L’appello sottoscritto da iscritte e iscritti del Partito Democratico di Matera merita attenzione e rispetto. In un tempo di disaffezione, astensionismo e riduzione della politica a marketing elettorale, il fatto stesso che una parte della base chieda discussione, partecipazione, radicamento, apertura sociale e rigenerazione democratica è una buona notizia.
C’è nel testo una domanda autentica: riportare il partito fuori dalle logiche di corrente e dentro la società reale. È un’esigenza seria, non secondaria. Per questo va accolta senza sarcasmi e senza sufficienza.
Ma proprio perché l’appello è serio, occorre dire con franchezza ciò che manca. Manca il nodo politico decisivo: per fare cosa?
Si parla molto di metodo, poco di strategia. Molto di comunità interna, quasi nulla del modello di sviluppo che ha impoverito territori, lavoro e democrazia. Molto di congresso, poco del contesto storico in cui Matera e la Basilicata si muovono. Il rischio è noto: rifondare l’organizzazione senza rifondare la politica.
Matera oggi non vive in un’isola felice. Vive dentro la nuova questione meridionale: spopolamento giovanile, lavoro fragile, salari bassi, desertificazione produttiva, invecchiamento sociale, servizi pubblici in tensione, aree interne marginalizzate, fuga di competenze, dipendenza crescente da decisioni esterne.
Non è solo un problema locale. È il prodotto di decenni in cui il Sud è stato trattato come area compensativa, mercato passivo o serbatoio elettorale, non come leva strategica nazionale.
La vecchia contrapposizione Nord contro Sud spesso è stata usata in modo propagandistico. Ma anche rimuoverla è un errore. Già Antonio Gramsci spiegava che la questione meridionale non era folklore territoriale: era il cuore irrisolto della costruzione nazionale. Senza alleanza tra lavoro produttivo, ceti popolari e Mezzogiorno, l’Italia sarebbe rimasta incompiuta. Quel nodo è ancora qui, in forme nuove.
Il problema del PD, a Matera come altrove, non nasce solo dalle divisioni locali. Nasce da una lunga ambiguità nazionale: voler rappresentare il lavoro e insieme adattarsi ai paradigmi del neoliberismo europeo; difendere il welfare e insieme accettarne l’erosione; parlare di uguaglianza e insieme considerare inevitabili precarietà, privatizzazioni, finanziarizzazione e centralità del mercato.
È l’eredità della cosiddetta Terza Via: modernizzazione senza giustizia sociale, governismo senza popolo, europeismo senza politica industriale, innovazione senza protezione sociale. Quando una forza progressista smette di nominare il conflitto sociale, prima perde identità e poi perde consenso.
Se il congresso cittadino vuole essere utile, dovrebbe misurarsi almeno su tre livelli:
- Rapporto Nord/Sud – Come si ricuce un Paese duale? Con quali investimenti pubblici, quali infrastrutture sociali, quale fiscalità di sviluppo, quale politica industriale?
- Rapporto Basilicata/Italia – Come si difende una regione piccola da marginalizzazione demografica, estrazione di risorse senza ritorni adeguati, debolezza amministrativa, dipendenza energetica e scarsità occupazionale?
- Rapporto Matera/Basilicata – Quale ruolo per Matera dopo la stagione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019? Turismo rendita o città della conoscenza? Vetrina o nodo territoriale? Cultura come evento o come economia diffusa?
Qui si misura una classe dirigente. Non negli organigrammi. Un PD che volesse davvero rigenerarsi dovrebbe aprire cantieri pubblici su: lavoro stabile e salari dignitosi; diritto dei giovani a restare o tornare; università, ricerca e formazione tecnica; sanità territoriale e welfare di prossimità; acqua, energia e beni comuni; mobilità interna lucana e collegamenti nazionali; rigenerazione urbana non speculativa; nuova politica industriale verde e manifatturiera; uso trasparente di PNRR e fondi europei; contrasto all’autonomia differenziata che aumenta i divari, uscendo definitivamenrte dalle ambiguità del pd nordista.
Matera ha capitale simbolico, reputazione internazionale, patrimonio culturale, capacità civiche sedimentate. Può diventare un laboratorio meridionale di nuova politica democratica: partecipazione reale, cooperazione sociale, innovazione civica, cultura produttiva, mutualismo urbano. Ma questo richiede una scelta netta: uscire dalla gestione dell’esistente.
Agli estensori dell’appello va riconosciuto il merito di aver riaperto una discussione. È già qualcosa, e oggi non è poco. Ma se il congresso si limiterà a ricomporre gruppi dirigenti, aggiornare equilibri interni e redistribuire ruoli, durerà una stagione.
Se invece saprà porre il tema del Mezzogiorno dentro la crisi italiana, della giustizia sociale dentro la crisi democratica, del lavoro dentro la transizione economica, allora potrà servire davvero.
Il punto non è eleggere un segretario in più (o un presidente del consiglio – come nella narrativa banale di queste settimane). Il punto è restituire senso storico alla politica. Ed è da Matera, città di riscatto e contraddizioni, che questo discorso potrebbe ripartire.
