Il partito” per antonomasia oggi avrebbe compiuto 100 anni esatti, da quella nascita tormentata a Livorno del 21 gennaio del 1921.  A 69 anni è stata messa fine alla sua esistenza (12 novembre 1990- Bolognina) da una classe politica in pieno panico per la caduta del muro di Berlino e decaduta poi in una veloce quanto imbarazzante dismissione culturale e politica che ha portata alla singolare condizione di una Italia, unico paese in Europa a non avere più una sinistra ne comunista e ne socialista. Dopo averne avuta la più forte del campo occidentale.

Infatti, dopo lo scioglimento del PCI si è assistito ad un disperante fallimento di tutte le esperienze subordinate (sempre più edulcorate) che ne scaturirono (dal Pds ai DS, al PD e alla stessa Rifondazione comunista) con un depauperamento di quell’enorme patrimonio umano che si era raccolto intorno a quel progetto iniziale di cambiare il mondo e di un radicamento di massa che andava oltre la politica.

E non poteva essere altrimenti dal momento che si è cominciato a dismettere la “cassetta degli attrezzi” di quella storia, ovvero quella che prevede di collocarsi sempre e comunque dalla parte dei lavoratori, anche quando ciò comporti una sconfitta.

Molti degli attuali adulatori di Berlinguer, che amano fregiarsi della patente di riformisti, dimenticano che per lui il PCI era e doveva rimanere il partito della classe operaia, dei lavoratori. Fino alle sue ultime emblematiche scelte: vertenza Fiat del 1980 e referendum sulla scala mobile del 1984.

La ubriacatura del liberismo e un “così fan tutti” adottato dopo la Bolognina, hanno creato l’aridità politica per la praticabilità di una ricostituzione culturale e di rappresentanza delle istanze dei lavoratori. Che sono stati tragicamente lasciati in balia del mercato e di tutte “le riforme” che sono andate a smantellare tutte quelle conquiste realizzate negli anni di una consapevolezza di massa inedita ed esaltante. Riforme a perdere, spesso teorizzate e realizzate da chi avrebbe dovuto fare l’esatto opposto.

Ma allora, quel 21 gennaio in cui i rivoluzionari di Gramsci e Bordiga furono costretti -dalla sconfitta appena subita all’interno del Goldoni di Livorno al congresso del Partito socialista- a trasferirsi verso il fatiscente teatro San Marco, dove fondarono il Partito comunista d’Italia, sbagliarono tutto?  Fu un errore della storia e  persino il socialismo è morto e sepolto?

C’è chi lo scrive e lo pensa. Eppure, se vi guardate intorno un’ansia per una “assenza”, un “vuoto” sia culturale (per l’assenza tragica di un pensiero alternativo allo status quo) che di rappresentanza (per l’assenza di un soggetto politico che sappia incarnare altrettanto bene come fece il PCI tali ansie e vuoto).

Basta guardarsi intorno per vedere come siano in tanti a celebrare questo centenario. Decine di libri in uscita in queste settimane, pubblicazioni varie, ricostruzioni, amarcord, testimonianze di chi ha vissuto questa esperienza esaltante dal punto di vista umano, culturale e politico. E c’è perfino chi coglie l’occasione per una sorta di rivincita nei confronti dei fondatori di quel gran partito protagonista della più grande esperienza di alfabetizzazione politica di massa della storia del nostro Paese.

Ma tant’è e dimostra l’importanza di quell’evento che ha profondamente inciso sulla storia del novecento italiano.

Circola anche la balla secondo cui sarebbe stata la scissione di Livorno a propiziare l’ascesa del fascismo. Mentre è vero che quel nucleo di rivoluzionari intransigenti rimase quasi da solo a reggere l’opposizione organizzata durante quel nero ventennio (molti dei quali finirono al confino o in prigione). E poi ebbero un ruolo determinante nella struttura politico-militare del movimento partigiano e in migliaia di comunisti morirono combattendo.

Senza quella speranza rivoluzionaria, senza quella fede nella redenzione degli oppressi, sarebbe stato difficile affrontare sino al sacrificio della propria vita quella prova. Certo, anche tanta utopia che -non dimentichiamolo mai- è stata sempre una gande leva per fare la storia.

L’utopia di un mondo migliore di quello in cui vivevano allora i lavoratori e che portò (sulla spinta della Rivoluzione russa del 1917, dove era accaduto quello che si pensava impossibile) in tante parti del mondo ad una presa di coscienza di enormi masse popolari e perseguire la propria liberazione dalle catene dello sfruttamento.

Utopia che andrebbe coltivata anche oggi in questo mondo sempre peggiore in cui domina la finanza, il capitalismo più becero senza un freno alcuno a tutela degli interessi dei popoli e dei lavoratori in particolare. Un mondo in cui una minoranza detiene la ricchezza che dovrebbe essere invece di tutti. Un mondo che sta andando al macero, con un serio declino verso l’estinzione.

Davvero a fronte di tutto questo si pensa che quel pensiero rivoluzionario sia démodé?  Davvero si pensa che i giochi di borsa debbano continuare a determinare il nostro destino quotidiano? Che non c’è proprio nulla da fare,  come ci si continua a ripetere per convincerci?

Ebbene non è così. Come la storia dimostra, il futuro è nelle mani dei popoli che possono cambiarla. Volendolo. Basta crederci, studiare, organizzarsi. Che le leggi dell’economia sono fatte dagli uomini, non esistono in natura. E per questo possono essere cambiate. Rivoluzionate.

Ma servirebbe un pensiero alternativo a quello dominante che sembra non avere rivali. Ed invece c’è ed ha dimostrato in passato di fare gli interessi dell’Italia e dei lavoratori.

Ed insieme ad un pensiero politico, una cultura ed una prassi coerente ad essi, servirebbe un “partito” in grado di inverarli nella società. Ma uno vero, non come i fac simile che si agitano davanti a noi come dei prodotti da supermarket.

Ecco, questo sarebbe il vero rendere onore a Berlinguer e a chi prima di lui, sin da quel 21 gennaio del 1921, ha dato vita a quella straordinaria casa dei lavoratori e democratici italiani, certamente irripetibile.

Ma a tenerla come esempio questo si.