Fra i tanti cambiamenti che si registrano nel mondo del lavoro in questi anni di liberismo c’è il fenomeno dei lavoratori minacciati di licenziamento che scendono in piazza a tutela del profitto padronale, quale condicio basilare della loro stessa sussistenza; non più quindi per chiedere con forza al padrone maggior salario e sicurezza come accadeva un tempo, ma – praticamente – a difesa degli interessi del padrone stesso.

Il capitale, insomma, oggi qui da noi usa il deterrente occupazionale per salvaguardare i propri profitti. Per esempio, se qualche azienda viene beccata perché risparmia sulla sicurezza e sull’ambiente e quindi deve impiegare una parte dei guadagni in bonifiche o migliorie, è subito pronta a mettere in allarme occupazionale i dipendenti che prontamente scendono in piazza – apparentemente per difendere il proprio posto di lavoro -, a tutela del lucro padronale.

È la logica del capitale – il massimo profitto al minor costo.

Logica che, evidentemente, nessuno più vuol mettere in discussione.

Il fenomeno si manifesta maggiormente nel caso del capitalismo assistenzializzato dei gestori dei pubblici servizi che fanno gli imprenditori col capitale di Pantalone, trasporti pubblici in testa. Sempre più spesso si vedono nei TG dipendenti di aziende di servizi pubblici in sciopero sotto la Regione perché non ricevono lo stipendio da diversi mesi. Lo stipendio lo devono ricevere dal titolare della ditta, ma manifestano sotto la Regione per sollecitare la erogazione dei fondi al “padrone” così che questi possa pagarli.

A questo modo, non solo non si capisce più dove sia finito il capitalismo della libera impresa privata, ma non si capisce affatto dove sia la convenienza della Regione e dello Stato in generale a gestire in questo modo i servizi pubblici: i pullman li mette la Regione, le strade sono dello Stato cioè dei cittadini, i cittadini pagano il biglietto, per gli stipendi si bussa alla Regione… Ma allora: il “titolare” della ditta, capitalista liberista fautore della libera imprenditoria privata, cosa diavolo ci mette di suo? Solo la tasca per i profitti?

Ma forse una spiegazione c’è e sono io che non la vedo. Potrebbe qualche esperto spiegarmi, per favore – dico davvero –,  dove sia la convenienza per la Regione e per i cittadini? Mi domando e chiedo agli esperti: così come per i parcheggi a pagamento, la spazzatura ecc., non sarebbe meno oneroso per Comuni e Regioni gestire in proprio questi servizi? (Ovviamente con criteri privatistici di verifica del lavoro svolto e vigilanza totale su fedeltà e correttezza). Se non altro non ci sarebbe da garantire – innanzitutto – il profitto del “titolare”.

Da parte pubblica il non voler “compromettere” l’occupazione forse è diventato un paravento per cospicui interessi privati.

Basti pensare ai rifiuti: non sarebbe più semplice abolire la gran parte degli imballi in plastica, tetrapak, latta, polistirolo in favore invece di vetro, cartone e altri materiali biodegradabili, anziché cercare disperatamente dove ancora poterli ammassare tutti questi milioni di tonnellate di scarti?

E non sarebbe doveroso tornare IMMEDIATAMENTE al vetro-VUOTO-A-RENDERE?  Perché è scomparsa la vecchia “cauzione” che garantiva il ritorno-riciclo della bottiglia vuota?

Ha senso pagare il vetro assieme al contenuto, poi andarlo a depositare rotto nelle campane dove qualcuno, già ben pagato per raccoglierlo, se lo va a rivendere riguadagnandoci ancora e infine questo vetro deve poi essere rilavorato per tornare contenitore di alimenti?

Quanto stracosta tutto ciò? Al di là dei profitti di alcuni soggetti, quale è il senso di questo ciclo? Ma non lo si può interrompere: ci sono interessi miliardari da tutelare e se le aziende produttrici guadagnano meno…  poi licenziano.

Questa è la trappola in cui ci si è infilati.

E alle montagne di monnezza che ormai ci sovrastano ci deve pensare lo Stato a spese dei cittadini che prima lo pagano ai privati il costo di quegli imballi, e poi hanno da smaltirseli, quegli imballi, a costi stratosferici, pagando altri privati per farlo.

Demenziale.

Pensare al terribile dilemma di Taranto fra salute e lavoro fa venire mal di testa: i profitti nei decenni li hanno intascati i privati, ora il dilemma fra occupazione e salute è dello Stato, che prima era il padrone delle ferriere, poi i profitti ha pensato bene di lasciarli al privato, accollando ai cittadini costi e malattie.

La politica, l’opinione pubblica, il sindacato, i giornali, tutto il paese e forse il mondo-globalizzato è intrappolato in questo artificio: alcuni a fini di lucro devastano ogni cosa e noi, per fame, dobbiamo proteggere i loro interessi sennò ci licenziano.

Come si sia finiti in questo dilemma è storia da raccontare, come uscirne è storia da costruire.