Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!” Questa battuta declamata dall’Albertone nazionale ne il Marchese del Grillo che viene dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” del Belli, risuona sempre più alta e  potente nella politica nazionale. Voi avete votato alle ultime elezioni per il M5S e la Lega per cambiare? Fate pure, tanto io poi rimetto tutto a posto, in primis il governo, in mani amiche. E’ accaduto in questa legislatura. Sta accadendo da ben dieci anni per quanto riguarda il referendum popolare sull’acqua bene pubblico su cui non si dovrebbe far profitti, come hanno detto forte e chiaro gli elettori. E invece: fate voi, votate pure come volete, tanto io continuo a fare in modo che essa rimanga in mani private.

Dove quel “io” è costituito dal grumo di interessi -forte di strumenti di distrazione di massa-  che non vuole smettere mai di abbuffarsi alla greppia dei sodi  e dei beni pubblici e che ha voluto mettere le mani sul malloppo del recovery, buttando giù Conte poco ad esso funzionale. Lo stesso che riesce da 10 anni ad impedire la piena ripubblicizzazione dell’acqua come chiesto dai cittadini italiani. E’ una vergogna. Ma è la eterna lotta tra parte forte e parte debole della società (i semplici cittadini privati degli strumenti in cui organizzarsi per contribuire alla politica nazionale).

Non solo, ma dal dicembre 2020, l’acqua, come una qualsiasi altra merce, è scambiata nel mercato dei “futures” della Borsa di Wall Street, evento che segna un prima e un dopo per questo bene indispensabile per la vita sulla Terra. E’ il via alla speculazione dei grandi capitali anche su questo elemento fondamentale e all’emarginazione di territori, popolazioni, piccoli agricoltori e piccole imprese. Insomma, una grave minaccia ai diritti umani fondamentali. Tutto è merce su cui speculare e arricchirsi, con la legge della domanda e dell’offerta a definirne il prezzo e quindi l’accessibilità, in barba alla pur fondamentale risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010 sul diritto universale all’acqua. Non tenendo pericolosamente conto della minaccia che incombe su questo bene dall’incremento demografico, dal crescente consumo ed inquinamento dell’agricoltura su larga scala e della grande industria, dal surriscaldamento globale e dai relativi cambiamenti climatici.

In occasione della manifestazione nazionale e delle iniziative per il decennale del referendum su acqua, servizi pubblici e nucleare previste il 12 e il 13 giugno prossimi, Paolo Carsetti, segretario del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ricorda come “L’esito referendario è stato prima disconosciuto, poi disatteso e infine contrastato fattivamente mediante il rilancio e lo stimolo dei processi di privatizzazione. In questi 10 anni il movimento per l’acqua ha costruito una campagna volta all’attuazione del referendum facendo ricorso alla sensibilizzazione attiva, alla mobilitazione politica, all’attivazione sociale fino alla disobbedienza civile, e contemporaneamente ha avanzato una proposta radicale e alternativa utilizzando strumenti istituzionali come la legge e le delibere d’iniziativa popolare, i referendum e l’Iniziativa dei Cittadini Europei.

La strategia utilizzata oggi è ben più subdola di quella sconfitta dal referendum, ovvero non si obbliga più alla privatizzazione, ma si favoriscono i processi che puntano a raggiungere il medesimo obiettivo attraverso la promozione di operazioni di fusione e aggregazione tra aziende in cui le multiutility quotate in Borsa divengono il modello da esportare su tutto il territorio nazionale. Inoltre, il mancato rispetto dell’esito del referendum passa anche per la mancata eliminazione dalla tariffa di qualsiasi voce riconducibile alla remunerazione del capitale investito, ossia al profitto. Al contrario si sono fatti rientrare dalla finestra i profitti garantiti per i gestori sotto la denominazione di “costo della risorsa finanziaria”. Il nuovo metodo tariffario predisposto da Arera, l’Autorità di regolazione nazionale, riproponendo il riconoscimento ai gestori di una percentuale standard del capitale investito, sostanzialmente non ha fatto altro che reintrodurre lo stesso meccanismo della remunerazione del capitale investito.”

Al centro della mobilitazione per l’anniversario del decennale del referendum del 12 e 13 giugno prossimi, spiega Carsetti: “c’è il no a qualsiasi forma di rilancio della privatizzazione dell’acqua sia a livello globale, tramite la sua quotazione in Borsa, sia a livello nazionale attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e alle riforme che lo accompagneranno. La mobilitazione, inoltre, si pone l’obiettivo di riconnettere l’ampia coalizione sociale promotrice dei referendum per ribadire che l’acqua e i beni comuni sono un valore fondante delle comunità e della società e per rilanciare con forza e rimettere al centro del dibattito pubblico i temi paradigmatici e fortemente attuali emersi da quel percorso.”

Dunque  (e non poteva essere diversamente visti gli interessi in campo) nemmeno dal Recovery Plan di Draghi arrivano buone notizie. Anzi, come spiega ancora Carsetti:  “La cosiddetta “riforma” del settore idrico si sostanzia in una vera e propria strategia di rilancio dei processi di privatizzazione che si incentra sull’allargamento del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete (acqua, rifiuti, luce e gas) assumendo un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie.
Nello specifico, il Sud Italia viene individuato come la “nuova frontiera” per l’espansione di questa tipologia di aziende che di norma vengono identificate come gestori “efficienti”, ma che in realtà risultano tali solo nel garantire la massimizzazione dei profitti mediante processi finanziari. Inoltre, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la cifra “reale” di investimenti aggiuntivi dedicati alla risorsa idrica e agli interventi per il riassetto idrogeologico pari a circa 4 mld. di euro è del tutto insufficiente.

Eppure, non ascoltato, il movimento per l’acqua aveva “avanzato proposte precise a riguardo per cui il PNRR avrebbe dovuto contenere nell’arco dei prossimi 5 anni investimenti pubblici nella seguente misura:

2 mld di euro per la ripubblicizzazione del servizio idrico, da utilizzare nel primo anno di intervento;
7,5 mld. di euro (cui aggiungere risorse provenienti dai soggetti gestori per circa ulteriori 2,5 mld) per la ristrutturazione delle reti idriche;
26 mld. di euro (di cui 50% provenienti dal Recovery Plan e il restante 50% da ulteriori fonti di entrata) per il riassetto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.”

E’ evidente che non è una singola lotta settoriale, sebben vada combattuta, a poter determinare il cambio di un paradigma che è di sistema, culturale e quindi politico. E’ questo sistema che ritiene normale si “giochi” in borsa sulla pelle e sugli interessi della stragrande maggioranza della popolazione del pianeta che non va. Se non lo si cambia andrà sempre peggio. Non c’è alternativa….