Non ha eliminato di certo la povertà (e come poteva? bisognerebbe dotarlo di più risorse!) come enfaticamente gridò un esultante Luigi Di Maio, al termine del Consiglio dei Ministri che aveva trovato l’accordo sul Def e quindi sul finanziamento del Reddito di Cittadinanza, affacciato dal balcone di Palazzo Chigi, con gli altri ministri del Movimento 5 Stelle (“Oggi aboliamo la povertà“, disse infatti in tale occasione).
Ma l’ha sicuramente ridotta, come tutti i dati confermano e come l’Ocse ha scritto nero su bianco nell’Economic Survey sull’Italia presentato lunedì al ministero dell’Economia.
Nel documento è scritto a chiare lettere che “l’introduzione del reddito di cittadinanza ha contribuito a ridurre il livello di povertà delle fasce più indigenti della popolazione” e sebbene i livelli di povertà siano aumentati con la pandemia, “nel 2020 i trasferimenti pubblici hanno limitato la diminuzione del reddito disponibile delle famiglie al 2,6% in termini reali”. Certo, si sottolinea anche che molti nodi restano irrisolti, a partire dalla scarsa efficacia dei centri per l’impiego pubblici a cui imputare “il numero di beneficiari che di fatto hanno trovato lavoro è scarso“.
Se ne facciano una ragione coloro che stanno attaccando a testa bassa questa misura di civiltà. Escano fuori dalla propaganda anche alcuni esponenti regionali lucani della destra che in queste ore hanno inteso riciclare nei loro comunicati le incaute (alla luce dei dati) affermazioni dei loro leader nazionali.
Piuttosto, rileva l’OCSE, rimane irrisolto, il problema dei “working poor“, cioè le persone che lavorano ma hanno un reddito sotto la soglia di povertà la cui incidenza sul totale dei lavoratori “non è stata influenzata” dall’introduzione del reddito. Un tema evidentemente correlato ad un mercato del lavoro che offre troppo spesso salari molto bassi, una vergogna che semmai l’introduzione del RdC ha contribuito ad evidenziare. L’Ocse rileva poi che “molti migranti restano fuori dalla rete di sicurezza del reddito” a seguito dal requisito dei dieci anni di residenza in Italia, una norma da rivedere.
L’Ocse ricorda di aver consigliato, nel 2019, di “ridurre il reddito”, la cui cifra massima di 780 euro per un single risultava elevata rispetto al reddito mediano italiano e rispetto ai sussidi versati in altri Paesi Ocse, “per incoraggiare i beneficiari a cercare occupazione nel settore formale”. Ed anche di “introdurre un sussidio per i lavoratori a basso reddito“.
Ebbene, l’OCSE in questa circostanza non ritorna sulle cifre, forse perchè in base ai dati Inps l’importo medio versato ai nuclei beneficiari è stato di 548 euro (579 per il reddito di cittadinanza e 267 per la pensione di cittadinanza), dunque ben al di sotto della misura massima possibile e ritenuta allora eccessiva. Considerando dunque che, nei fatti, la sua raccomandazione del 2019 sia stata più che rispettata, tenuto conto che un nucleo di due persone adulte riceve in media 574 euro, ben al di sotto del 70% della linea di povertà relativa indicato come valore ideale dall’Ocse (nel 2020 la soglia di povertà relativa per una coppia era di 1001 euro). Circa i benefici per i lavoratori a basso reddito, viene citato nel report il bonus di 80 euro, poi incrementato a 100 euro dall’estate 2020 per redditi inferiori a ventottomila euro.
Un’altra delle raccomandazioni del 2019 riguardava l’innalzamento dell’efficienza dei servizi sociali con un miglioramento della collaborazione tra essi e i centri per l’impiego considerato che “il numero di beneficiari che di fatto hanno trovato lavoro è scarso“. “Le autorità attribuiscono tale esito alla distanza tra i beneficiari e il mercato del lavoro”, rileva l’Ocse nel suo report, evidentemente consapevole che il 70% dei percettori del RdC ha al massimo la terza media e solo un terzo di quelli soggetti ai Patti per il lavoro ha maturato precedenti esperienze lavorative. Una platea, dunque, molto difficile da collocare in un quadro che continua a registrare l’assenza di una riforma delle politiche attive per il lavoro e un ritardo delle Regioni nel potenziamento dei centri per l’impiego con la mancata assunzione di nuovo personale. Una situazione che non può essere dunque strumentalizzata dalla propaganda che tende a colpevolizzare i percettori della misura.
Promozione dall’OCSE anche degli altri aiuti messi in campo lo scorso anno durante la pandemia dal governo italiano, giudicati quale “generoso sostegno” avendo essi, si legge: “mitigato le perdite di posti di lavoro e le avversità e altresì preservato la capacità produttiva”. Ciò perchè: “le garanzie sui prestiti e le moratorie sul rimborso del debito hanno sostenuto la liquidità delle imprese e ne hanno limitato i fallimenti” ed, inoltre, “i regimi di lavoro a tempo ridotto e il divieto di licenziamento sono stati integrati da un sostegno al reddito per coloro che non beneficiano delle reti di sicurezza esistenti, unitamente al rinvio delle date di pagamento delle imposte dovute”.
Sempre in questo esame dell’OCSE dei progressi fatti in Italia rispetto alle raccomandazioni date a Roma nel 2019, c’è, invece, una bocciatura dell’altra misura introdotta nel 2018 dal Conte1, ovvero quota 100, per la quale si chiede di farla concludere senza rinnovarla, tornando a “ristabilire immediatamente la correlazione tra età pensionabile e speranza di vita”. Un tema caldo, quello del sistema pensionistico, già posto da tempo sul tavolo dai sindacati.
Dunque considerato che il report dopo “la contrazione dell’8,9% nel 2020, una delle più significative rilevate tra i Paesi” dell’area, stima per l’Italia una crescita del 5,9%, ma che “rispetto ad altre grandi economie la ripresa continuerà a ritardare, con un Pil che recupererà i livelli del 2019 solo nel primo semestre del 2022″, la auspicata ripresa non sarà molto veloce.
E ci sarà ancora bisogno, dunque, che le misure ora in campo del welfare che hanno dimostrato di funzionare vengano non solo mantenute ma migliorate, ampliate.

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