I fatti del G8 di Genova del 2001 non sono una serie di episodi di cronaca e ordine pubblico come qualcuno vorrebbe liquidarli, sono piuttosto i capitoli di una storia che non conosce la parola fine e che ancora oggi incide sulle vite di tutti.
Una storia cominciata negli anni Novanta con la nascita del movimento internazionale No-Global e che prosegue tuttora dal punto di vista giudiziario con la sfacciata protezione garantita dallo Stato italiano al proprio braccio armato e dal punto di vista politico con le conseguenze dello stroncamento di un movimento mondiale di massa unico e ultimo argine al dilagare della globalizzazione neoliberista.
Oggi possiamo dire che il movimento aveva ragione su tutta la sua linea critica: dal saccheggio dei Paesi del sud del mondo alla delocalizzazione delle aziende occidentali verso mercati del lavoro deregolamentati e paradisi fiscali passando per la perdita di sovranità degli Stati in favore di enti sovranazionali non democratici.
All’epoca erano la sinistra anticapitalista e radicale, i sindacati, la galassia antagonista, il movimento anarchico e persino i gruppi cristiani progressisti a opporsi, ognuno con le proprie posizioni, alla globalizzazione. Oggi in Italia ma non solo, paradossalmente e beffardamente, assistiamo a una sua strumentale critica da parte delle destre cosiddette <<sovraniste>> che confidano nella memoria corta di quanti dimenticano che sia la Lega che l’antenato politico di Fratelli d’Italia nel 2001 facevano parte di un Governo sostenitore della globalizzazione e che ospitò con entusiasmo il vertice a Genova così come aveva fatto l’esecutivo Berlusconi I col G8 di Napoli nel 1994. Senza contare che il sovranismo si esaurisce nella difesa degli interessi delle borghesie nazionali e che la vera antitesi della globalizzazione è l’internazionalismo proletario inteso come lotta politica solidale di lavoratori di e sfruttati di tutto il mondo (indicati spesso come il 99% della popolazione mondiale) che patiscono gli effetti economici, sociali, politici e anche ambientali della globalizzazione.

Dal 19 al 21 luglio 2001 i capi di Stato dei principali Paesi imperialisti si riunirono a Genova per discutere di ambiente, economia e, in parole povere, di come spartirsi il Mondo dopo la fine della guerra fredda e l’inizio della crisi dello stato sociale e delle organizzazioni politiche di massa.
Il rifiuto dei rappresentanti dei Governi di incontrare gli esponenti del Genoa Social Forum e la militarizzazione della città, con tanto di zone inacessibili e divieti vari, diede subito l’idea di autoreferenzialità e arroganza dei cosiddetti “grandi della Terra”. Comunque, nulla che già non si sapesse conoscendo la natura dell’evento e dei partecipanti al G8, così come nota era la loro scarsa tolleranza verso la dissidenza e la propensione a usare la violenza contro i manifestanti come già accaduto in circostanze analoghe nel 1997 a Melbourne (Australia) e sopratutto nel 1999 a Seattle (Usa) allorchè la polizia americana utilizzò metodi brutali contro il movimento chiamato “popolo di Seattle” prima, durante e dopo il suo corteo di protesta.
In Italia però la repressione a tutti i livelli fece il salto di qualità, forse perché l’opposizione alla globalizzazione aveva raggiunto un consenso intollerabile per i democratici capitalisti d’occidente, forse perché il Belpaese “vanta” una lunga tradizione di strategia della tensione da cui trarre insegnamento in caso di tensioni sociali.
Di fatto poliziotti e carabinieri vennero istruiti e indottrinati dalle istituzioni governative italiane in maniera tale da fronteggiare un esercito dotato di armi improprie piuttosto che dei normali manifestanti e vennero riforniti di “strumenti” come i lacrimogeni al gas CS (orto-clorobenziliden-malononitrile) un composto chimico vietato dalla convenzione internazionale sulle armi chimiche di Parigi del 1997 e dei famigerati tonfa, speciali manganelli adottati per l’occasione e ispirati ad alcune armi tradizionali cinesi e giapponesi.
Il resto è quella parte di storia che nonostante i tentativi di Governo, Ministero dell’Interno e vertici della Polizia di negare, minimizzare e insabbiare, è diventata storia nota: la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz e la caserma-lager di Bolzaneto. Per ripercorrere quelle fasi drammatiche esiste un documentario collettivo del 2001 intitolato Genova per noi oltre al film del 2012 Don’t clean up this blood.

Sulla vicenda dei black bloc si è sempre detto tutto e il contrario di tutto ma possiamo solo fare alcune doverose considerazioni. La prima è che pur compiendo atti di violenza e vandalismo non subirono alcun arresto e tornarono a casa senza nemmeno un graffio o un livido procurato dalle forze dell’ordine e questo può significare solo due cose: o che i black bloc giunti a Genova avevano un’organizzazione militare talmente eccellente da evitare o vanificare qualunque intervento di Polizia e Carabinieri o che furono lasciati indisturbati di proposito per screditare l’intero movimento e giustificare le violenze ai danni degli altri manifestanti.
Una seconda considerazione critica riguarda i responsabili politici di sindacati, Partiti e altre realtà strutturate, a cominciare da Rifondazione Comunista, che accantonarono del tutto o in parte i propri Servizi d’Ordine che avrebbero potuto evitare o limitare il fenomeno degli infiltrati e dei provocatori. Storiche a tal proposito le affermazioni di uno dei principali esponenti del Genoa Social Forum, Vittorio Agnoletto, bravissimo medico e attivista ma autore di una grave svista, il quale ebbe a dire:<<Non c’è bisogno dei Servizi d’Ordine, sarà la Polizia a difenderci dai violenti>>. Subito a Genova emerse la domanda, rimasta drammaticamente senza risposta: chi ci difenderà dai difensori?

L’uso politico della violenza poliziesca, la criminalizzazione dei manifestanti e le fake news (ad esempio le bufale delle molotov trovate nella scuola Diaz e dei finti accoltellamenti ai danni dei poliziotti furono ampiamente diffuse da giornali e televisioni e smentite solo molto tempo dopo) sortirono gli effetti sperati: il movimento no-global di fatto si sfasciò e solo in parte confluì in quello pacifista che un paio d’anni dopo avrebbe dato vita alle proteste contro la guerra in Iraq.
Uno dei più grandi “successi” della repressione fu senza dubbio quello di allontanare definitivamente dalle piazze soggetti non militanti, cioè quelle persone non inquadrate in organizzazioni politiche strutturate e movimenti organizzati che a Genova scesero in piazza perché convinti che quel modello a cui si stava andando incontro avrebbe danneggiato la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. I mandanti delle violenze sapevano che a parte la porzione dei manifestanti costituita dallo zoccolo duro dei militanti regolari, il resto difficilmente sarebbe tornato in piazza dopo aver subito da inerme un attacco di quelle proporzioni da parte di un vero esercito.

Chi ha subito violenza ovviamente e giustamente non si accontenterà mai delle lievi condanne emesse dei tribunali italiani a fronte di numerose promozioni e scatti di carriera dei macellai del 2001 per non parlare dei mandanti mai nemmeno sfiorati dalle conseguenze dei fatti. Cosa fare dunque oggi per le vittime, per tutti noi e per i giovani che all’epoca non c’erano? Bisogna cercare di spiegare, difendere e diffondere la verità. La verità riguardante le conseguenze della globalizzazione che drammaticamente sono sotto gli occhi di tutti e naturalmente quella riguardante gli autori delle violenze e i loro burattinai. E mettere in guardia più persone possibile da chi oggi si è scoperto no-global dopo una vita passata in Governi spettatori complici o del tutto asserviti ai poteri forti transnazionali.