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Ricordando ”Il Presidente” di una Italia che stava dentro ai processi della politica

E questo passaggio sintetizza -nel titolo del servizio- nella riflessione di Peppino Molinari, in occasione dell’evento organizzato a Pignola( Potenza) per i 106 anni dalla nascita dello statista democristiano Emilio Colombo, è di stretta attualità. Il protagonismo dell’Italia, attraverso l’attività di proposta, di mediazione(parola scomparsa dalle buone pratiche del governo Meloni), e di riflessione del più volte ministro e ”Presidente” Emilio Colombo segna tutto il rammarico per quanto l’Italia ha fatto a livello europeo, mediterraneo e mondiale rispetto all’asservimento da ”allineati e coperti” sui diktat di Paesi guerrafondai come Israele e gli Stati Uniti. Servono senso della misura e fermezza, per ripristinare uno Stato di diritto che deve regolare i rapporti tra i Popoli. E per l’Italia una sfida in più per la ricorrenza degli 80 anni della Costituzione, nata dalla Resistenza e con l’apporto di alleati che hanno perso e da tempo lo spirito di quell’impegno per la libertà e la democrazia.

Pignola ricorda Emilio Colombo: la memoria come responsabilità politica
L’11 aprile, nel giorno in cui Emilio Colombo avrebbe compiuto 106 anni, Pignola non si è limitata a commemorare: ha scelto di ricordare nel modo più serio possibile, tornando sui luoghi e sui simboli di una storia che ha inciso davvero. A Palazzo Gaeta, in occasione della mostra promossa dall’amministrazione comunale e dal Centro Studi Internazionale, si è ritrovata una comunità politica che non vuole ridursi a nostalgia.
Presenti con Peppino Molinari il sindaco Antonio De Luca, Vito Santarsiero, l’assessore Carmela Faraldo e una delegazione di attivisti della DC di Pignola, Saverio Scavone, Ignazio Petrone, Domenico Vignola, Antonello Molinari, Angela Guma, Mario Sabia e Vito Marsico.

Ricordare Colombo non è un esercizio rituale. È il riconoscimento di una traiettoria politica che parte dalla Basilicata e arriva al vertice dello Stato, fino alla Presidenza del Consiglio. Uno statista vero, capace di tenere insieme territorio e visione nazionale, radici e responsabilità.
Ma ridurre Colombo alla dimensione interna sarebbe un errore quasi provinciale. La sua statura si misura soprattutto nella politica estera, dove ha incarnato un’idea chiara: l’Italia non doveva inseguire, ma stare dentro i processi che contano. Da ministro degli Esteri, Colombo è stato uno degli architetti più coerenti del posizionamento europeo del Paese, contribuendo a rafforzare il ruolo italiano dentro la Comunità Economica Europea e accompagnando il percorso che porterà all’attuale Unione Europea.

Non era europeismo retorico. Era consapevolezza strategica: per un Paese come l’Italia, e ancor più per una regione come la Basilicata, l’Europa non è un orizzonte ideale ma una condizione di possibilità. Colombo lo aveva capito prima di molti, quando parlare di integrazione significava esporsi, non raccogliere consenso facile.
E insieme a lui, riaffiora il senso storico della Democrazia Cristiana: un partito che ha costruito l’ossatura della Repubblica e contribuito a rendere grande il Paese. Oggi, mentre la politica spesso si consuma nel breve periodo, quel tipo di eredità pesa. E obbliga.

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