Bandiera rossa…sventolerà nel 2021, con incontri, dibattiti, libri e ”acute analisi” su quello che fu, non è stato e potrebbe essere il futuro dell’esperienza Comunista italiana, oltre il ”doppiopettismo” salottiero di chi è finito a pettinar le bambole o di quanti tirano fuori il termine Sinistra, con tanta ipocrisia di chi sa di essere sinistro o sinistrato.
Ma, ironia a parte, siamo agli ultimi scampoli di un anno bisesto e funesto, che continuerà l’anno prossimo con la campagna vaccinale della Primula, ispirata al “Primo giorno di primavera ” dei Dik Dik.
Il 2021 già offre una data, una ricorrenza, e spunti di riflessione sulla storia, e non solo politica del BelPaese, legati alla ”Scissione di Livorno’ dal Partito socialista e alla nascita del Partito comunista d’Italia. Un secolo di divisioni, di scelte di campo per una ”Sinistra” che non c’è al governo e in parlamento (siamo obiettivi) tranne pochi sussulti individuali, senza progetti identitari su temi come lavoro, diritti, stato sociale, libertà, partecipazione.

E paradossalmente sarebbe servita eccome, con Papa Francesco che è una delle poche voci controcorrente del Mondo globalizzato e sfruttato, nelle mani di pochi che decidono le sorti del Pianeta. Servirebbe una V Internazionale…E allora dopo 100 anni, e la polverizzazione di tante sigle identitarie, cosa resta da quella scissione di Livorno?
Un patrimonio ideale senz’altro, ma sul piano della ripresa della Sinistra. Ben poco. E allora siamo agli interrogativi ?Aveva ragione Turati, non Gramsci dopo un secolo?

E Achille Occhetto con la svolta ”scellerata” per tanti della ”Bolognina” quel 12 novembre del 1989?
Tre giorni dopo il disorientamento creato dal crollo del muro di Berlino con lo smantellamento del Pci, primo passo di un percorso ”favorito e affrettato” che avrebbe portato alla nascita del Pds, poi Ds e quindi del Pd , nato con la fusione a freddo insieme alla Margherita.
Un partito nè carne e nè pesce, finito nell’anonimato più di potere che ideologico dopo la gestione del ”rottamatore” (questo sì) Matteo Renzi (ora IV e nel governo) di quanto restava del passato di Sinistra finita in Leu, ma anche qui senza identità.
E allora restano tutti i rimpianti per il mancato rinnovamento, post Muro di Berlino, tenendo salde le radici e l’organizzazione del passato con le opportune aperture ai tempi che cambiavano con l’avvento di Tangentopoli e di quella ‘’questione morale’’ denunciata da Enrico Berlinguer oltre 40 anni fa?
Ma con gli opportuni distinguo, la dialettica interna, vista la deriva pseudo riformista che avrebbe attaccato e intaccato negli anni a seguire le conquiste dei lavoratori.
Tomaso Montanari “Dalla parte del torto, per la Sinistra che non c’è” ha fornito spunti per riflettere, organizzarsi, ma i tempi a quanto pare non sono ancora maturi. Chissà, forse, qualcosa potrebbero muoversi dopo le riflessioni sulla svolta di Livorno, con l’anniversario che cade il 19, e la nascita del Pci il 21 gennaio 1921.
L’anno dopo, ricordiamo, ci furono la ”marcia su Roma” che aprì al Ventennio del Fascismo. Altre riflessioni sul ruolo della Sinistra, e di altri, nella clandestinità e nella nascita della Repubblica. Riflessioni, ma anche rimpianti come quelli di un vecchio iscritto che non va più a votare -ci ha detto- da quando sulla scheda elettorale, sono scomparsi ‘falce e martello” e in edicola ”L’Unità’, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e lasciato morire per una debitoria insostenibile durante la gestione renziana.
Ricordi, quelli di
Giovanni, ora novantenne, per le feste dell’Unità, gli incontri e le assemblee a Matera nelle sezioni del centro da via Persio, a piazza Vittorio Veneto dove si tenne la ”veglia” per Michele Bianco fino alla chiusura e vendita di quella di piazza Cesare Firrao, con i ricordi per Michele Gaudiano e dei parlamentari Emanuele Cardinale e Lello Giuralongo.
E poi una ”certezza” legata al vaccino anticovid 19 che l’Urss non avrebbe mai fatto mancare tra i partiti amici. Roba da ‘Internazionale’ solidale…Con la tessera del Partito comunista tanti ‘compagni e compagne’ dell’Italia di Peppone e Don Camillo, formatisi al pensiero di Antonio Gramsci ed Enrico Berlinguer, a quest’ora si sarebbero vaccinati- e gratis- con lo ”sputnik” il vaccino prodotto dalla grande madre Russia.
Quella Unione delle Repubbliche Sovietiche e Socialiste che a Matera ha uno spazio internazionale, con il museo della storia della Resistenza e del Comunismo, diretto con passione e dedizione da Francesco Calculli.

IL RICORDO DELLA SCISSIONE DI LIVORNO DI FRANCESCO GUIDETTI
di Francesco Ghidetti (da “il resto del carlino” 2016 https://www.ilrestodelcarlino.it/speciali/130-pagine/19-gennaio-1921-la-burrascosa-scissione-di-livorno-1.1955728)
NICOLA era nervoso. Non ci pensò un attimo. Tirò fuori la pistola e la puntò contro alcuni compagni. La sala del Teatro Goldoni vacillò. «Fermo, fermo!». Nicola si calmò, il respiro ancora affannoso. Lui era Bombacci, Nicola Bombacci. E in quel catino infernale che era diventato lo storico teatro labronico l’eccitazione era al colmo. Troppo. Anche se i giochi erano già fatti.
Da poco, l’intervento di Secondo Tranquilli (che ricorderemo poi col nome di Ignazio Silone) aveva decretato che la Federazione giovanile socialista si era decisa ad aderire al partito comunista. La tragedia che avrebbe caratterizzato la storia della sinistra italiana praticamente sino al crollo del Muro di Berlino nel 1989 e alla valanga di Tangentopoli del biennio 1992-93 si stava consumando.
In realtà, quel Congresso (15-21 gennaio 1921) era cominciato l’anno prima. Tra il luglio e l’agosto del 1920. All’assise dell’Internazionale comunista erano stati approvati 21 punti. Uno su tutti: occorreva che i partiti socialisti allontanassero gli esponenti riformisti perché controrivoluzionari. Si rimproverava loro di seguire la strada gradualistica, alla Filippo Turati per intendersi.
Niente rivoluzioni, tante riforme, compromessi con la borghesia, magari non disdegnando di dialogare fitto fitto con il governo, meglio se guidato da Giovanni Giolitti o da qualcuno della sua “consorteria”. Inoltre, si rimproverava ai socialisti di non aver saputo approfittare della formidabile occasione del “biennio rosso”, quando – tra il 1919 e il 1920 – l’Italia pareva davvero sull’orlo della rivoluzione, con le occupazioni delle fabbriche e i tumulti annonari nelle campagne.
Salvo poi ricredersi dolorosamente quando, nel ‘22, Benito Mussolini e le sue squadracce nere salirono al governo dopo aver distrutto cooperative e circoli, e aver colpito, a colpi di manganello e olio di ricino, i migliori dirigenti del movimento operaio e contadino, fino al feroce assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. Il Psi aveva aderito all’Internazionale comunista nel 1919. In non pochi pensavano di «fare come in Russia» dove, nel 1917, c’era stata la Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin.
Il congresso di Livorno aveva decretato la divisione in cinque frazioni del Partito socialista. I «concentrazionisti» (Turati e la sua ala riformista); i massimalisti (i comunisti unitari di Giacinto Menotti Serrati); i rivoluzionari intransigenti di Costantino Lazzari); i comunisti puri di Amadeo Bordiga; la cosiddetta “circolare” di Antonio Graziadei.


Alla fine dei sei giorni, il 21 gennaio, i comunisti uscirono dal Teatro Goldoni. Per i vicoli della città labronica risuonava il canto dell’«Internazionale». I comunisti si avviarono verso il Teatro San Marco per il Primo congresso del Partito comunista d’Italia (che diverrà Partito comunista italiano solamente nel 1943).
Tra i maggiori rappresentanti, nomi che avrebbero fatto la Storia: da Antonio Gramsci a Umberto Terracini ad Angelo Tasca a Palmiro Togliatti. Nasceva il «rivoluzionario puro», che avrebbe consacrato la sua vita al verbo comunista. I criteri di selezione e iscrizione al Pcd’I erano molto rigidi. Altro che adesioni on line. Basti pensare che, nel primo anno, gli espulsi saranno settecento. Non era ammessa alcuna “deviazione” o “frazionismo”. La Storia prendeva un altro corso. Il «secolo breve» (il Novecento) era solo agli inizi.”
