Capitali mediterranee della cultura e del dialogo per il 2026; eppure, non sembra ancora essere maturata una consapevolezza critica proporzionata alle domande che essa avrebbe potuto e dovuto sollevare. Non è cresciuta abbastanza, innanzitutto, la riflessione sul possibile ruolo di Matera nelle relazioni meridiane: non soltanto città culturale, destinazione turistica o palcoscenico internazionale, ma città di confine e di connessione, collocata tra la Basilicata e la Puglia, tra le aree interne e il mare, tra il Mezzogiorno italiano e il più vasto spazio mediterraneo.
E non è stata adeguatamente interrogata Tétouan: non una semplice città “gemella”, non uno sfondo esotico da aggiungere alla programmazione culturale, ma una comunità marocchina attraversata da fragilità sociali, disuguaglianze, tensioni e aspirazioni. Una città che si trova a meno di quaranta chilometri da Ceuta, da uno dei confini più drammatici e controversi del Mediterraneo contemporaneo. A Ceuta non si incontrano soltanto due territori. Si scontrano libertà di movimento profondamente diseguali, memorie coloniali non elaborate, interessi economici, politiche europee di contenimento e vite umane costrette a esporsi a rischi estremi. Quel confine rivela ciò che la retorica del dialogo tende troppo spesso a nascondere.
Come si può parlare seriamente di cultura mediterranea senza guardare quel confine? O celebrare il dialogo senza interrogare le condizioni materiali che lo rendono possibile per alcuni e quasi impossibile per altri? E costruire una relazione tra Matera e Tetouan senza ascoltare le comunità, i giovani, le donne, i lavoratori, i giornalisti indipendenti e le persone che hanno conosciuto direttamente l’esperienza della migrazione? Finora non sembra che si sia oltrepassata la logica consueta dell’evento: programmi, cerimonie, scambi istituzionali, iniziative concentrate nel tempo. Tutto può avere una sua utilità. Ma non basta aggiungere qualche appuntamento a un calendario. Vogliamo capire se Matera–Tétouan possa lasciare dietro di sé relazioni durature, conoscenza reciproca, capacità critica e una più consapevole collocazione di Matera nel Mediterraneo.
Ceuta non è una vicenda lontana. Il suo confine attraversa, in forme diverse, anche le nostre città. Lo ritroviamo nella separazione tra chi può abitare e chi viene espulso dai centri urbani; tra chi può scegliere di partire e chi è costretto a farlo; tra chi gode pienamente dei diritti di cittadinanza e chi rimane sospeso in una condizione di precarietà amministrativa, lavorativa e sociale.
Lo ritroviamo nelle campagne meridionali, dove una parte del lavoro agricolo continua a dipendere da manodopera migrante scarsamente tutelata. Nei servizi di cura, nella ristorazione, nell’edilizia e nella logistica. Nelle attività indispensabili alla nostra vita quotidiana, svolte spesso da persone delle quali preferiamo non vedere le condizioni di lavoro e di esistenza.
È dentro questa rimozione che trova spazio la parola “remigrazione”. Presentata come una soluzione semplice, essa non riguarda soltanto il rimpatrio di persone prive di titolo di soggiorno. Nella cultura politica delle nuove destre europee tende a diventare un progetto più vasto di esclusione e di selezione della popolazione, fondato sull’idea che la società possa recuperare una presunta purezza originaria. Ma le identità pure non sono mai esistite. Tanto meno nel Mediterraneo. Le città, le lingue, le culture, le economie e persino le cucine mediterranee sono il risultato di incontri, conflitti, contaminazioni e migrazioni. Difendere un’identità “impura” non significa cancellare le appartenenze. Significa riconoscere che ogni comunità vive perché si trasforma e che nessuna identità può essere custodita separandola dalle relazioni che l’hanno generata.
La remigrazione propone una falsa via d’uscita dalle insicurezze contemporanee: attribuisce agli ultimi la responsabilità delle disuguaglianze prodotte da processi economici e politici assai più potenti. Trasforma la sofferenza sociale in ostilità etnica. Mette in competizione il lavoratore povero con il migrante povero, lasciando fuori campo le strutture che impoveriscono entrambi. Un dialogo mediterraneo degno di questo nome dovrebbe avere il coraggio di dirlo. Di fronte a tutto questo, lo scoramento è comprensibile. Nasce dalla distanza tra le parole e le pratiche, dalla ripetizione di eventi che raramente modificano i rapporti reali, dalla sensazione che le decisioni vengano assunte altrove e che le comunità siano chiamate soltanto ad assistere.
Lo scoramento nasce anche dalla sproporzione tra i problemi e le nostre forze. Le guerre continuano. Il Mediterraneo viene militarizzato. Le tecnologie più avanzate, compresa l’intelligenza artificiale, vengono impiegate anche nella sorveglianza delle frontiere e nella costruzione di nuovi sistemi d’arma. La crisi climatica rende più fragili territori già impoveriti, distrugge lavoro, aggrava le disuguaglianze e alimenta nuove migrazioni. Come può una rete civica, un quartiere, un’associazione o un piccolo laboratorio culturale misurarsi con processi di questa ampiezza? Forse il primo passo è non chiedere alle esperienze locali di risolvere da sole problemi globali. Ma neppure considerarle irrilevanti.
Lo scoramento diventa paralisi quando ci convinciamo che esistano soltanto due possibilità: cambiare tutto immediatamente oppure non fare nulla. Tra queste due estremità esiste invece lo spazio dell’azione collettiva, della ricerca condivisa e della costruzione paziente di istituzioni comunitarie; tornando a fare esperienza della possibilità. Le esperienze della cooperazione sociale mostrano, pur con limiti e contraddizioni, che l’impresa può essere orientata alla produzione di lavoro, alla cura e al benessere collettivo, non esclusivamente al profitto. Esperienze urbane come Spin Time dimostrano che persino una crisi abitativa può diventare occasione di organizzazione comunitaria, autorecupero, formazione, produzione culturale e costruzione di nuove competenze. Non modelli da copiare meccanicamente, ma pratiche da conoscere e discutere.
La difesa della cosa pubblica come bene comune ci ricorda che le istituzioni non appartengono a chi temporaneamente le governa. Possono essere riaperte alla partecipazione, sottoposte al controllo civico e ricondotte alla responsabilità verso i territori. Sono esperienze differenti, ma contengono una stessa indicazione: una comunità reagisce quando smette di considerarsi soltanto destinataria di decisioni e torna a riconoscersi come soggetto capace di conoscere, deliberare e agire.
È precisamente questo il terreno sul quale Matera–Tétouan potrebbe acquistare un significato diverso. Non soltanto spettacoli ospitati nelle due città, ma gruppi permanenti di ricerca e di lavoro tra quartieri, scuole, associazioni, università, operatori sociali e giornalisti. Non una generica celebrazione delle culture, ma un confronto sulle condizioni dell’abitare, sul lavoro giovanile, sulle migrazioni, sull’acqua, sulla crisi climatica, sulla libertà dell’informazione e sulle disuguaglianze. Non Matera che “dà voce” a Tétouan, secondo una postura paternalistica, ma comunità che si guardano, si interrogano e accettano di trasformarsi reciprocamente.
Che cosa resterà nel 2027: rapporti, conoscenze prodotte; quali giovani continueranno a lavorare insieme, quali comunità avranno conquistato nuovi strumenti di parola e di iniziativa. Matera potrebbe assumere un ruolo meridiano proprio cominciando da qui: riconoscendo di non essere il centro del Mediterraneo, ma uno dei luoghi dai quali è possibile osservarlo, interrogarlo e costruire relazioni: uno sguardo capace di collegare Ceuta ai nostri quartieri, le migrazioni internazionali allo spopolamento del Mezzogiorno, la crisi climatica alla giustizia sociale, l’identità alla mescolanza, la cultura alle condizioni materiali della vita. Il Mediterraneo non ha bisogno di un’altra rappresentazione pacificata di sé. Ha bisogno di luoghi nei quali le sue contraddizioni possano essere nominate senza trasformarsi immediatamente in nuove contrapposizioni. Matera potrebbe contribuire a creare uno spazio pubblico nel quale le domande non vengano rimosse.
La reazione collettiva comincia da gesti apparentemente limitati: costruire conoscenza indipendente; tenere aperti luoghi di discussione; mettere in relazione esperienze che restano isolate; dare continuità agli incontri; verificare pubblicamente gli impegni delle istituzioni; coinvolgere le persone non come pubblico, ma come autrici.
La Rete dei Quartieri materani potrebbe accompagnare una ricerca pubblica. Per raccogliere materiali, ascoltare esperienze, formulare domande e verificare se, dietro la retorica dell’evento, sia ancora possibile costruire una relazione mediterranea reale. Ma anche la Fondazione Matera 2019 – che formula e propone il calendario dell’anno – dovrebbe finalmente uscire dalla gabbia ideologica dell’evento (prevalentemente pilotato e finanziato direttamente dalla burocrazia governativa e regionale!). Guadagnarsi autonomia e rispetto per la comunità materana. È così che si reagisce allo scoramento: non attendendo che ritorni la fiducia, ma costruendo insieme ragioni concrete per tornare ad averne.
