HomePoliticaPaterino. “Schiforma’’ elettorale con liste di ‘’allineati e coperti’’ …

Paterino. “Schiforma’’ elettorale con liste di ‘’allineati e coperti’’ …

Così non va. Con quella norma ipocrita sulle preferenze con i cittadini invitati (ma di malavoglia) a votare su candidati scelti dai partiti. Dopo il danno anche la beffa e con i partiti, a cominciare da quelli di governo, contenti come accaduto a Reggio Calabria https://giornalemio.it/politica/elettori-addio-alle-supplettive-calabresi-votano-solo-2-elettori-su-10-politica-distante-dalla-realta/ che alle urne si siano recati in poco ed è bastato il 51 per cento di quei voti per eleggere un parlamentare. Paradossi? Porcherie? Fate voi. Michele Paterino, e non è la prima volta, sobbalza sulla sedia, batte i pugni sul tavolo e si chiede perché si continua a fare ben poco (aldilà della protesta parlamentare) per frenare l’ennesimo attacco alla democrazia e alla Costituzione. La speranza è che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e che la Corte di Costituzione blocchino quel disegno scellerato di legge truffa, dopo quella arcinota del 1953 che vide come relatore Mario Scelba durante il governo guidato da Alcide De Gasperi. Paterino mette le mani avanti ed elenca tutti i paradossi di una legge elettorale a difesa dell’attuale governo guidato da Giorgia Meloni che, nelle scorse settimane, ha celebrato sul piazzale del porto di Bari il record di longevità. Che rompa gli ormeggi e prenda il largo…l’Italia è a picco per una crisi economica sempre più grave e senza soluzioni concrete e credibili.

LE RIFLESSIONI DI MICHELE PATERINO
La Legge Elettorale. La grande beffa delle preferenze: il cittadino vota, i partiti scelgono.
In questi giorni esponenti del governo ci stanno raccontando che finalmente il potere torna nelle mani degli elettori. Che dopo anni di liste bloccate gli italiani potranno nuovamente scegliere i propri rappresentanti. Che le preferenze sono la prova della ritrovata centralità del cittadino. Peccato che, a guardare come è costruita davvero la nuova legge elettorale, questa narrazione assomigli molto più a uno slogan che a una rivoluzione democratica.
Perché il cittadino potrà sì esprimere delle preferenze. Ma non potrà scegliere chi sarà candidato. E soprattutto non potrà scegliere il capolista, cioè proprio colui che, in molti collegi, avrà la strada praticamente spianata verso il Parlamento. È questo il punto che la propaganda della maggioranza tende accuratamente a lasciare sullo sfondo. Prima ci dicono chi possiamo votare, poi ci lasciano scegliere.
Il meccanismo è semplice. Le segreterie dei partiti preparano le liste. Scelgono i candidati. Stabiliscono chi sarà capolista. E il capolista resta bloccato: non è sottoposto alla competizione delle preferenze. L’elettore potrà indicare fino a tre preferenze tra gli altri candidati. Ma se la lista conquista un solo seggio, quel seggio va al capolista. Non importa quante preferenze abbia ricevuto il candidato che l’elettore avrebbe voluto mandare in Parlamento.
C’è poi un altro dettaglio tutt’altro che secondario. La riforma prevede, se ricorrono le condizioni stabilite, 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per il premio di maggioranza. Sono 105 parlamentari. (17,5% dei componenti l’intero parlamento) E questi seggi vengono assegnati attraverso listini circoscrizionali. Anche qui, dunque, l’elettore non esprime una preferenza personale. La scelta passa attraverso le liste predisposte dai partiti. Così la promessa di restituire agli italiani la possibilità di scegliere i propri rappresentanti si ridimensiona ulteriormente. Perché il problema non è sapere se sulla scheda comparirà una casella nella quale mettere una preferenza. Il problema è sapere quanto quella preferenza sarà realmente determinante per stabilire chi siederà in Parlamento.
La domanda quindi è: quanti parlamentari saranno effettivamente scelti attraverso le preferenze? Ed è qui che la realtà rischia di essere molto diversa dalla rappresentazione politica della riforma. Il primo seggio è già deciso. Il meccanismo è semplice. Se una lista conquista un solo seggio in un collegio, quel seggio va al capolista. L’elettore può esprimere le proprie preferenze, ma esse non possono cambiare il risultato: il candidato collocato al primo posto dalla segreteria entra comunque in Parlamento. Se invece la lista conquista due seggi, il primo va al capolista e soltanto il secondo viene assegnato sulla base delle preferenze. Con tre seggi, uno è del capolista e gli altri due sono contendibili. E così via. La conseguenza è evidente: la preferenza diventa realmente decisiva soltanto dal secondo seggio conquistato dalla lista nello stesso collegio.

Il Parlamento italiano è composto da 600 parlamentari. Il nuovo sistema introduce come già evidenziato un premio di governabilità che può portare all’elezione di 105 parlamentari, attraverso liste specifiche. A questi si aggiungono i capilista bloccati nei collegi. Dall’altra parte ci sono i candidati che, conquistando un seggio successivo al primo della propria lista, possono effettivamente essere scelti attraverso le preferenze. La quantità finale non è un numero fisso: dipenderà dalla distribuzione dei voti nei singoli collegi. Ma le simulazioni effettuate sulla base dei risultati elettorali precedenti indicano che gli eletti effettivamente determinati dalle preferenze potrebbero collocarsi all’incirca nell’ordine del 20-30 per cento del Parlamento, a seconda dello scenario. Questo significa che, in uno scenario intorno al 30 per cento, circa 180 parlamentari su 600 sarebbero determinati dalle preferenze. Gli altri 420 arriverebbero in Parlamento senza che l’elettore abbia potuto scegliere personalmente tra i candidati della stessa lista. Se invece la quota effettiva fosse vicina al 20 per cento, i parlamentari realmente determinati dalle preferenze sarebbero appena 120 su 600. Sono numeri che dovrebbero far riflettere.
È davvero questo il massimo della partecipazione che la politica è disposta a concedere ai cittadini? Non mi meraviglierei se qualche esponente del governo affermasse che il cittadino è sovrano, ma solo fino a un certo punto !!!. E’ evidente che si tratta una scelta politica deliberata. un compromesso nel quale i partiti di governo concedono agli elettori alcune preferenze, ma si riservano ancora una parte decisiva della scelta dei parlamentari. Il Senato ha infatti respinto la proposta dell’opposizione che avrebbe eliminato il capolista bloccato, approvando invece la soluzione sostenuta dalla maggioranza.
La Costituzione dice una cosa semplice e solenne: ”La sovranità appartiene al popolo”. Non appartiene alle segreterie dei partiti. I partiti sono strumenti fondamentali della democrazia rappresentativa. Ma non possono diventare il luogo nel quale la volontà popolare viene sostituita dalla volontà dei gruppi dirigenti. E qui sta il nodo. Il cittadino non dovrebbe essere chiamato semplicemente a ratificare scelte compiute altrove.
Dovrebbe poter scegliere. Sapere chi sono i candidati. Confrontarsi sulle loro idee. Scegliere tra loro. E sapere che il proprio voto personale può determinare chi entrerà in Parlamento. Non dovrebbe trovarsi davanti a una lista nella quale il primo nome è sostanzialmente sottratto alla sua possibilità di scelta.
La democrazia non si misura contando quante preferenze sono consentite sulla scheda. Si misura contando quanto potere reale viene lasciato all’elettore. Se posso scegliere soltanto tra candidati selezionati da altri, la mia libertà di scelta è già stata delimitata. Se il candidato che occupa il primo posto è blindato, la mia preferenza non può incidere su quella scelta. Se esistono listini nei quali l’ordine dei candidati è determinato dal partito, ancora una volta la mia possibilità di intervento è limitata. E allora la domanda diventa inevitabile: si sta davvero restituendo sovranità agli elettori oppure stanno semplicemente restituendo loro una piccola parte del potere che le segreterie dei partiti avevano sino ad ora monopolizzato?
Ed è proprio qui che, secondo me, la discussione sulla nuova legge diventa una discussione sulla qualità della democrazia rappresentativa, non semplicemente una disputa tecnica sulle formule elettorali.
E c’è un aspetto ancora più preoccupante. In Italia l’affluenza alle elezioni politiche è scesa dal 73% circa del 2018 al 63,9% del 2022, il minimo storico per una consultazione politica nazionale. Se continuiamo a dire ai cittadini che sono sovrani, ma poi costruiamo sistemi nei quali la loro scelta incide soltanto su una parte minoritaria degli eletti, non dovremmo sorprenderci se qualcuno comincia a chiedersi: “Perché dovrei andare a votare, se gran parte di quelli che entreranno in Parlamento è già stata scelta dai partiti?” Il rischio più grave non è che l’elettore voti per il partito sbagliato. È che smetta di votare. Perché una democrazia vive della partecipazione dei cittadini. E la partecipazione si alimenta con una cosa molto semplice: la certezza che il proprio voto conti davvero. Non basta mettere una preferenza sulla scheda per poter dire di aver restituito la sovranità al popolo.

Una riforma fatta per i cittadini avrebbe avuto il coraggio di fare un’altra cosa. Una vera riforma della rappresentanza avrebbe potuto partire da un principio molto più semplice: nessun candidato dovrebbe essere eletto prima che gli elettori abbiano avuto la possibilità di sceglierlo. Niente capilista intoccabili. Niente candidature decise nelle stanze delle segreterie senza un effettivo controllo democratico. Niente listini utilizzati per garantire seggi ai fedelissimi. E, soprattutto, procedure trasparenti e democratiche per la selezione dei candidati. Perché se il cittadino deve votare, deve anche poter scegliere chi votare.
Altrimenti il rischio è che il voto diventi semplicemente l’ultimo passaggio di una procedura cominciata molto prima, nelle sedi dei partiti. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di sovranità dell’elettore e quindi riguarda un principio democratico che dovrebbe stare a cuore a tutti.
E allora, per concludere, la domanda da rivolgere a tutte le forze politiche è una sola, semplice ma decisiva: vogliamo elettori che scelgono i parlamentari o segreterie di partiti che scelgono i parlamentari?
Matera, settembre 2026 Michele Paterino

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