La vigilia di una consistente tornata elettorale per il rinnovo di circa una cinquantina  di rappresentanze municipali, mi pare una buona occasione per rilanciare l’idea – intanto per ciascuno dei comuni interessati e in rete tra loro – di un Progetto locale di ‘sviluppo’ (l’uso del termine sviluppo è sicuramente abusato, scivoloso e anche un po’ banale, ma è difficile utilizzarne uno più appropriato e immediatamente comprensibile!). Parrebbe una decisione, sia pure tardiva, oramai ineludibile specie nei luoghi del nostro Mezzogiorno e in particolare in quelli resi periferici e marginali dal modello fordista, in via di abbandono, o nelle piccole cittadine – come i due nostri capoluoghi lucani, con potenziale demografico insufficiente e oramai declinante proprio per l’esaurirsi dell’immigrazione ‘dall’interno’ – per definirle attrattori di produzioni e mercati competitivi in senso classico.

D’altra parte, non è che manchino qui da noi i distretti industriali, le ‘zone’ artigianali, i nuovi distretti del Turismo, le filiere agricole, quelli culturali, ecc.: luoghi iper specializzati (per la materia, per gli operatori e per il processo) che del progetto locale sono pezzi decisivi. Quel che manca ancora è una cultura complessiva, una sorta di convergenza (coralità produttiva) tra la forma mentis dominante e la struttura produttiva dei luoghi. E’ il luogo a educare la comunità; è il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone che vivono in un certo luogo la direzione da percorrere per la crescita, per il proprio arricchimento continuo nel tempo. Quel che difetta è la coscienza dei luoghi!

I problemi posti dalla crisi sono tanti: fronteggiare le condizioni di certi strati di popolazione, per esempio, ri­veste un carattere di maggiore urgenza; ma il problema che bisognerebbe mettere a fuoco è quello, a lunga gittata, di co­me traghettare il nucleo centrale della nostra industria ma­nifatturiera oltre la crisi. Ma questa preoccupazione vale anche per il Turismo, l’Agricoltura e il cibo, l’Edilizia e l’urbanistica, il Territorio e la Ricerca. Se molti nuclei territoriali di que­sta parte del nostro apparato produttivo sono stati scompa­ginati dalla crisi, a tsunami concluso, abbiamo trovato le nostre nicchie di mercato molto più scompagi­nate e invase dai produttori di altri paesi.

Qualche brillante stratega avanza l’idea peregrina che la crisi sia proprio l’occasione giusta per rinnovare il guarda­roba della nostra industria, abbandonando – era l’ora! – le chincaglierie pseudo-artigianali del Made in Italy per af­facciarsi in forze – quali forze? – sulle scene prestigiose dell’high tech della «grande» industria. A parte che quel­le scene sono affollate di concorrenti difficili da sloggiare; che su quelle scene ci siamo comunque già da tempo con diverse presenze limitate, ma significative – da difendere e sviluppare, ovviamente, non possiamo esimerci dal nota­re che quel modo di ragionare implica che la posizione di un paese nella divisione mondiale del lavoro sia una cosa da decidere a un tavolino romano, fra una carbonara e un abbacchio.[1]

Come dimenticare poi – e detto in estrema sintesi – che nel post fordismo la contraddizione sta fra omologazione, distruzione delle culture locali, impoverimento dei Sud del mondo, polarizzazione e frammentazione sociale da una parte; e riaffermazione delle identità, delle differenze, delle unicità culturali, della ricomposizione sociale, dell’autodeterminazione dall’altra. Questa contraddizione si affronta nella ricerca di diversi modelli di ‘sviluppo’ che comportano diversi processi di appropriazione e uso delle risorse da parte degli abitanti-produttori, diversi rapporti sociali di produzione fondati su nuovi statuti del lavoro e del consumo, diverse forme ‘pattizie’ di democrazia diretta, diversi settori strategici dell’economia. Nel post fordismo, ci troviamo di fronte a una composizione di queste nuove forme di lavoro, produzione e consumo che sono molto diverse e sono connotate dalla piccola dimensione di impresa, dalla micro-impresa, addirittura dall’auto-imprenditività; da un potenziale riavvicinamento tra mezzi e fini della produzione – dalla neo-agricoltura al terziario avanzato: nel senso, ad esempio, che i saperi inglobati in una figura di piccola cooperativa agricola biologica, come di un gruppo di operatori dell’informazione, possono ricomporsi su un territorio se si riunifichino in un progetto consapevole di ricostruzione comunitaria. Così ricostruendo la figura riunificata dell’abitante-produttore-consumatore.[2]

I termini luogo e locale sono strettamente interrelati, anche se non identici: gli abitanti locali possono cambiare, ma il luogo con il suo carattere resta. I luoghi, nella cultura della progettazione della città e del territorio, dovrebbero essere interpretati nella loro identità, il loro ‘ritratto’ ci insegna come gestirli. Dovremmo leggerli come trattati le cui regole utilizzare per l’arte di edificare case, infrastrutture, città, spazi pubblici, regioni.[3]

Oggi, il meraviglioso meccanismo del mercato mondiale viaggia a ruota libera e tutto, proprio tutto, può accadere. La nostra vita, le nostre speranze sono appese a un meccanismo manovrato per fi­ni particolaristici da pochi e che nessun ente veramente su­per partes controlla. Se quel meccanismo si ingrippasse se­riamente – e nessuno può escludere che ciò accada – preci­piteremmo in una grande crisi, in cui la disoccupazione di­lagherebbe, centinaia di migliaia di imprese fallirebbero, il sistema finanziario barcollerebbe pericolosamente, i patri­moni del ceto medio si dissolverebbero ecc. ecc. E un primo assaggio recente l’abbiamo avuto con la crisi in cui ancora siamo attanagliati.[4] Insomma, voglio dire, noi viviamo – festosamente inconsapevoli – sull’orlo del baratro.

Ma quando, col post fordismo, riacquistano al contempo importanza il saper fare e le conoscenze produttive, l’unità del fronte di lavoro si spezza in tanti tronconi. La coscienza di classe si sbriciola in tante sigle sindacali e politiche, dando luogo, più che a un confronto di classe, a una guerriglia generalizzata in difesa degli interessi sempre più settoriali; ma, anche al lavoro autonomo di seconda generazione, dotato di saperi, di saper fare, che può nuovamente attivare la coscienza di classe dell’operaio professionale, questa volta di nuovo integrata con la coscienza di luogo.[5] Almeno in prospettiva.

Occorre, dunque, un rovesciamento del rapporto tra la produzione e i luoghi, tornando al luogo inteso come matrice e tessuto connettivo dei mondi di vita e della produzione, sviluppando settori di attività che aprano la via alla ‘cura’, alla ‘manutenzione’ e all’ ‘accrescimento’ del patrimonio territoriale e ambientale sentito come proprio per nuovo senso di appartenenza; creando nuova socialità, nuova democrazia, nuovo municipalismo nella produzione di valori territoriali condivisi; intervenendo ‘coralmente’ sul che cosa, sul dove, sul quanto, sul come produrre per la trasformazione del patrimonio territoriale in forme durevoli. Con l’orgoglio di ostentare le produzioni locali – come accade, ad esempio, quanto vantiamo il ‘pane di Matera’ o la ‘pasta di Altamura’. Quel che occorre “è la costruzione di una, cento, un milione di coscienze di luogo. Qui l’individuo non é perduto nell’ambiente di lavoro, né é succube dell’atmosfera aziendale, ma è parte attiva di una comunità di persone insediate in un dato luogo. Qui, nella dialettica della vita quotidiana, si formano la sua personalità e le regole che governano la coesistenza”.[6] Questo rovesciamento nel rapporto produzione/luoghi consente, in prospettiva, che l’economia recuperi le sue radici, l’idea cioè che il discorso economico abbia una natura intima diversa da quello che poi è prevalsa, vale a dire “lo studio dell’organizzazione sociale più favorevole al benessere dei popoli”.

Cosicché, il territorio dei luoghi non è più supporto delle attività produttive, ma è esso stesso studiato come generatore “corale” dei loro caratteri (il “bernoccolo produttivo” del grano duro e del cibo, degli ortaggi e della frutta, degli ulivi, dei salotti e della metalmeccanica), riaffermando il concetto olivettiano della superiorità del “principio territoriale” sul “principio funzionale”. E’ pensabile, è possibile il passaggio dal ‘settore’ alla ‘coralità produttiva’ – alternativa alla geo-settorialità – identificata come prodotto contemporaneo della storia di lunga durata dei luoghi: la produzione dei vini, dei nostri grani – ad esempio – non scaturisce da un’asettica viticoltura, o dall’indifferenziato seminare in ogni dove; no, porta, con gli aromi speciali e le forme dei contenitori, o le trafile di bronzo, definiti parzialmente nel corso dei secoli, il segno di generazioni di viticoltori, di contadini insieme ai tratti culturali del “territorio”. Ogni luogo, per come l’hanno foggiato madre natura e le vicende della sua storia, ha, in ogni dato momento, un suo grado, diciamo, di “coralità produttiva”, basata, questa, non soltanto sulla vicinanza tecnica, spaziale e culturale delle imprese, ma anche e più sulla “omogeneità e con­gruenza culturale” delle famiglie.

In altri termini, io vedo tutti gli abitanti di un luo­go impegnati sempre, diciamo ‘coralmente’ – ne siano o meno consapevoli – nella produzione delle cose che vi si consumano e di quelle che si vendono all’esterno. Ciò presuppone che alcuni di essi non partecipino sempre, esplicitamente, allo sforzo produttivo, come certi coristi che – in un certo intervallo – è proprio tacendo che par­tecipano al coro. Una coralità produttiva, quella appena sbozzata, che si articola in mille figure istituzionali (dalla famiglia tipica al­l’impresa rappresentativa, al governo locale, ai riti religio­si ecc.) e ‘culturali’ (ad esempio le istituzioni para-pro­duttive, l’assistenza sociale, gli sport praticati e preferiti ecc.) che costituiscono lo sfondo culturale (in senso antropologico) da cui dipendono e su cui si proiettano le decisioni, anche quelle economiche individuali.

E’ pensabile, è possibile; è inevitabile aggiungerei – se finalmente la smettessimo di ripetere pappagallescamente le parole interessate – crescita, competizione, profitto a tutti i costi – che ci mettono in bocca i pochi beneficiari e i loro tanti corifei di questa stagione dell’estrattivismo dalla natura e dall’umano, i quali sono assolutamente incuranti di averci portato a ballare sul baratro della crisi ambientale. E’ già accaduto in passato, e fino a qualche decennio fa nel Mezzogiorno, che nel tempo si riformi una sorta di equilibrio generale, dato dalla situazione in cui ogni luogo produca le cose per cui è meglio provvisto (culturalmente e naturalisticamente), ma non tanto in termini di ottima allocazione di “fattori di profitto individuale”, quanto di fattori (naturali e storici) di soddisfacimento dei bisogni umani – attività lavorativa inclusa. Tornando così finalmente a identificare le figure di produttore e consumatore, giacché la produzione é ancorata al territorio in cui vivono e producono abitanti e consumatori ed è finalizzata alla messa in valore “coralmente” dei beni patrimoniali del territorio per il soddisfacimento dei bisogni collettivamente determinati. Insomma, tanti ‘Made in’ quanti sono i luoghi in cui si vive e – cooperando e confrontandosi – si lavora: è questo il contributo che ogni aggregato umano persegue per tutti, soddisfacendo un gruppo di bisogni per il quale dispone delle migliori risorse, sia naturali che infrastrutturali e umane (culturali). In un percorso di progressiva specializzazione che tende al regime di scambio uguale del sovrappiù prodotto da ogni luogo (negato da capitali vaganti in cerca di profitto e dalla preminenza degli aspetti monetari del commercio internazionale che – tra l’altro – non ha trovato finora e soprattutto in tempi di crisi, convenienza alcuna a localizzare produzioni nel Sud Italia).

Per poter aver cura dei luoghi è necessario saperli vedere, saperli riconoscere, saperne interpretare i valori, le regole riproduttive, l’identità profonda. La mer­cificazione sistematica di tutti i bisogni riproduttivi, la tra­sformazione degli abitanti in ‘consumatori’ hanno com­portato una delega crescente di saperi ambientali e ripro­duttivi a protesi tecnologiche. D’altra parte il turismo di massa, apparentemente interessato ai valori patrimoniali dei luoghi, è in realtà l’anti cultura dei luoghi, anzi contri­buisce alla loro ulteriore distruzione, attraverso il loro consumo in quanto merce; l’opposto della loro cura, che richiede relazione con un territorio vivente, ospitalità, scambio culturale. Tragicamente, in questo trascorrere apparentemente disorganico dell’Evento Matera 2019, stiamo ‘assaporando’ i primi costi sociali di questo turismo mercificato; ma conteremo per davvero i danni ambientali, sociali, morali, economici, di fondo quando finalmente si spegneranno le luminarie!

[1] Quei brillanti strateghi dovrebbero sapere che il fatto­re produttivo più difficile a modificarsi non sono le mac­chi ne, gli impianti e neppure le infrastrutture strategiche che fanno tanto spettacolo! – ma le capacità e le attitu­dini, attuali e potenziali, del grosso degli operatori umani, di un paese. Capacità e attitudini che, naturalmente, si mo­dificano anch’esse nel tempo, ma solo lentamente e secon­do percorsi ancora largamente ignorati.

[2] La coscienza di luogo caratterizza la lunga durata delle civilizzazioni umane e tende a contrarsi e ad assopirsi con l’espropriazione dei saperi tecnici e contestuali, determinata dalla generalizzazione del lavoro salariato come rapporto sociale di produzione dominante. Con l’affievolirsi della coscienza di luogo cresce la coscienza di classe, di coloro che si riconoscono uguali nello sfruttamento capitalistico. Ma quando la classe operaia, dopo il fordismo, viene dispersa territorialmente, socialmente, e infine, politicamente, riaffiorano tracce di comunità e sistemi socioeconomici a base territoriale.E territorio non è lo spazio geografico né il suolo della pedologia, ma un soggetto vivente ad alta complessità, esito di processi coevolutivi, sinergici fra insediamento umano (organizzato su basi culturali) e ambiente (organizzato su basi geologiche e biologiche). Per questo il territorio cresce, si ammala, muore quando la relazione sinergica si interrompe (crisi delle civilizzazioni); rinasce, nel tempo lungo della storia, con le civilizzazioni successive. E identità, età e stato di salute dei luoghi – in una parola, la coscienza di luogo – possono esser definite, studiate attraverso le regole di autoriproduzione che attraversano i processi di territorializzazione e le permanenze (materiali e cognitive): quella civilizzazione che giunge fino a noi a comunicarci paesaggi, città, infrastrutture, trame agrarie, modelli socioculturali della lunga durata come testimonianze viventi, attive di saperi e sapienze relazionali fra cultura e natura.

[3] E’ il modello tayloristico-fordista che favorisce la sparizione di quell’intreccio fra coscienza di luogo e coscienza di classe dell’epoca dell’operaio professionale (e che si vede riaffacciarsi nei distretti). Col trasferimento al macchinario dei saperi produttivi e la costruzione dell’operaio massificato che ne consegue, spogliato di ogni sapere (in fabbrica come nel territorio, dove è mercificata tutta la sua vita riproduttiva, la coscienza di classe si sposta dalle potenzialità autogestionarie dell’operaio professionale alla rivendicazione salariale, dal momento che il lavoro è ridotto all’affitto dei corpi in cambio di salario. Un corpo in vendita non ha più possibilità auto-ricostruttive dei mondi della vita che sono totalmente mercificati negli aspetti riproduttivi (l’operaio alla catena di monitoraggio immigrato nelle periferie metropolitane, deve comprare tutto sul mercato: alloggio, aglio, prezzemolo, polli, assistenza) una volta distrutti i luoghi delle attività riproduttive di vicinato, di paese, di campagna.

[4] Abbiamo innanzitutto appreso fino a che punto il sistema economico in cui siamo immersi abbia la capacità di produrre crisi le cui soluzioni si tramutano in mutamento, accelerazione. E’ noto da tempo, nel pensiero marxista come in quello weberiano, come le contraddizioni siano il motore e non il malfunzionamento del sistema. Così, il collasso dell’ennesima bolla speculativa sul mercato delle scommesse sui mutui, ha generato una sorta di pulizia interna del sistema per poi trovare un nuovo equilibrio, con gli stessi strumenti e le stesse logiche precedenti. Se prendiamo ad esempio lo strumento della finanziarizzazione delle famiglie a scopo di estrazione, questa non cessa con la cosiddetta crisi dei mutui sub prime ma, anzi, ricomincia proprio a partire dal quantitative easing della Banca Centrale Europea e trova nuovo slancio nelle politiche pubbliche di sostegno alla proprietà immobiliare privata (che vanno dal rifiuto quasi sdegnato di produrre nuove politiche di casa pubblica, fino alle politiche fiscali di sostanziale detassazione di immobili ed eredità) (Aalbers 2016). A metà 2019 ci troviamo dunque in una nuova fase del capitalismo finanziario, con la pelle nuova dopo un decennio di transizione, una fase che si preannuncia ulteriormente regressiva. 

[5] è la figura dell’abitante-produttore, potenzialmente incidente sui fini della produzione, se smette di essere molecola produttiva della transnazionale ‘sbriciolata’ e si riaggrega sul territorio con i suoi simili e dissimili in un progetto di autogoverno sociale della produzione.

[6] Giacomo Becattini