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Occhio alle derive autoritarie…Il ‘900 insegna. Lezione al Museo del Comunismo e Resistenza

A sfogliare a ritroso nel tempo le pagine della storia, dei fatti e dei misfatti del ‘900 c’è solo da imparare e da tener d’occhio le derive autoritarie, che cancellano sul campo spazi di libertà e soffocano nel sangue chi aveva diritto a portare avanti il futuro della propria terra, come gli indiani – ma è esatto dire i pellirosse -d’America, confinati in riserve e ridotti all’ubriachezza dell’acqua di fuoco (whisky) per quello Stato a stelle e strisce… di sangue e sani principi, di affari, per sfruttare risorse e manodopera.E’ solo l’incipit della prima lezione che Francesco Calculli, direttore del Museo della Resistenza e del Comunismo di Matera, sulla prima delle lezioni di storia del Novecento ”Pensiero in Movimento” che va alle radici della crisi della democrazia liberale, affermazione delle destre estreme e la vittoria delle oligarchie. E proprio queste ultime hanno fatto segnare un grande ritorno sulla scena, sempre più tragica, di attacco alle democrazie, con gli apripista dei sovranismi, nazionalismi, protagonismi e la leva del controllo dell’informazione e dell’innovazione. Guarda caso in mano a pochi privati, oligarchi, miliardari in dollari o, peggio, in cybervalute. Occhio alla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, che compie quest’anno 80 anni. E occhio alla palese di ipocrisia di un governo a guida sovranista che ” se ne frega” della sovranità popolare.La seconda lezione, del 21 marzo, è dedicata al fondatore del Pci Antonio Gramsci.

“Pensiero In Movimento – Lezioni di Storia sul Novecento”. 21 febbraio 2026 – Museo del Comunismo e della Resistenza di Matera Lezione 1: LE RADICI DELLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE TRA TURBO CAPITALISMO , AFFERMAZIONE DELLE DESTRE ESTREME, E VITTORIA DELLE OLIGARCHIE
di Francesco Calculli. La democrazia per millenni la si è considerata non il migliore , ma il peggiore tra i sistemi di reggimento delle società umane o, almeno, una formula di governo insufficiente, da sola , a dare buona prova di sé. Ha fatto scuola il giudizio di Platone : essere la democrazia il regime in cui il popolo è adulato, piuttosto che educato. Persino Alexis De Tocqueville , il primo grande studioso della democrazia degli Stati Uniti d’America e che la definì: « Questa rivoluzione sociale, il solo fatto interamente nuovo del mondo moderno… Le sue conseguenze cominciano a farsi sentire perchè essa penetra nella vita politica di tutto il mondo occidentale » ; non poteva non sorprendersi di fronte a quell’enorme catastrofe che gli studiosi hanno chiamato « l’olocausto dei nativi americani » , un genocidio che per durata e dimensioni fu uno dei più disastrosi nella storia dell’umanità e che segna alla radice e in maniera indelebile lo sviluppo non solo della democrazia americana, ma di tutto l’Occidente. Così scriveva De Tocqueville nei suoi appunti di viaggio del 1831: «Tutte le tribù indiane che un tempo abitavano il territorio della Nuova Inghilterra, vivono soltanto nel ricordo degli uomini . Ho incontrato gli ultimi Irochesi : chiedevano l’elemosina » ; e registrava in questo modo le parole di « onesti cittadini » che la sera , seduti tranquillamente attorno al fuoco, si dicevano : « Ogni giorno il numero degli Indiani diminuisce », a causa dell’acquavite che distribuivano loro. E aggiungevano : « Questo mondo ci appartiene… Dio , rifiutando ai suoi primi abitatori la facoltà di civilizzarsi , li ha fin dall’inizio destinati a una distruzione inevitabile . I veri proprietari di questo continente sono quelli che sanno approfittare delle sue ricchezze » . Pertanto il « We the People » , espressione con cui inizia il preambolo della Costituzione americana ispirato alla democrazia irochese, ha prodotto fin da subito i suoi scarti , da distruggere , da respingere, da deportare nelle riserve. Un dato significativo va ricordato : se soltanto nel 1920 viene concesso il diritto di voto alle donne, occorre attendere il 1924 affinché negli Stati Uniti venga concessa la cittadinanza americana agli Indiani. Di conseguenza la democrazia avrebbe aperto a nuove mistificazioni, a nuovi inganni, a nuove prepotenze , non meno crudeli di quelle del passato, per di più con la sicumera derivante dalla pretesa d’essere il regime amico del popolo . Eppure dalla fine dell’Ottocento a oggi , una storia dunque piuttosto recente , il giudizio sulla democrazia si è rovesciato. La democrazia , sia pure solo a piccoli passi e con le terribili parentesi autoritarie e totalitarie del secolo scorso , le quali , al loro crollo, non hanno fatto che rilanciarla con nuova forza, ha percorso una marcia inarrestabile. Le due guerre mondiali del secolo scorso le hanno infine spalancato una strada trionfale. La sconfitta dei regimi militaristi degli Imperi centrali nella prima, e dei totalitarismi fascisti e nazisti , nella seconda , non lasciava alternative. « Ondate democratiche » si sono susseguite e hanno travolto progressivamente i residui regimi autoritari che, nell ‘Occidente europeo, erano sopravvissuti alla sconfitta bellica dei loro partner totalitari, e hanno raggiunto anche i paesi dell’Est , al momento del crollo del comunismo sovietico. Nel nostro mondo politico – culturale , alla democrazia nessuno, oggi , oserebbe contrapporre un altro ideale di governo. La democrazia , come parola, non ha nemici, a parte il fascismo, l’unica ideologia che si pone come alternativa radicale alla democrazia stessa. Come scrive lo stesso Mussolini, nella voce Fascismo dell’Enciclopedia Treccani (1932), curata dal filosofo fascista Giovanni Gentile:« Il Fascismo è contro la democrazia! ll Fascismo respinge tutto il complesso delle ideologie democratiche.Il Fascismo afferma la diseguaglianza irrimediabile, feconda, e benefica degli uomini. Il Fascismo respinge la menzogna dell’egualitarismo politico! ». Ora, se qualcuno di voi stesse pensando:« E l’Unione Sovietica di Stalin?». Può sembrare paradossale ma loro la chiamavano democrazia, anche se non corrispondeva all’idea di democrazia che abbiamo noi oggi, ma nel senso di come la intendevano gli antichi greci, vale a dire del potere ( Kratos) che schiaccia i nemici del popolo. Pertanto nessuno potrebbe ora o per ora proclamarsi apertamente antidemocratico o anche solo a – democratico, come quelli che si dicono a-fascisti , essendo fascistoidi e, allo stesso tempo , candidarsi a un ruolo politico significativo. Rimossa la democrazia, non c’è sistema di governo che si possa dire legittimo . Democrazia è il biglietto d’ingresso alla vita politica. E’ anche indicativo che della democrazia semplicemente se ne pervertono gli istituti, erodendoli, manipolandoli, corrompendoli dall’interno in molti modi utili a piegarli ai propri fini , senza contestarli , anzi spesso esaltandone retoricamente il valore, una volta che lì si sia potuti alterare tramite abusi. Perfino un piano di rovesciamento della costituzione nel nostro Paese, elaborato segretamente da una struttura segreta la loggia massonica P2 mirante a promuovere con la corruzione delle istituzioni dal loro interno un regime autoritario, incentrato su un capo di governo eletto dal popolo, dotato di pieni poteri, cioè sottratto al libero controllo del parlamento, magistratura e opinione pubblica , partiti e sindacati , si autodefinì « piano di rinascita democratica» Così nella meno impegnativa delle ipotesi, si parla di post- democrazia, nel senso di « meno impegnativa », perché in questo modo ci si dice che non si è più in democrazia , senza dire però dove si è andati a finire. Con espressione sintetica, comprensiva di numerosi fattori degenerativi, si parla di «democrazia di poca o senza qualità ». Un’espressione carica di oscuri presagi allude a processi degenerativi in corso , « tardo democrazie »: siamo ancora in democrazia, ma al suo tramonto. Altri hanno parlato di « democrazia manipolata» o « tenuta a bada» , espressione, questa, che apre uno squarcio dal quale s’intravede « lo spettro di un totalitarismo alla rovescia». Nell’uso è poi entrata la parola, orrenda in sé e per quel che suggerisce,« democratura» , sul significato della quale non occorre spendere parola. Non mi convince anche la parola autocrazia, che se uno guarda il dizionario di politica di Bobbio e Matteucci trova che non ha un contenuto né concettuale né storico, anzi è una parola propagandistica perché non esiste il potere assoluto di un singolo, esistono élite dirigenti, esistono tanti fenomeni concreti di cui non ci si dà pensiero quando si vuole portare ideologicamente il proprio modello in casa altrui . Tutte queste definizioni sono la conclusione di ragionati e documentati esami delle condizioni attuali delle società che si autodefiniscono democratiche, esami condotti secondo parametri dettati dall’evidenza: elezioni e loro regolarità, associazionismo politico, pluripartitismo, libertà d’informazione, garanzia dei diritti fondamentali , eccetera. Così è anche quando la parola democrazia si specifica denotandola con aggettivi specificativi, come nel caso della democrazia liberale, democrazia sociale, democrazia socialista, democrazia popolare. Queste democrazie esprimono ideali politici. Questo, per quanto riguarda la parola , ma che dire circa l’ideale che essa contiene e trasmette? Nel tempo del governo secolarizzato , cioè non assistito da una garanzia divina, la democrazia è l’unico regime nel quale i governanti possono dire di sé di agire disinteressatamente . Essi possono pretendere d’essere considerati mandatari , rappresentanti e benefattori del popolo che li ha voluti. Il loro potere è in nome , per conto, nell’interesse altrui. Possono dire di compiere una missione a favore degli altri , di agire per «servizio» del popolo, non per il piacer proprio , ma per il bene di tanti o di tutti. Ma, alla prova dei fatti, c’è coincidenza tra ideali e realtà , tra progetto e realizzazione? Il nostro non è il tempo della cieca apologia. Democrazia perché ? E’ una domanda che pare rovesciare in un colpo solo tutte le acquisizioni di valore della democrazia. Gli interrogativi sulla democrazia e sul suo futuro , ovviamente, non sono nuovi. Già la nascita delle civiltà ha suscitato la formazione di società dualistiche in cui esistono due classi di persone: quella dei governanti e l’altra dei governati. La prima forma la minoranza che adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti; la seconda, costituita dalla maggioranza, è diretta dalla prima e ha il compito di fornire i mezzi materiali per la sopravvivenza dell’ « organismo politico» e di una burocrazia che è caratteristica di ogni civiltà dualistica.« Espressione istituzionale dell’alienazione dell’interesse privato e dell’interesse generale» , come scriveva Marx , essa permette di dare un volto anonimo alle dominazioni . Dal punto di vista politico la burocrazia è un sistema di governo che presenta tre caratteri fondamentali : un apparato statale formato da funzionari nominati e non eletti; questo corpo di funzionari, organizzato gerarchicamente, dipende da un’autorità suprema; un simile tipo di governo esclude al massimo la partecipazione dei cittadini e cerca , anzi, il loro controllo e la loro integrazione. Il carattere dualistico, alienato, repressivo, delle società burocratiche non cambia se il regime politico è una monarchia di diritto divino, un totalitarismo fascista, o una democrazia rappresentativa. Rousseau, l’ideologo di quella democrazia nella quale ognuno « obbedendo alla volontà di tutti, non obbedisce che a se stesso», nel Contratto sociale aveva messo in guardia contro le insidie della burocrazia che «… già a partire dalla nascita della democrazia , tende incessantemente a distruggerla, analogamente a come la vecchiaia e la morte distruggono il corpo degli esseri umani » . Addirittura, i teorici moderni della «democrazia», non contenti di combattere Marx , se la sono presa anche con Rousseau e hanno cambiato completamente il concetto di democrazia , togliendogli l’essenziale: la partecipazione alla presa delle decisioni. Nel libro di Schumpeter, «Capitalismo , socialismo e democrazia» del 1943, la democrazia viene semplicemente definita come una tecnica di governo, soggetta, nè più nè meno di ogni altra tecnica , unicamente al criterio dell’efficienza. Pertanto in questo primo ventennio del XXI secolo, l’avversario principale della democrazia non è più, come per Robespierre, l’aristocrazia, ma è la partecipazione del popolo. Di solito, la democrazia viene concepita sul modello del mercato capitalistico e da essa si attendono le stesse virtù: il cittadino, assimilato al consumatore, deve avere la possibilità di scegliere fra diverse politiche, proprio come sceglie fra diverse merci. Ma allora c’è democrazia quando c’è competizione, opposizione, pluralità di partiti, proprio come sul mercato c’è competizione fra gli imprenditori nell’offerta dei loro prodotti. Il cittadino deve dunque scegliere fra programmi prefabbricati e la sua «partecipazione» si esprime solamente quando , ogni tre o cinque anni, egli vota per un eletto o un capo. Ma è una concezione negativa e difensiva della democrazia, che viene qui confusa con il regime rappresentativo: negativa nel senso che solo dopo la decisione, alle prossime consultazioni, l’elettore può dire « no» al suo rappresentante; difensiva nel senso che in questo sistema il cittadino ha il diritto di reagire ma non di agire. In questa prospettiva , la « partecipazione» si riduce a una tecnica di persuasione: tutto quello che c’è da fare è dare all’elettore la sensazione della partecipazione, che accetti le decisioni prese , senza di lui, dai suoi dirigenti. Se oggi si combatte con tanta violenza non solo Marx ma anche Rousseau, è perché essi non hanno mai confuso la democrazia con il sistema rappresentativo , fondandola invece, , per lo meno una democrazia non alienata, sulla partecipazione effettiva alla presa delle decisioni. Ciò implicava anzitutto che non ci si limitasse a una definizione formale della democrazia , secondo cui l’uguaglianza sarebbe determinata dal puro e semplice fatto che ognuno ha diritto a un voto . Prima Rousseau e poi Marx hanno sottolineato che, per fondare una democrazia , sono necessarie determinate condizioni economiche . Rousseau diceva, nel Contratto sociale, che « nessun cittadino deve essere tanto ricco da poterne comperare un altro, ma nemmeno così povero da essere costretto a vendersi». Pensava dunque a una democrazia in cui ognuno avesse almeno una proprietà , per quanto piccola , tale però da garantirgli la sua indipendenza. In un’epoca in cui la concentrazione capitalistica e la proletarizzazione di milioni di uomini rendeva utopistica una simile concezione, Marx, portando fino alla sua conclusione quel principio concreto , che cioè il denaro dà la libertà a chi lo possiede e ne spoglia chi non lo possiede , ha dimostrato che solo la socializzazione dei mezzi di produzione avrebbe potuto impedire la dipendenza di chi non li possiede verso chi li possiede. Su questa base, una democrazia diventa possibile: non formale , ma reale. La democrazia non è più allora soltanto una tecnica di organizzazione del potere centrale: essa ha un ruolo educativo quando ogni cittadino , alla base, fa attraverso essa l’apprendistato dell’atto sociale di decidere, diventa cioè un cittadino attivo. Già De Tocqueville faceva vedere, trattando della democrazia americana delle origini, che la partecipazione diretta alle istituzioni locali è la scuola del cittadino veramente attivo. Questa concezione del potere locale, nelle situazioni attuali della nostra società è diventata altrettanto utopistica quanto l’ideale del piccolo proprietario in Rousseau. Ma il principio ha ancora la sua validità ed è da realizzare, pur nelle attuali situazioni radicalmente nuove, se non si vuole lasciare cadere ciò che, per Lenin, dopo Marx , era e ancora è la caratteristica principale della democrazia socialista e quindi del comunismo: « che ogni casalinga possa governare lo Stato , che ogni cittadino impari a pensare e agire da uomo di Stato». Che sulla democrazia, incomba il pericolo del disfacimento, è un dato d’esperienza che non può essere negato. E’ necessario prendere atto di questo apparente paradosso : mentre per secoli, democrazia è stata la parola d’ordine degli esclusi dal potere per contestare la dittatura dei potenti; ora sembra diventare l’ostentazione di questi ultimi per rivestire la propria supremazia. Quando si sente esclamare con fastidio: «tanto sono tutti uguali» ( quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini , che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l’occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? L’esito potrà essere l’astensione o l’adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un distacco. Inoltre le forme democratiche del potere possono essere un’efficace maschera dissimulatoria. E’ stato così in passato e così è anche nel presente. Anzi, oggi il potere antidemocratico ha bisogno di passare per la porta rassicurante della democrazia. Infatti nessun aspirante al governo può permettersi di prospettare il caos come effetto della sua propria azione. L’obiettivo del governo è l’ordine: la conquista e la conservazione del potere possono avvantaggiarsi del disordine da altri provocato, ma devono prospettare lo stabilimento o il ristabilimento dell’ordine come propria missione. L’ordine , in questi casi, vale di più del disordine. L’avventurismo deve lasciare il posto all’azione pianificata che mira alla sostituzione il più possibile indolore. La prospettiva realistica per la presa del potere è allora quella democratica, interna all’edificio statale e alle sue procedure , innanzitutto elettorali. Poi si tratta del lavorio capillare per l’inserimento dei propri proseliti nei gangli strategici del comando , giù giù in tutti gli strati della burocrazia, per cambiare poi, eventualmente, la Costituzione, sempre che sia a quel punto ancora necessario, quando i tempi siano maturi e la sostituzione possa avvenire senza correre il rischio del salto nel buio. Paesi come l’Ungheria di Viktor Orbàn , hanno già intrapreso questa strada , e anche gli Stati Uniti con la presidenza Trump hanno mostrato pericolosi segni di deriva autoritaria. Ora, l’Italia con il governo Meloni sembra seguire una tendenza simile, sollevando serie preoccupazioni sulla salute della democrazia nel nostro paese. Realisticamente, dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza alla riduzione del potere in poche mani, nelle mani di élite. Ma le cose cambiano quando dalle élite si passa alle oligarchie, anzi a quella che è stata definita la «ferrea legge delle oligarchie». Nella sua accezione più generale il termine «oligarchia» significa «potere di pochi»: un potere che si estende a tutti i campi dell’attività umana dove si stabiliscono rapporti di dominio di minoranze sulle maggioranze. Alle origini del grande pensiero greco, l’oligarchia è intesa come il « gruppo degli uomini migliori » e quindi sinonimo di aristocrazia. Infatti per Platone l’oligarchia è il potere dei ricchi segnato dalla sopraffazione esercitata a loro vantaggio. Oggi nell’era della globalizzazione economica a cavallo tra il XX e il XXI secolo , il termine oligarchie ha ripreso vigore nel corrente linguaggio pubblicistico e politico per indicare i ristretti gruppi di potere finanziario e industriale che, in un contesto di sempre maggiore e organica debolezza decisionale non solo dei poteri statali nazionali tradizionali ma anche degli organismi internazionali e di dominante neoliberismo, hanno assunto nelle proprie mani un crescente controllo dell’economia , della politica e della formazione dell’opinione pubblica finalizzato a far prevalere i propri interessi e quelli delle loro clientele politiche ed economiche. L’esito è che và sempre più delineandosi e sviluppandosi il crescente contrasto tra « il potere dei pochi» e « il potere dei molti» , ovvero tra oligarchie e democrazia. L’oligarchia si potrebbe dire così, è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res pubblica , in res privatae. Sorge allora quest’altra domanda: « La vita morale è compatibile con una democrazia che nutre dentro di sé le oligarchie? La risposta è no, poiché le oligarchie di cui stiamo parlando, tendono naturalmente, anzi necessariamente, all’illegalità e alla corruzione. Le oligarchie del nostro tempo sono costruite e finalizzate all’accaparramento di ricchezza e per questo il potere di cui si parla oggi è il potere illegale e corruttivo del denaro di cui si occultano il possesso e la gestione per poter corrompere ogni altro ambito della vita sociale. Le oligarchie del nostro tempo non incontrano altri limiti se non quelli rappresentati da altre oligarchie. E’ questa una tendenza «necessaria », perché i regimi dei pochi sono incompatibili con la legalità uguale per tutti. Le oligarchie hanno bisogno di privilegi , cioè di leggi che valgono solo per loro, diverse da quelle che valgono per tutti gli altri. Ciò che occorre loro è una « giustizia dei pari », diversa da quella comune; un «foro speciale» non di giudici imparziali , ma di giudici amici. La legalità uguale per tutti , lo si comprende senza spiegazioni, è incompatibile con la divisione della società in appartenenti ed esclusi dal potere oligarchico. Quando, alla fine, nel senso comune si sommano due percezioni: l’estraneità al potere e la sua illegalità e corruzione, ecco la miscela esplosiva che può indurre a chiedere che la si faccia finita con la democrazia , se essa, in concreto , significa queste cose.

Allora , se la democrazia si dimostrasse così il regime dell’illusione , la posta in gioco sarebbe stata il potere sul popolo. Con una eccezione : quelli che un grande reazionario , Joseph de Maistre, chiamava ironicamente « i momenti di gloria » del potere del popolo che erano e sono quei momenti rivoluzionari , in cui si abbattono le strutture sociali del passato e le gerarchie che vi erano formate. Sono i momenti in cui , quando il peso di un potere costituito non può essere tollerato più oltre e appare perciò totalmente illegittimo , si libera , per così dire, una forza di liberazione. Quando si tratta di ricostruire, cioè subito dopo il momento di gloria; quando occorre l’applicazione di energie costanti, organizzate , sistematiche in vista di un’opera comune , il governo dei pochi prende il sopravvento sui molti. Anzi, lo scatenamento della forza distruttiva presuppone una seppur minima struttura di coordinamento e di comando, in mano a quanti già da subito si propongono di guidare la fase successiva , perpetuando il proprio potere , stabilizzandolo nel futuro. E’ quello della distruzione il momento in cui si affacciano le figure che si propongono come capi che guideranno il futuro. Che dire, allora? Se la democrazia è destinata a trasformarsi in oligarchia, dobbiamo per questo concludere che la democrazia non ha futuro? In altri termini , i doni che la democrazia promette : pace, rispetto, giustizia , libertà , eccetera, sono così elevati da non essere alla portata della democrazia stessa? Oppure, accontentandoci di promesse meno pretenziose , possiamo ritenere, non ch’essa , ma noi, agendo democraticamente, siamo ragionevolmente in condizione di mantenerle? Non si tratta, in questo secondo caso, di questioni di definizione, ma di azione. A costo di cadere nell’enfasi, diciamo così che la democrazia vuole potenti gli inermi e inermi i potenti; vuole forti i giusti e deboli gli ingiusti. Poiché le oligarchie prosperano, sfruttandole ai propri fini , nelle disuguaglianze delle condizioni di vita e nelle altrui condizioni di bisogno che alimentano richieste di protezione dei deboli, in cambio di fedeltà ai potenti , democrazia è innanzitutto giustizia e sicurezza sociale. Poiché le oligarchie non solo comportano , ma presuppongono privilegi e corruzione della legge, democrazia è legge uguale per tutti e sua imparziale applicazione in tribunali indipendenti. Poiché , infine, le oligarchie si formano nel segreto e si alimentano di segreto , democrazia è trasparenza e libertà di informazione. E’ per questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del potere. Potremmo forse dire così che la democrazia è la possibilità di combattere e di distruggere sempre di nuovo le oligarchie. Da questo punto di vista , la democrazia è tutt’altro che un ideale impossibile. E’ invece una possibilità , cioè una serie di strumenti che spetta a noi di utilizzare , per tradurre in pratica l’avversione alle oligarchie. Se gli strumenti esistono e non sono utilizzati , non si può dire che non c’è democrazia, ma si deve dire che la democrazia , come possibilità c’è e ciò che manca è la pratica della democrazia. Allora, la responsabilità dello disfacimento non deve essere addossata alla democrazia come tale, ma deve essere assunta da noi, incapaci di utilizzare le possibilità ch’essa ci offre. Se cediamo alla involuzione della democrazia, è perché prevale sulla libertà morale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria. Come diceva il grande filosofo Friedrich Nietzsche:« Quando l’umanità diventa gregge vuole l’animale capo ». Ma il gregge è una possibilità , non un destino. Le gerarchie sociali, le ingiustizie, le sopraffazioni e le esclusioni dai beni della vita non sono più concepibili come dati dalla natura. Sono arbitri degli uomini . La natura deve essere sopportata, gli arbitri no. Questo è il dovere che deve essere tenuto presente quando trattiamo della democrazia : impegnativo tanto per la teoria che per la pratica politica. E NON PERDETE LA PROSSIMA LEZIONE: “GRAMSCI E IL CONCETTO DI EGEMONIA CULTURALE” PRENOTAZIONI APERTE! CONTATTACI PER PRENOTARE IL TUO POSTO!

FOTO DEL SERVIZIO ”PER CONCESSIONE” DEL MUSEO DEL COMUNISMO E DELLA RESISTENZA DI MATERA

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