HomePoliticaMontesquieu, ovvero: "E chi sei tu?"

Montesquieu, ovvero: “E chi sei tu?”

Al semaforo di Villa Longo mi son fermato al rosso dietro un’unica vettura capofila. Al sopraggiungere dell’agognato verde ho atteso tempi civili prima di dare un colpo di clacson al signore della macchina bianca che ancora non si decideva a partire. Udendo altri clacson dietro di me ho suonato ancora a mia volta e quando dopo il verde è tornato il giallo e infine il sempiterno rosso, la fila ha intonato la marcia dell’Aida a solfeggio sincopato per via delle invettive. Così son riuscito a fare manovra e ho affiancato l’auto ferma davanti a me e dal finestrino ho guardato in faccia l’anziano guidatore che cercava invece di guardare altrove.

  • Parte? – gli ho chiesto retorico.
  • Che vuoi? Sto aspettando mia moglie che sta nel negozio qua vicino.
  • Ma come? – gli ho risposto – E al semaforo si parcheggia la macchina?
  • Sto dentro io – ha replicato serio serio.
  • Ma lei non può bloccare l’intero traffico cittadino per aspettare qua sua moglie.
  • E chi sei tu? – mi ha urlato contro agitando la mano destra a imbuto. – E CHI SEI TU per dire a me ciò che devo fare?

Già. E chi sei tu?

In questa breve domanda giace il precipitato finale di 500 anni di stato di diritto, di un secolo e mezzo di Stato unitario, di 70 anni di Repubblica: “E chi sei tu?” Questa breve locuzione seppellisce senza appello la sostanza della civiltà e a un tempo lo Spirito delle leggi di Montesquieu; straccia tutto, dalla tavola di Mosè al codice di Hammurabi, dal Corpus juris civilis di Giustiniano alla Magna Charta, dal codice Napoleonico, allo Statuto Albertino sino alla Costituzione italiana: tutte balle, tu non sei nessuno e io faccio quel che mi pare.

Se tu avessi una divisa, voleva dire il parcheggiato, se tu fossi un vigile pronto a usare il bastone (la multa) io dovrei sottostare alle tue volontà, ma visto che non sei nessuno, io non ti riconosco il diritto di rammentarmi una regola né di giudicare il mio operato, perciò taci e vai per la tua strada, io mi fermo dove mi pare e nessuno ha da eccepire. E anche se tu fossi un vigilie o un giudice, sarebbe da vedere se puoi togliermi il diritto di fare quel che diavolo mi pare e piace. La legge del più forte: unica.

Il parcheggiato con “E chi sei tu?” racconta in un istante l’intera storia patria, rivela il rapporto di molti cittadini con il Potere e discopre una singolare concezione della legalità molto diffusa nella nostra penisola: sino a quando non me lo impediscono con la forza, io continuo a fare quel che mi pare.

Non è forse questo l’enunciato implicito di chi, malgrado i sospetti, malgrado l’evidenza, a dispetto di inchieste, processi e magari anche sentenze passate in giudicato, continua ostinatamente a occupare posizioni di pubblico rilievo in politica e nella amministrazione della cosa pubblica? Ma va sottolineato che ciò avviene non in un clima di dissenso generale fra tumulti popolari e disapprovazione di massa, bensì nella generale indifferenza;  la medesima indifferenza rassegnata accompagna sia chi getta le carte dal finestrino, sia chi evade il fisco sia chi depreda e truffa lo Stato, sia chi parcheggia al semaforo di Villa Longo; indifferenza che ha radici antiche e un che di omertoso perché alla base poggia sulla misconoscenza dello Stato e sul “io mi faccio i fatti miei”.

La strage nel tribunale di Milano è un colpo tremendo: uomini di giustizia sono stati assassinati all’interno del Tribunale e non era mai accaduto, assassinati nel pieno esercizio delle funzioni e a causa delle loro funzioni, puniti per aver applicato la legge. “E chi sei tu?” – gridava quella pistola brandita non già da parte della Mafia, ma per mano di un singolo imputato.

Questo delitto apre uno squarcio enorme nel nostro tessuto democratico, ma non mi sembra che il Paese stia dando il giusto peso alla gravità dell’episodio che crea un precedente criminale, non solo, ma segna una svolta, lacera un’imene, desacralizza un luogo, introduce un gesto. Un gesto privato.

Paradossalmente quel che è avvenuto a Milano è più grave di precedenti delitti. Sin ora a uccidere i giudici era stata la Mafia o le Brigate Rosse, cioè un Antistato organizzato; stavolta si tratta di un privato cittadino che non vuole affatto sovvertire l’ordine democratico come le BR o intimidire lo Stato come la Mafia, ma vuole invece semplicemente continuare a farsi gli affari suoi. Si tratta di un singolo che della Mafia assume i comportamenti, ormai digeriti dalla opinione pubblica, e che diviene Mafia da solo, che non tollera che un giudice (E chi sei tu?) si possa sognare di eccepire e addirittura di giudicarlo e condannarlo.

Scopriamo che l’antistato non è solo la Mafia, ma anche il singolo uomo d’affari che si reputa onnipotente  e che non tollera ostacoli o sanzioni alla sua corsa verso la ricchezza a tutti i costi.

Un singolo cittadino che – dopo decenni di delegittimazione della magistratura, dopo decenni di popolarissimi governi guidati da personaggi a dir poco equivoci i quali che hanno abituato il Paese a disprezzare la magistratura e il parlamento –  vuole a sua volta l’immunità, l’impunità e se non può averla, colpisce: un Caimano in piccolo.

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6 Commenti

  1. Caro Costantino, da una parte hai ragione ma penso che bisognerebbe ascoltare anche l’altra campana, il fatto è gravissimo e non si discute ma purtroppo le tv e giornalisti ( per fortuna non tutti ) ci dicono quello che vogliono farci sapere e non sempre è la verità. E anche di questo ci sarebbe almeno un libro da dire dopo la sentenza ribaltata del delitto Meredith.
    Scivo questo perché ho mio malgrado a che fare con le istituzioni e ti assicuro che non è per nulla facile, ci vuole tantaaaaaaaaaaaa pazienza e quando parlo con avvocati di vecchio stampo che conosco oltre ad essere tanto afflitti per i tempi lunghissimi sono anche affranti per l incompetenza ed il non voler fare dei giudici e avvocati di oggi. Ti assicuro anche che tanti parlano di fare gesti del genere e queste notizie non fanno altro che alimentare la pazzia di chi è già stanco di un sistema che funziona solo per pochi ed in determinati modi. Potremmo discutere a lungo magari di persona se riusciamo a vederci , di solito non scrivo post ma il tuo mi ha ispirato e oggi avendo un po di tempo …..
    ti abbraccio e ti saluto caramente

  2. Caro Giuseppe, la macchina della giustizia, al pari della macchina amministrativa e burocratica del nostro Paese è lenta, farraginosa e spesso non funziona bene. Non ci nascondiamo dietro un dito e va detto che non è la macchina a non funzionare in astratto, la macchina funziona male perché molti macchinisti lavorano poco e male. Ed è un dramma per un paese moderno. Ma questo non può diventare l’alibi per l’anarchismo italiota del “faccio da me”, del “me ne frego” del continuo vivere ai bordi della legalità e anche oltre se nessuno me lo impedisce col bastone. La democrazia è impegno continuo; occorre invece che noi tutti ci impegniamo – ogni giorno ciascuno nel suo – affinché quella macchina funzioni meglio.

  3. Caro Costantino, i vecchi vanno uccisi sin da giovani. Altrimenti non avremo modo, diventando vecchi, di restare giovani più di loro

  4. Leggo il commento di Costantino e mi rendo conto che, mentre scorro le righe, anticipo alcuni passaggi che seguono nel testo, segno che il suo pensiero mi appartiene e che condivido perfettamente la sua analisi. Spesso ci si trova a commentare atteggiamenti di illegalità o semplicemente di mal costume nel nostro Paese con la conclusione che avvengono soprattutto perchè manca la certezza della pena: l’uso del telefono alla guida, l’evasione fiscale, lo sporcare le strade ecc. ed è proprio questa constatazione che mette il sigillo definitivo sull’impossibilità di avere speranze per una società italiana al passo con le altre democrazie del nord e centro Europa. La constatazione che, come bambini immaturi, non abbiamo alcuna coscienza del bene comune e del rispetto della legge per il semplice fatto che porta vantaggi di benessere a tutti ma la concepiamo unicamente come vincolo alla libertà personale (se la subiamo) o come trincea dietro la quale giustificare ogni atteggiamento (se è a nostro favore) spogliandola dal suo vero significato che è quello di superare i particolarismi.
    Siamo mentalmente assopiti e nascosti dietro piccoli e meschini interessi personali che ci trascinano a fondo in un mondo di disinteresse e arroganza dove si aspetta una divisa per far rispettare anche le più piccole norme di comportamento (un ragazzo che butta la carta in terra?) senza esporsi di persona come se il bene comune non fosse anche nostro. Ed è proprio così: l’incapacità di pensare la cosa comune come mia, fa sì che me ne disinteressi, che la possa distruggere, calpestare, danneggiare creando quel triste mondo di interessi privati che stiamo vivendo attualmente.
    La famiglia è il primo ambiente dove respiriamo il disinteresse per tutto, la scuola è spogliata della funzione educativa riducendosi ad essere luogo di insegnamento teorico e non a causa degli insegnanti ma anche grazie ai genitori che riportano in essa la salvaguardia del loro privato (mio figlio lo educo io!), i mass media trasmettono immagini a supporto di tutto ciò che è esaltazione dell’IO e quindi non si capisce come un bambino possa cresce re diversamente da tutti gli stimoli che riceve.
    Io continuo nel mio “riprendere” i ragazzini che sporcano, anche con fare autoritario, e mi rendo conto che la cosa funziona, soprattutto se poi ti fermi a parlare con loro trattandoli da uomini che hanno potenzialità sociali e non solo come acquirenti.

  5. Hai ragione, Mauro.
    il percorso democratico di educazione alla libertà, in Italia è ancora lungo. E gli “esempi” che vengono dall’alto sono sotto gli occhi di tutti.
    Inutile insegnare a scuola a non sporcare; se la mamma butta le bottiglie dal finestrino, il figlio imiterà la mamma.
    Se il Potere viene gestito come arbitrio e profitto personale, il suddito imiterà il sovrano.

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