Oggi l’Assemblea degli oltre duecento iscritti ufficializza la nascita dell’associazione civica, in gestazione dal luglio dello scorso anno.

Negli intenti dei promotori, non è soltanto una lista elettorale per la tornata amministrativa del maggio prossimo: del resto, non s’è mai vista una lista civica che si formalizza con tanto di Statuto e Manifesto programmatico.

Ma, come si può tenere assieme un’idea di città che, per ora e se c’è, sta solo nella testa dei promotori, con la pretesa di condividerla – nel subitaneo lampo di una campagna elettorale – con un elettorato da troppi lustri tenuto accortamente fuori da qualsiasi modalità di partecipazione, chiamato soltanto ad esprimere consenso a questo o a quello dei ceti che monopolizzano il funzionamento dell’istituzione locale?

Che conoscenze possiede un’associazione civica, che ora nasce, delle relazioni tra mondi produttivi, di servizio, istituzioni sociali, culturali e governance locale dall’altra?

Ecco, a me sembra che a tutto ciò possa e debba rispondersi ponendo essenzialmente una questione di metodo democratico e che, tra l’altro, questa sia una chiave di lettura del Manifesto programmatico dell’Associazione. Non importa tanto un ‘libro dei sogni’ redatto in fretta e furia a ridosso della campagna elettorale e che l’elettore quasi mai legge. Non contano tanto le emergenze che il governo cittadino eredita dalle giunte precedenti o da altri livelli della governance. Né troppo incidono i temi privilegiati dagli altri soggetti di un’inevitabile alleanza di governo.

In definitiva, quel che pone Coalizionecivica per Matera è il tema della democrazia! Diciamocelo con franchezza e senza infingimenti. Ciò che oggi chiamiamo democrazia, è semplicemente un funzionamento dello stato e del governo – dal Centro alla periferia – esattamente opposto a quell’idea. Ad esempio, eletti eterni che accumulano o alternano funzioni municipali, regionali, legislative o ministeriali e che si legano alla popolazione rappresentando gli interessi locali; che col meccanismo della porta girevole si ritrovano nei consigli di amministrazione degli interessi privatistici; che, in definitiva, requisiscono la cosa pubblica in nome di una salda alleanza fra l’oligarchia statale e quella economica, depredandone la cosa e i beni pubblici.

Non viviamo in una democrazia. Viviamo in uno stato di diritto oligarchico. In cui il potere dell’oligarchia è limitato dal duplice riconoscimento della sovranità popolare e delle libertà individuali: le elezioni sono libere. Ma servono essenzialmente ad assicurare la riproduzione del medesimo personale dominante sotto etichette intercambiabili.

Le libertà della vita democratica, conquistate grazie all’azione democratica, conservano la loro efficacia solo grazie a questa azione. E vengono incessantemente revocate in dubbio, corrotte dalla visione e dall’alleanza oligarchica della ricchezza e della scienza e della tecnica, che esige oggi tutto il potere ed esclude che il popolo possa ancora dividersi, moltiplicarsi. L’oligarchia ha in odio la democrazia: anche l’uomo della provvidenza, i cento uomini d’acciaio, il ‘capitano sgombrato’, i  loro ‘maggiordomi’ locali, sono tutte figure che appartengono all’armamentario dell’odio suscitato dalla democrazia. Hanno di mira l’intollerabile condizione egualitaria della diseguaglianza. Il “governo di chiunque”, che ha più titoli della filiazione, della ricchezza, del sapere perché li eccede tutti e perciò può governarli, è votato all’odio eterno di tutti coloro che sono in grado di presentare titoli per il governo degli uomini. Oggi più che mai.

Questa, mi pare la sfida – nello specifico del nostro territorio – che sta di fronte a Coalizionecivica per Matera. Una fatica tremenda, che può essere addolcita soltanto dalla massiccia partecipazione civica!

Quel che conta è la pretesa, irrinunciabile, del coinvolgimento attivo degli abitanti-produttori – ecco la questione del metodo – sia nella fase dell’elaborazione degli obiettivi, che in quella della decisione su ogni singola questione.

Insomma, l’Associazione dovrebbe mantenere dritta, sempre, la barra verso l’obiettivo di medio-lungo periodo della costruzione di “coralità produttiva” tra gli abitanti. Grazie a un capovolgimento dello sguardo, da quello passivo dell’abitante che attraversa e consuma la città, puntare alla consapevolezza di esserne anche i lavoratori, gli imprenditori, i tecnici, gli studiosi, gli operatori dei servizi e della cura, i ricercatori. Giacché, tutti assieme e nella dialettica degli interessi, la producono e ne rivendicano il diritto ad abitarla.

Un lavoro di lunga lena, già partito in questi mesi sul campo: quartieri, questioni, urgenze, attraverso Tavoli tematici frequentati da abitanti, esperti, portatori di interessi cittadini e che speriamo vedano presto la partecipazione sempre più numerosa anche degli interessi organizzati. Per costruire, a un certo punto, un vero e proprio Progetto locale di sviluppo: per indagare come le diverse forme di “ritorno al territorio” sperimentano e sedimentano, nei differenti luoghi, forme ‘corali’ di sviluppo locale “dal basso”. Per raccogliere e promuovere esperienze comunitarie, nuove tipologie “sociali” di impresa, nuovi strumenti pattizi di governo del territorio finalizzati al benessere sociale attraverso la sperimentazione di forme innovative di autogoverno locale. Per arrivare a proporre un modello “forte” valido non solamente per Matera, ma anche per i luoghi – comuni, borghi, contrade – che la comprendono.

Già nell’azione della prossima amministrazione, potrebbero diventare oggetto di lavoro, intanto, di un vero e proprio Osservatorio territoriale, costituito dai produttori della Città e del territorio, dall’Università, dai Centri di ricerca e innovazione, dalle reti dei comuni interessati, per stimolare, partecipare e costruirlo, infine, il Progetto.

Un Progetto locale di sviluppo, mi auguro, che prenda le mosse dal vero lascito dell’esperienza di Matera Capitale europea 2019, cioè l’essersi scrollata la Città definitivamente di dosso soprattutto lo stigma della ‘vergogna nazionale’. Nella consapevolezza ormai – matura per taluni, intuita da tanti altri – che la  sfida  era, è ancor oggi,  contro  un  ‘vecchio’  che  non  è  quello  del  dualismo  tradizione/modernità,  ma  è  il  moderno  stesso,  quello  delle  ideologie  novecentesche  che,  impattando sulla pluriforme vitalità dei luoghi ‘inadatti’ al progresso, li ha consegnati soltanto alla vergogna del “passato povero”.

Qui, a Matera come nei luoghi toccati dall’investitura del 2019, invece, entra in campo ancora la memoria: “poca” memoria, e fragile, ma al contempo potente generatrice di futuro. Così è stato per il recupero dell’abitare e della vita nei Sassi. Così è oggi anche agli occhi dei tanti visitatori, che continuano a giungere a Matera per contemplare un patrimonio vivo salvato dall’oblio e che scoprono quanto futuro possano ancora offrire luoghi sopravvissuti  allo snaturamento dell’identità culturale, socio-economica, ambientale; devastati dalle emigrazioni, dall’abbandono, dalle cattedrali nel deserto, dall’assistenzialismo clientelare. Un futuro che parla a noi tanto quanto parla a loro che, tornando a casa, riscoprono le stesse ricchezze nei mille luoghi dell’Appennino, dalla Calabria alla Liguria.

Occorre tornare nei nostri territori a condizioni di vita sostenibili e durevoli, arricchendone e innovandone il patrimonio. Bisogna riportare le nostre attività  nel loro contesto territoriale, produrre processi di coevoluzione cooperativa fra i nostri insediamenti, l’ambiente e la storia dei luoghi. Perché Matera e il Sud non si salvano da soli!