HomePoliticaNuova Sinistra? Possibile se lavora su giustizia, sociale, diritti...

Nuova Sinistra? Possibile se lavora su giustizia, sociale, diritti…

…e altro ancora, affrontando e mettendo a nudo tutte le contraddizioni del capitalismo globalizzato che ha procurato e continua a procurare impoverimento sociale( disoccupazione e sfruttamento) e con quel falso correre ai ripari in pieno stile trumpiano con il ricatto sui dazi sulle povere economie della balbettante Unione europea. A sua volta “allineata e coperta” e con l’obbligo ad aumentare la spesa militare e ad alimentare quel circuito di conflitti- ormai planetari- che arricchiscono le lobbyes degli affari. C’è bisogno di Sinistra, di un pensiero libero, propositivo, che guardi alle esperienze del passato- e Francesco Calculli, direttore del Museo del Comunismo e della Resistenza di Matera- ce ne offre di seguito analisi, riflessione e proposte- ma che guardi agli errori del presente,per ricostruire una proposta alternativa della quale l’Italia, l’Unione europea e il mondo hanno bisogno. Come? ” Che fare?” Citiamo un passaggio dell’articolato e provocatorio contributo di Francesco Calculli, che ripropone con forza la via nuova al Socialismo. “La via nuova al socialismo -scrive il direttore del Museo del comunismo e della Resistenza- deve proporsi di sottoporre l’economia nel suo complesso , e quindi anche le sue varie componenti mercantili, finanziarie, capitalistiche, ad una direzione che sappia intervenire in maniera scientificamente e politicamente appropriata per frenarle , e indirizzandole il più possibile nel senso di una società più giusta , più egualitaria , più libera”. Tre parole, tre temi per far garrire la bandiera della nuova Sinistra. Avanti popolo…

QUALE SOCIALISMO? RIFLESSIONI PER COSTRUIRE UNA NUOVA SINISTRA.

di Francesco Calculli Di queste cose vado parlando da tempo, con colleghi , con amici , con i giovani dello staff e i tanti utenti del Museo che dirigo, nonché con me stesso. Mentre andavo avanti riordinando le idee che nei punti più essenziali avevo già espresse in scritti anteriori, durante il mese di maggio, e poi ancora nel mese di giugno, in occasione delle elezioni amministrative locali, il dibattito che da anni si sta svolgendo su quel ci si può e deve attendere in generale dalla sinistra di ispirazione socialista si è riaperto anche su “Giornalemio” con vivacità , e molti vi hanno preso parte. Ma ho l’impressione , spero non erronea, di aver qua e là sollevato alcuni problemi intorno ai quali gli altri si sono aggirati, senza mai prenderli di petto. Ed ho perciò deciso di pubblicare queste riflessioni come seconda parte di un mio articolo di due anni fa ( https://giornalemio.it/politica/manifesto-ventotene-tradito-matera-per-la-cultura-e-la-costituzione/ ), nella speranza che servano a qualcosa ed a qualcuno. Prima di tutto, bisogna dire , per sgombrare il campo da interpretazioni ambigue riguardo alle posizioni assunte soprattutto in Italia da ampi settori dell’opposizione al governo delle destre, dal PD a Italia Viva, davanti alle ingiustizie politiche e sociali, che per essere oggi uomini e donne di sinistra politicamente intelligenti occorre essere marxisti, e non esserlo equivale a negare l’idea stessa di socialismo. Qualcosa di simile può dirsi del leninismo. Nel corso del Novecento, il PCI, come tutti gli altri partiti comunisti del mondo e come non pochi movimenti di liberazione coloniale è stato la risposta italiana all’appello del rivoluzionario Lenin . Dopo di che il PCI ha accettato la democrazia e da partito di rivoluzionari è diventato partito di massa , con milioni di membri ai quali esso ha predicato la lealtà verso la repubblica democratica nata dalla Resistenza anche per opera del PCI. Gli ex compagni del PCI, anche quelli confluiti nel PD, hanno in realtà ragioni da vendere quando chiedono che il loro partito sia giudicato sulla base di quel che essi in realtà hanno fatto nella società italiana e non sulla base della « mitologia» leninista. Pertanto, oggi, cosa resta mai del leninismo al di fuori del fatto che Lenin e la rivoluzione russa da lui diretta sono all’origine stessa della storia del PCI, e che la propria storia la si ripensa, ma non si può rinnegarla, far sì che essa non sia stata? Certo, anche la semplice mitologia leninista può lasciar perplessi i socialdemocratici del PD ( Partito Democratico) e persino molti compagni di AVS ( Alleanza Verdi e Sinistra) e del PRC ( Partito della Rifondazione Comunista) , o quel ne resta, ma … e la mitologia cristiana dalla quale dopo roghi e sillabi e scomuniche è nata la DC? e la mitologia mussoliniana rivendicata da tanti protagonisti della destra di oggi, con i suoi torbidi sottofondi nazionalistici e fascisti? e la mitologia liberale che è stata alla base del feroce primo slancio del capitalismo industriale, e che in Italia nel corso degli ultimi trent’anni ha prodotto il berlusconismo e il renzismo? E’ proprio il caso di dire che chi è senza peccato quanto a ideologia scagli pure la prima pietra. Chi è stato leninista ha sentito l’impegno alla lotta politica per la liberazione dell’uomo con la serietà , il vigore e la coerenza morale con cui l’ha sentito e praticato Lenin. Il che significa che nell’azione politica egli continuerà a possedere una tensione etica , che è oggi assai difficile a trovare al di fuori delle fila comuniste.

Anche quando il PCI si è dissolto nella realtà politica del popolo italiano, gli si è riconosciuto il merito di essere stato qualcosa di simile a quel che sono stati i calvinisti non conformisti in Inghilterra , i giacobini nella democrazia francese , e ciò proprio in ragione della sua matrice leninista. Connessa ma non coincidente con l’accusa della fedeltà al leninismo che viene rivolta a coloro che nel nostro Paese si impegnano per costruire una «cosa» nuova a sinistra, è quella della “fedeltà” alla Russia putiniana di oggi nel conflitto in Ucraina. Ma se vogliamo esser sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che in ogni democrazia , e non da oggi ma da sempre , c’è fra i moderati una tendenza all’indulgenza verso le dittature con origini e obiettivi di destra , purchè siano in altri Paesi; come per l’appunto verso l’attuale governo israeliano, e verso la politica eversiva di Trump negli Stati Uniti. Fa parte del più banale e squallido gioco polemico dei moderati di centro destra e di centro sinistra obbligare l’avversario di sinistra radicale ad estendere la stessa dura condanna che egli esprime senza esitazione sul regime genocida sionista Israeliano del premier Benjamin Netanyahu, a quello della presunta « propria sponda», vale a dire il regime di Putin in Russia . Ma al di là di questa schermaglia ,che è evidentemente del tutto strumentale e pretestuosa, sembra legittimo chiedersi se in caso di costante acuirsi di tensioni o conflitti soprattutto in Ucraina e nel Medio Oriente, gli interessi della democrazia italiana, europea, mondiale avrebbero per il PD priorità rispetto agli interessi degli USA , o se questo partito continuerebbe ancora a vedere persino negli Stati Uniti di Trump il Paese «campione della democrazia » , arrogandosi il diritto di ergersi a giudice dei sistemi politici degli altri Paesi, senza disdegnare interventi diretti o indiretti per favorire l’abbattimento di governi ostili e l’emergere di governi a propria immagine e somiglianza.

Far sì che questa ambiguità soprattutto in politica estera sia superata è una necessità per avviare un processo di vera e propria ricostruzione della sinistra italiana ma anche di quella europea. La via d’uscita è da cercare partendo da un evento storico fondamentale: la Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Con tutti i suoi sogni, i suoi eroismi, i suoi orrori è stata la prima rivolta vittoriosa dei dannati della terra, contro un ordine mondiale ingiusto che stava ormai da tre anni celebrando l’« l’inutile macello» , senza che nessuno riuscisse ad imporne la fine; si tratta della Rivoluzione contro cui si sono battute con accanimento tutte le forze interne e internazionali del conservatorismo autocratico, capitalista, nazionalista, per soffocarla, e non ci sono riuscite. Tutta la storia del socialismo non ha un’altra pagina altrettanto gloriosa quanto questa. La solidarietà ideale con la Rivoluzione russa è una bandiera che gli stessi partiti socialisti ed in particolare quello italiano hanno di tanto in tanto issata. E’ naturale che i comunisti di tutti i Paesi, anche quelli in più forte ed aperta polemica con il potere di Putin , non l’ammainino . Neanche i liberaldemocratici hanno del resto mai ammainato la bandiera della loro solidarietà ideale con la rivoluzione francese , malgrado il terrore e le guerre napoleoniche . Se dall’esame della storia del PCI passiamo alla sua strategia politica , troviamo nella formula del compromesso storico la conferma in un certo senso più importante dell’impegno democratico di questo partito. Il fatto è che il compromesso storico è stato una concezione più profonda di quel che gli osservatori superficiali credono. Il PCI aveva cioè acquistato coscienza del significato dell’impegno democratico con un processo lungo e tormentato, che lo ha portato a rendersi conto di alcuni dati basilari della vita di una democrazia, noti ai politologi, ma di regola del tutto ignorati da chi ha magari tutte le carte in regola per esser nato democratico , ma non ha mai meditato sulle premesse e sulla fragilità della democrazia. La democrazia formale o pluralistica, come si dice oggi , essendo per sua natura un regime fondato poco sulla costrizione e molto sul consenso , deve fondarsi su un accordo profondo e permanente circa un insieme di dati e regole fondamentali della coesistenza civile da parte della enorme maggioranza , possibilmente della totalità, dei cittadini e delle forze politiche e sociali del Paese. Se per avventura questo consenso di fondo , quel che Rousseau chiamava la volontè gènèrale, si spezza o si dissolve , la democrazia è in pericolo e di regola muore se non riesce a ricostituire , come purtroppo sta avvenendo in Italia, quel dato di fondo primordiale. Quando questo consenso esiste nella coscienza di tutti, quanto tutti si accettano reciprocamente, i partiti possono combattersi, allearsi, trasformarsi, alternarsi al governo, con polemiche vivaci, ma senza il drammatico senso che il sopravanzare eventuale di uno di essi significa la fine della democrazia , e senza che ciò sia quindi sentito come un inizio di guerra civile. La repubblica italiana è nata da un tale consenso che ha sanato la lunga estraneità del movimento operaio, e, in modo diverso, del movimento cattolico rispetto allo stato italiano. Ma subito dopo l’approvazione a fortissima maggioranza della Costituzione, il consenso di fondo è stato in assai larga misura obliterato dalle vicende della guerra fredda, nella quale il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana si sono contrapposti con dura reciproca intolleranza. Se in tali frangenti la democrazia italiana è stata sì permanentemente malata, ma è sopravvissuta, di ciò il merito va al residuo consenso democratico , derivante dall’antifascismo e dalla Costituzione, che malgrado tutto persisteva sia nei partiti governativi sia in quelli dell’opposizione.

La proposta comunista del compromesso storico è stata prima di tutto la proposta di sormontare la rottura di consenso che ha reso oggi politicamente così fragile la nostra democrazia , e di ristabilire quella necessaria fiducia reciproca che sola potrà ridare forza civile alla repubblica per neutralizzare la tentazione autoritaria della destra meloniana al governo del Paese. L’emergenza , cioè la situazione minacciosamente grave dell’economia e dell’ordine mondiale, esige che una rifondazione consapevole della sinistra italiana dovrà necessariamente confrontarsi con il problema dell’effettiva ricostituzione di una zona di consenso, a questa esigenza nessun partito di ispirazione socialista potrà più tanto facilmente sottrarsi. Poiché l’establishment amministrativo ed economico tende per sua natura a gestire quel che esiste e non ad innovare , ne deriva che un governo di destra di tendenza fortemente conservatrice , come quello di Giorgia Meloni , anche se ha meno del 51 per cento dei voti, sommando la sua forza con quella dell’establishment può efficacemente governare, pur con una debole maggioranza, in modo conforme alla sua vocazione politica, purchè faccia soltanto quel minimo di innovazioni capaci di tenere a bada l’opposizione di sinistra. Se invece il governo è di tendenza progressista e innovatrice , la sua volontà va in senso contrario a quella dell’establishment, e la sua forza è quindi minore di quel che appaia sulla base del semplice calcolo dei voti. Una debole maggioranza parlamentare si converte di fatto in un’effettiva minoranza nel calcolo delle forze reali esistenti nel Paese. Perciò col gioco dell’alternanza i governi di sinistra o sono labili, o durano a lungo, come vediamo con il governo laburista di Starmer in Inghilterra, ma a patto di mettere da parte ogni velleità innovatrice e di limitarsi, praticamente, a gestire la società così com’è, sia essa sufficientemente sana come in Germania o abbastanza malata come in Italia. Insomma il conservatorismo o governa direttamente , o lascia che i suoi avversari governino esattamente nello stesso modo! In altri termini nel contesto della società europea attuale , l’alternanza fra i partiti tradizionali o fra loro coalizioni è diventato sinonimo di impotenza innovatrice e riformatrice delle nostre democrazie , e ciò in un momento in cui innovazioni e riforme sono più che mai necessarie. E’ questo il bel modello che i nostri fini adoratori delle democrazie nazionali occidentali augurano al nostro Paese! Il fatto è che per uscire dallo stallo in cui le forze conservatrici sono assai comodamente trincerate , e che perciò tendono a far durare il più possibile, è necessario che le tendenze alle riforme ed alle innovazioni siano nel loro complesso più forti e comunque crescenti , rispetto a quelle favorevoli al mantenimento dello status quo. Ma bisogna prendere atto che la parte che è nello schieramento di sinistra esprime in modi antiquati o rassegnati le proprie aspirazioni. La sinistra novecentesca aveva la sua ragion di essere ideale nel fatto di essere animata da un impegno a rendere la società migliore di quel che essa è, e non di accettarla così com’è. In particolare il PCI era cresciuto fino a diventare una grossa forza politica perché aveva mantenuto forti la polemica contro gli aspetti negativi della società italiana e l’appello alla sua trasformazione. Ma nel corso degli ultimi anni una serie di gravi e crescenti contraddizioni sono esplose nelle società di tutti i paesi industriali avanzati dell’Occidente, compresa quella italiana, facendo emergere problemi che , se non risolti, minacciano la sopravvivenza stessa dei modi di vita civili, così faticosamente impiantati dopo l’epoca dei totalitarismi e delle guerre mondiali; in ogni caso questi problemi non possono essere risolti senza introdurre riforme profonde delle nostre istituzioni , nonché delle nostre priorità politiche ed economiche che non sono certamente quelle di approvare il folle Piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro. Poiché affrontare questi problemi lederà inevitabilmente vari blocchi di interessi costituiti e di aspettative considerate oggi legittime, non c’è da attendersi che le forze della conservazione e della gestione corrente di ciò che esiste possano essere all’altezza della situazione. Se le cose resteranno nelle loro mani , con ogni probabilità la situazione si imputridirà sempre più: ad ogni piccolo rimedio farà seguito o riscontro un più grave sfascio in qualche altra parte della società, e con ogni probabilità le cose, politiche ed economiche , cominceranno ad un certo momento ad esprimere una situazione nella quale le forze della ragione e del buon senso sono diventate del tutto impotenti. Per le forze politiche di sinistra, è questa quindi una sfida storica possente. Qui ed ora esse devono saper confrontare le loro idee di riforma della società con i problemi che la società presenta, e da questo confronto trarre la soluzione politica , « il che fare» preciso e cogente che si realizzerà in un periodo alquanto lungo, ma che deve essere intrapreso subito.

Non si tratta di una sfida rivolta in modo particolare alla sinistra comunista , ma a tutte le forze tradizionali della sinistra che in Europa si rifanno nella loro stragrande maggioranza alla tradizione socialista. Ma in Italia i problemi della società industriale occidentale si pongono in modo particolarmente acuto a causa del loro collegamento con mali più antichi, peculiari della società italiana , ed esigono quindi un maggiore impegno intellettuale e politico da chi vuole affrontarli; perché, nella misura in cui questi problemi hanno una dimensione sovranazionale, le forze politiche italiane della sinistra devono avere una politica da perseguire a livello comunitario, e la rinascita di una sinistra italiana che poggi su un’ideologia marxista solida potrebbe giocare un ruolo non indifferente al livello europeo perché taglierebbe i ponti con l’esperienza socialdemocratica, consapevole del punto morto cui è giunta nella nostra epoca, e quindi proponendo di voler seguire un diverso cammino verso il socialismo. E’ da notare che i socialdemocratici hanno in genere mantenuto la convinzione che il fine ultimo della loro azione è la sostituzione del capitalismo col socialismo, e che la loro attuale azione riformista è solo il cammino per giungere a questo scopo. Ma, quando vanno al governo, amministrano la cosa pubblica come qualsiasi altro partito moderatamente conservatore. I socialdemocratici tedeschi sono andati più avanti di ogni altro partito nel mettere da parte l’impegno a fare il socialismo, ed è quanto mai caratteristico che quando la carica riformista si inaridisce , si leva sempre e ovunque una sinistra la quale è in grado di ridare attualità all’impegno profondo, cioè di battersi per mettere fine al capitalismo e sostituirlo con il socialismo. Il recente caso del PD italiano sotto questo aspetto è esemplare. L’attuale sua segretaria, mossa dal desiderio di metter fine alla ibrida posizione mentale del PD e di accelerarne lo sviluppo in senso socialista occidentale più tradizionale, ha sì creduto, sostenendo i referendum della CGIL dell’8 e 9 giugno scorso , in particolare quello contro il Jobs Act , di mettere in imbarazzo la componente renziana, ma il suo principale risultato, dopo il fallimento dei referendum, è stato di avere suscitato proteste nel suo stesso partito da parte di coloro che vogliono mantenere l’impegno a non modificare il sistema capitalistico. D’altra parte la metodologia e le realizzazioni socialdemocratiche non forniscono nemmeno l’inizio di una risposta ai problemi reali suscitati dalla crisi attuale.

La sordità dei socialdemocratici verso tutti i grandi problemi è impressionante. O rinunciano a pensare e si limitano a gestire la società economica così com’è, cercando di mantenere le situazioni relativamente sane ( come fanno tedeschi e francesi) e di risanare le situazioni relativamente malsane ( come fanno gli inglesi). O tutto ciò che arrivano a proporre è un supplemento di liberalizzazioni , un aumento degli stipendi e delle pensioni, l’introduzione di un salario minimo , una più forte partecipazione alla gestione ( come vorrebbero i socialisti francesi) senza nemmeno domandarsi se la crisi sia dovuta al non aver preso tali misure, o se abbia altre cause ed esiga altri rimedi prioritari rispetto a questi. Si tratta di una vera e propria prigione intellettuale che condanna alla sterilità tanta parte del pensiero politico della sinistra in Europa, e dalla quale bisogna volere e sapere uscire. Se ci mettiamo alla ricerca del nuovo modello di socialismo, occorre anzitutto cominciare col rendersi conto che se per socialismo bisogna intendere un sistema economico che si intende mettere , del tutto o in parte, al posto del sistema economico capitalistico perché si pensa di ottenere in tal modo una struttura economica e sociale migliore, ne deriva che la struttura economica socialista può esser pensata solo come stato proprietario di tutti i mezzi di produzione. Quel che è comune a tutte le strutture socialiste è che esse sono collettiviste. Il loro fine è la libertà più uguale possibile per tutti , uguaglianza massima possibile di opportunità per tutti, pace nella dignità e nell’indipendenza la più sicura possibile per tutti, intendendo con la parola « tutti» non solo i maschi adulti benestanti del proprio Paese, ma uomini e donne , adulti giovani e vecchi, di tutte le nazioni della terra. Quel che di questo ideale è volta a volta realizzato, è, come tutte le cose della civiltà umana , fragile e corruttibile; può quindi andare perduto , anche per opera dei suoi stessi realizzatori, i quali in tal caso si convertono da rivoluzionari in reazionari, e come tali vanno giudicati e trattati.

Ma se la battaglia per questo ideale non avrà mai fine , se i suoi fronti come i suoi contenuti cambiano continuamente, di tanto in tanto emergono groppi di problemi i quali a seconda del modo in cui saranno affrontati e risolti dalla generazione presente, determineranno a lungo il futuro. Affrontati e risolti, essi potranno infatti esserlo in modo da promuovere quegli ideali o in modo da deprimerli, promuovendone altri opposti di diseguaglianza , di aggressività e di dominio. Come purtroppo sta avvenendo con i governi di Trump, Netanyahu , Milei , Orbàn, o chi volete voi. I partiti di ispirazione socialista, in tali circostanze, sono chiamati ad agire allo scopo di incarnare i loro ideali di libertà , giustizia , uguaglianza e pace per tutti in istituti, leggi, costumi, politiche che siano risposte alla sfida dei grandi problemi di oggi. Nella misura in cui i partiti di ispirazione socialista sapranno pensare in questi termini, essi si libereranno dai patemi d’animo dottrinali che finora li hanno lacerati ogni volta che, dopo una lunga paziente attesa di introdurre il socialismo ( nel senso pieno del termine), si sono trovati dinanzi a eventi che li hanno obbligati ad occuparsi di altro. Sapranno perciò con maggior vigore e rigore comprendere quali siano gli obiettivi da perseguire, e con maggiore coerenza agire per raggiungerli, sapranno cioè non solo cercare, ma anche trovare i cosiddetti modelli nuovi di socialismo, cioè le risposte socialiste ai problemi reali. Ora, cerchiamo di definire con precisione i più grossi problemi con i quali i partiti della sinistra devono oggi confrontarsi nella situazione italiana; si tratta di problemi sui quali è certamente difficile agire perché esigono un notevole sforzo di disciplina politica, amministrativa ed etica, cui la società italiana non è troppo abituata . Ma la cosa è fattibile se ci sarà un governo di sinistra sicuro di sé , autorevole e consapevole. Eliminazione delle troppe situazioni parassitarie accumulatesi, politica fiscale seria e severa , completamento delle misure sociali proprie del welfare state, ma a livelli di spesa compatibili con il livello di ricchezza del Paese, investimenti soprattutto nella sanità pubblica e nel mezzogiorno, misure dirette ad aumentare il numero di posti di lavoro specie per i giovani e per le donne , promozione di un migliore impiego dei fattori della produzione agricola, maggiore impegno per la ricerca e lo sviluppo, mantenimento di una economia integrata nel processo di unificazione europea, e aperta verso il resto del mondo, drastica diminuzione e qualificazione della spesa militare corrente, opponendosi con fermezza al piano della NATO appena firmato dal governo italiano di estrema destra , prigioniero di un atteggiamento di sudditanza verso il presidente Trump, di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL. Tale è all’incirca il contenuto del programma che un governo di sinistra dovrebbe adottare.

Un punto molto importante potrebbe e dovrebbe essere l’adozione di un piano di rinnovamento e ammodernamento globale dell’amministrazione pubblica la quale ha modi di formazione, strutture ,e livelli di correttezza morale del tutto inadeguati alle esigenze di uno stato moderno ed ancor più di uno stato che deve accingersi ad ulteriori grossi interventi nella vita della società. Certo, per portare a compimento una tale riforma dell’amministrazione pubblica , occorreranno molti anni, ma questa è una ragione di più per cominciare senza troppi indugi. Uno dei problemi più gravi, anzi il più grave, è il problema della disoccupazione strutturale. Le dimensioni della disoccupazione in tutti i Paesi industriali avanzati sono pressappoco le stesse, il che significa che solo in modo molto marginale la disoccupazione è dovuta alle particolari malattie nazionali, ad esempio dell’economia italiana. Le disoccupazioni tedesca, francese, americana sono più o meno dello stesso ordine di grandezza di quelle inglese e italiana. I sussidi di disoccupazione e misure di inclusione sociale come il reddito di cittadinanza, hanno permesso finora alle nostre società di tollerare questo male senza incorrere ancora in gravi conseguenze sociali e politiche . Ma non è lecito farsi illusioni . L’esistenza di milioni di emarginati in società che non ammettono moralmente gli emarginati, prima o poi induce sempre costoro a coagularsi politicamente intorno a qualche centro eversivo del regime esistente, nel nostro caso quindi della democrazia, giudicata impotente a metter fine allo scandalo e quindi meritevole di essere abbattuta. Ciò implica l’introduzione nella società di elementi nuovi di etica e di solidarietà sociale. E’ questo un tema importante , di cui la sinistra italiana ha il dovere fondamentale di occuparsi. Ma questo non dovrebbe essere che un capitolo di una revisione più profonda del significato del lavoro nella vita individuale. A molti accade in realtà di cambiare carriera anche più volte nella vita, ma ciò è sentito come un arricchimento solo per una minoranza di individui , appartenenti perlopiù alle classi più benestanti nelle quali chi cambia ha riserve materiali e culturali che gli permettono di pensare e prepararsi al cambiamento. Per i più , e specialmente per i lavoratori dipendenti , sulla testa dei quali il cambiamento può piombare per eventi dell’impresa alla cui sorte egli non partecipa in alcun modo , cambiamento è sinonimo di fine certa della sua capacità attuale di guadagnarsi degnamente la vita, e ignoranza circa il futuro. Questa condizione lavorativa , comunemente chiamata « precariato » ha grosse ripercussioni sulla vita normale del lavoratore. Tuttavia, nella misura in cui la mobilità selvaggia che è caratteristica del capitalismo si attenua, occorre saper introdurre una mobilità organizzata e civile, che significhi per tutti , e non solo per una piccola minoranza , una possibilità di arricchimento della propria personalità, e sia perciò desiderata. Se si riuscisse a introdurre questo tipo di mobilità , questa potrebbe ben essere una grande rivoluzione di tipo socialista , nel rapporto tradizionale fra lavoro e vita.

Se la possibilità di studiare per inaugurare un nuovo capitolo nella propria vita deve essere assicurata a tutti , parallelamente il dovere di lavorare deve essere reintrodotto in modi appropriati fin dal primissimo accesso dei giovani all’istruzione, affinché anche le loro capacità produttive siano valorizzate, e anch’essi acquistino il senso dell’alternarsi ritmico di lavoro e studio nella vita umana tutta intera. Anche ai pensionati deve essere data la possibilità di fare il lavoro che sono ancora capaci e desiderosi di fare. In tal modo la mobilità del lavoro, che è ora imposta solo come una necessità per l’impresa che voglia mantenere un vantaggio competitivo e come iattura per il lavoratore che perde la sicurezza della sua vita, diventerebbe una struttura sociale permanentemente diretta a dare anzitutto al lavoratore la possibilità di rinnovarsi , diretta perciò al miglioramento della vita e non al suo peggioramento. La sinistra dovrebbe fare suo un tal progetto di riforma , che è cosa ben diversa dal Jobs Act renziano, nella consapevolezza che introducendo questa nuova organizzazione del lavoro, lo si rende più operante , anzi lo si riduce a componente di un sistema assai più pianificato, più umano, più ugualitario e quindi più socialista. Inoltre, tale organizzazione libera riserve di forza lavoro che oggi restano latenti e inutilizzate , rendendo quindi la società nel suo insieme più produttiva di quanto oggi essa non sia. Una sinistra consapevole dovrebbe impegnarsi in questa azione al livello europeo, proponendo vie nuove e ricche di avvenire come quella qui indicata, anzichè adagiarsi nell’idea di un semplice trasferimento al livello europeo dei più tradizionali metodi dei sussidi di disoccupazione e di riconversione collegati solo all’andamento della domanda di lavoro. Un altro complesso di problemi che è alla base della crisi sociale e etica che attanaglia le nostre società, sono i problemi della qualità della vita. La distruzione dell’ambiente naturale , dopo essere stata a lungo un fenomeno marginale nel sistema ecologico del globo, sta superando in un punto dopo l’altro la capacità della natura di riassorbire le contaminazioni che andiamo producendo nell’aria, nell’acqua , nella terra e nel sottosuolo. L’equilibrio ecologico del futuro, anche a causa dei cambiamenti climatici, non potrà essere quello del passato, ma essendo la nostra Terra un sistema ecologico chiuso , un equilibrio dovrà pur esserci , nel quale i processi di distruzione e degradazione dovranno essere compensati da processi di ricostruzione e rigradazione. Questo nuovo equilibrio sarà non più solo opera spontanea della natura , ma dovrà anche essere opera consapevole e oculata dell’uomo. Mi limito ad accennare questo tema senza approfondirlo. Su di esso la sinistra dovrà dar prova di immaginazione e di iniziativa e finora non l’ha fatto.
L’analisi del « che fare» per la costruzione di un partito di sinistra che, come fu quello comunista italiano, voglia governare non per amministrare e raddrizzare quel che esiste, ma per rinnovare, nell’interesse di una crescente giustizia nella libertà, dovrebbe andar ben oltre le rapide riflessioni cui mi sono limitato , le quali non hanno pretesa alcuna nè di completezza né di sufficiente approfondimento. Io mi arresterò qui, perché ho voluto solo suggerire a tutti coloro che parlano della necessità di cercare vie nuove al socialismo, che tutto questo cercare , senza che mai si accenni ad aver trovato qualcosa , è diventato alquanto eccessivo . Occorre cominciare a trovare. Ho tentato di mostrare che bisogna partire dai grandi problemi dell’attualità e non dalla definizione di capitalismo e dalla monotonamente ripetuta pseudo-dimostrazione della necessità urgente di mettergli fine sostituendolo con un ancora del tutto sconosciuto socialismo. Ho tentato di mostrare che per affrontare quei temi occorre prepararsi da una parte a influenzare con vigore il corso delle cose economiche, e dall’altro a introdurre elementi di disciplina sociale ed economica maggiori che nel passato. Questa è la nuova via del socialismo che si sta cercando. il modello socialdemocratico ha rinunciato al controllo globale dell’economia , accettando che essa sia regolata dal mercato, dal capitalismo , dal gran disegno consumistico. In questo quadro ci si è dedicati allo sviluppo dei vari aspetti del welfare state, portando le cose avanti fino al momento in cui, mentre i partiti socialdemocratici andavano esaurendo questo loro programma, è scoppiata una crisi dovuta a cause di cui essi si erano praticamente sempre disinteressati. Alla fine del cammino socialdemocratico non sta maturando ancora nulla, ma anzi serpeggia l’inquietudine e la paura sociale che in tutto l’Occidente l’estrema destra cavalca per creare consensi . La via nuova al socialismo deve proporsi di sottoporre l’economia nel suo complesso , e quindi anche le sue varie componenti mercantili, finanziarie, capitalistiche, ad una direzione che sappia intervenire in maniera scientificamente e politicamente appropriata per frenarle , e indirizzandole il più possibile nel senso di una società più giusta , più egualitaria , più libera. Ciò implicherà maggiore disciplina e maggiore potere pubblico, accompagnati da maggiore partecipazione democratica. Quanto si sente dire che il socialismo è statalista, antilibertario, giacobino, e via dicendo, si stanno ascoltando semplicemente delle sciocchezze , che restano tali tanto se a dirle è qualche eminente membro di estrema destra del Governo italiano, quanto se è un qualche esponente politico della corrente liberista e draghiana del centro- sinistra. Il libertarismo, l’antistatalismo e via dicendo, o non significano nulla, come è da sospettare, o significano una progressiva abolizione dei limiti alla libertà d’azione per tutti, individui e gruppi. Ma la libertà non limitata da leggi gioca per sua natura a favore dei più potenti, ed è quindi di fatto goduta solo dai più forti , cioè praticamente quasi solo dai maschi adulti e ricchi organizzati in possenti establishments. La libertà democratica tende invece ad estendersi a tutti , ed il socialismo è l’espressione più radicale di questa volontà di libertà uguale per tutti. E’ proprio per questa sua volontà dura di introdurre maggiore giustizia, che il socialismo è un elemento necessario e che dovrà crescere ancora nelle nostre società. E’ la ragione per cui merita che gli si conceda fiducia in misura elevata anche se non incondizionata, perché i fautori di un nuovo cammino verso il socialismo devono avere insieme il senso dell’importanza del potere, poiché senza di esso quel che sognano non può realizzarsi, e il senso della misura nel realizzare quel che sognano.

RELATED ARTICLES

Rispondi

I più letti