidato da Giorgia Meloni, dopo l’autocelebrazione di longevità dell’esecutivo sul piazzale del Porto di Bari, tira dritto in Parlamento per quella che ha tutti i requisiti di una ‘’schiforma’’ elettorale, nel solco di quella legge truffa del 1953 voluta dal governo De Gasperi. Contesti diversi, ma obiettivo uguale: assicurarsi continuità e con una parvenza di scelte per elettrici ed elettori che lasciano il tempo che trovano. Le opposizioni intervengono, espongono cartelli, ma il risultato sembra segnato a meno che non si pronuncino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e ‘’per tempo’’ la Corte Costituzionale. Non c’è ancora la data per andare al voto, ma il Governo ha fretta di chiudere… Michele Paterino analizza, si interroga, e mette la mano nella piaga : senza ballottaggio la governabilità perde legittimazione’’. A meno che il BelPaese, come ha fatto per il pseudo referendum sulla Giustizia non ribalti le carte in tavola, con un movimento di opposizione credibile, concreto e in grado di dire cosa e come voglia fare certe cose del quale l’Italia ha bisogno.

Legge elettorale, senza ballottaggio la governabilità perde legittimazione.
Da cittadino democratico, trovo francamente discutibile che, a pochi mesi dalle elezioni, si torni a mettere mano alla legge elettorale e che le regole del gioco vengano continuamente modificate in funzione dei sondaggi e delle convenienze politiche del momento.
Ciò che lascia perplessi non è il fatto che una maggioranza parlamentare voglia riformare la legge elettorale: è legittimo. È il fatto che lo faccia continuamente, cambiando impostazione a seconda delle prospettive elettorali e dei sondaggi.
Una legge elettorale dovrebbe essere una regola condivisa, pensata nell’interesse del Paese e destinata a durare nel tempo. Non dovrebbe diventare uno strumento con cui ogni maggioranza cerca di costruirsi il sistema più favorevole alla propria coalizione.
E soprattutto, mi chiedo: se davvero si ha fiducia nella volontà degli elettori, perché preoccuparsi tanto di come indirizzarne il risultato attraverso soglie e premi, o limitare la loro possibilità di scegliere direttamente propri rappresentanti?
Si parla ancora una volta di soglie, premi di maggioranza e di eliminare il ballottaggio. Tutto viene giustificato con la necessità di garantire la stabilità del governo
E’ comprensibile pensare che si stia mettendo mano alla legge elettorale in considerazione che questa modifica, proposta alla vigilia delle elezioni, tiene conto dei sondaggi che collocano la principale coalizione proprio intorno alla soglia del 42%.
E c’è un altro aspetto che merita attenzione: la stessa legge elettorale in discussione prevedrebbe un capolista bloccato, limitando così la possibilità per gli elettori di scegliere compiutamente i propri rappresentanti. Se la sovranità appartiene al popolo, come afferma la nostra Costituzione, è difficile non chiedersi quanto sia realmente rispettata quando una parte dei rappresentanti viene sottratta alla scelta diretta dei cittadini. La governabilità è importante. Ma lo è altrettanto la rappresentanza.

E c’è un principio ancora più importante: il governo deve rispettare la volontà popolare. Se dalle elezioni non emerge una maggioranza chiara, è preferibile chiedere nuovamente agli elettori di scegliere attraverso un ballottaggio, piuttosto che abbassare la soglia necessaria per ottenere una maggioranza fino ad arrivare addirittura al 41%, come da emendamento presentato da un partito di governo.
Un governo che dispone di una maggioranza parlamentare deve poter contare su un consenso effettivo e riconoscibile. Se nessuno raggiunge una maggioranza sufficiente al primo turno, il ballottaggio offre ai cittadini la possibilità di esprimersi nuovamente e di scegliere in modo chiaro chi dovrà governare. È una soluzione più trasparente e rispettosa della volontà popolare rispetto a un meccanismo che consenta di trasformare una percentuale minoritaria di voti in una maggioranza di governo. Perché in una democrazia la stabilità di un governo non può venire prima della legittimità del consenso da cui quel governo nasce.
Se la democrazia deve essere credibile, le regole non possono cambiare ogni volta che cambia il vento dei sondaggi: devono garantire agli elettori che il loro voto conti davvero, che possano scegliere pienamente i propri rappresentanti e che la volontà popolare venga rispettata. Più preferenze, più scelta e, in assenza di una maggioranza chiara, il ballottaggio: questa dovrebbe essere la direzione. Solo così la stabilità potrà essere il frutto di un consenso autentico e non l’esito di regole create attraverso un meccanismo elettorale costruito ad arte.
Al momento sembrerebbe che la maggioranza abbia escluso del tutto il ricorso al ballottaggio. Ma se la priorità è la governabilità, perché rinunciare a uno strumento che può produrre una maggioranza parlamentare e contemporaneamente darle una legittimazione più ampia? Se nei Comuni sopra i 15.000 abitanti riteniamo democraticamente utile che un sindaco quando non raggiunge il 50% più uno debba ottenere una conferma attraverso il ballottaggio, perché non dovrebbe valere un principio analogo quando si tratta di determinare la maggioranza parlamentare destinata a sostenere il governo del Paese?

Naturalmente Parlamento e Comune sono istituzioni differenti. Ma la differenza non dovrebbe diventare un alibi per evitare la discussione sul principio. La legge elettorale dovrebbe avere un obiettivo semplice: consentire al Paese di sapere, la sera delle elezioni, chi ha vinto e chi può governare, senza però trasformare una minoranza relativa in una maggioranza politica difficilmente riconducibile al consenso espresso dagli elettori.
Per questo il ballottaggio, a mio avviso, appare, fra le diverse opzioni, la soluzione che meglio tiene insieme governabilità e legittimazione democratica. Non perché garantisca necessariamente la vittoria a una determinata parte politica. Al contrario: proprio perché non garantisce la vittoria a nessuno in anticipo. Costringe chi arriva primo al primo turno a convincere una parte degli elettori che non lo aveva scelto. E costringe chi arriva secondo a fare altrettanto. Alla fine, uno dei due deve ottenere più voti dell’altro. È questa la forza democratica del secondo turno. La governabilità non viene regalata dal meccanismo elettorale: viene conquistata attraverso un voto ulteriore. E forse è proprio questo il punto da cui dovrebbe partire la discussione sulla nuova legge elettorale: non chiedersi quale sistema convenga oggi a questa o quella coalizione, ma quale sistema possa essere considerato più solido e legittimo anche quando a vincere potrebbe essere una coalizione diversa da quella che oggi governa il Paese.
Matera, settembre 2026
Michele Paterino

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