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MATERA, NON DI SOLO TURISMO …..

Il Turismo è per l’Italia un settore chiave: presenta una quota importante del PIL (circa il 6,4%) e dell’occupazione (circa 7,2%).

La perdita graduale della quota di mercato osservata in Italia in anni recenti si deve ad una serie di fattori, tra i quali, il declino della qualità dell’offerta turistica e culturale, l’insufficiente attenzione alla differenziazione dei target di consumo turistico, l’emersione del divario digitale in confronto con gli altri paesi europei, la bassa priorità assegnata al settore turistico da parte delle autorità pubbliche (investimenti pubblici, regolazione, tassazione, immagine, formazione). Nonostante questo, l’Italia possiede ancora un forte vantaggio competitivo legato ai beni culturali ed al paesaggio, come del resto attestato dal fatto che sono presenti sul territorio nazionale il più alto numero di siti Unesco del mondo (47). In media, i turisti generano un valore aggiunto pari a 104,5 euro al giorno. Questo impatto varia molto a seconda dei target.

Lo sviluppo del turismo culturale nel prossimo futuro dipenderà sempre più dall’attrazione turistica a favore della destinazione italiana e dall’efficacia delle politiche per quanto riguarda l’ammodernamento e l’innovazione del sistema dell’offerta turistica in tutta la sua filiera, il miglioramento e l’estensione delle politiche di comunicazione e di marketing, includendo tra queste i contenuti on-line di internet che oggi, secondo i più recenti dati disponibili sul booking, danno luogo al 41% circa di tutte le prenotazioni turistiche. I dati suggeriscono di operare in almeno due direzioni: da un lato, il rilancio ed il consolidamento del coordinamento tra i portatori d’interessi, specialmente quella tra i responsabili politici; dall’altro, il potenziamento ed il ridisegno strategico delle politiche di sviluppo – e della loro gestione – a livello centrale e regionale.

 

Col Dossier MATERA 2019 mi pare perciò giustificata l’attenzione da parte delle istituzioni italiane e regionali nella sperimentazione di un diverso tipo di investimenti nel turismo culturale. MATERA CAPITALE, può essere considerata una sorta di “Piano straordinario per la sperimentazione di un diverso sviluppo turistico del Mezzogiorno”, anche nelle forme trasversali che l’Accordo di partenariato promuove per obiettivi tematici (ricerca e innovazione, agenda digitale, competitività dei sistemi produttivi, tutela dell’ambiente e valorizzazione delle risorse culturali ed ambientali, occupazione, mobilità sostenibile, città e aree interne), interconnessi con il settore del turismo. Fin qui, niente altro che razionale politica economica liberale e magari ci fosse: sarebbe possibile il confronto delle diverse posizioni, che invece sembrano ancora annichilite dalle luminarie da evento narcotizzante.

Ci sarà sicuramente altra occasione per tornarci, approfondire e commentare. Tornando al turismo culturale, mi urge ancora una sola annotazione al riguardo, oggi: lo sviluppo coordinato con i “borghi” dell’interno e con l’area metapontina. La situazione è grave: il degrado dell’accoglienza turistica nella fascia metapontina  è evidente persino nel tappeto di spazzature che ricopre, stabilmente estate e inverno, in particolare le strade del Lido di Metaponto, che dovrebbe rappresentare l’emblema dell’accoglienza nei luoghi della Magna Grecia.

Quanto all’abbandono dei bei paesini dell’interno e all’illusione miserabile che tutti possiamo farcela soltanto con lo sviluppo turistico, c’è poco da aggiungere: occorreva – già trent’anni fa – una politica di sviluppo rurale che arrestasse il dissanguamento di quei centri. Occorre per tutto il Mezzogiorno e per la nostra regione un progetto di sviluppo industriale compatibile con le suscettività ambientali, paesaggistiche  e turistiche in grado di restituire dignità a tutti!

Ben venga, perciò, l’iniziativa del Patto Governo – Regioni che sembra riattivare finalmente l’attenzione anche per le aree più depresse nel nostro Mezzogiorno. In questi giorni poi dovrebbe esser pubblicato il “PATTO PER LA BASILICATA”, di cui anche Franco Martina su giornalemio.it ha scritto qualche giorno fa.

L’aspetto per me più convincente dei propositi in esso contenuti, devo dichiararlo, sta nel concorso – per taluni obbiettivi – della Regione Puglia, notoriamente meglio attrezzata e ascoltata che non la nostra Regione. Vengono riprese vecchie idee di oltre un decennio addietro,  mai messe in cantiere dai “provinciali del tempo”, limitati come dei “provinciali dello spazio” (Il “provincialismo temporale” è un luogo particolarmente frequentato dai “politici furbi”, perché non necessita di pensieri lunghi. Un luogo ostile ai “politici intelligenti”, che hanno la necessità di “pensare”, oltre il tempo della cronaca  e del consenso elettorale, la realtà che vogliono cambiare).

Per quel che qui interessa, sottolineo “l’Azione di riqualificazione del porto di Taranto anche attraverso la realizzazione della Piattaforma logistica dell’agroalimentare collocata a Ferrandina e quindi al centro del Mediterraneo e strettamente correlata al Porto di Taranto che ha una naturale predisposizione a intercettare traffico di merci che, in prospettiva, riguarderanno soprattutto lo scambio delle merci alimentari”, ha dichiarato l’assessore regionale Braia.

75 Meuro di investimenti complessivi attraverso cui si potranno movimentare merci per 1 milione e 700 mila tonnellate in soli due giorni sulla tratta Helsinki – Malta rispetto ai nove oggi occorrenti e che potranno dare occupazione a circa 300 unita lavorative; la certificazione della qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari; la possibilità di svolgere anche la funzione di un vero e proprio centro di ricerca specializzato per l’intero meridione. “Un’opera fondamentale per la nostra regione perché per la sua posizione geografica potrà diventare lo snodo sia per la logistica che per lo sviluppo dell’agroindustria potendo anche utilizzare i benefici della zona franca e dell’area doganale.”

Ma, qual è l’idea di sviluppo che si intende perseguire col PATTO PER LA BASILICATA? Già perché resta ancora dannatamente presente il pericolo di ribattere vicoli ciechi e perigliosi, purtroppo.

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Giorgio Nebbia, professore emerito e riconosciuto fine analista del ciclo delle merci che oggi si occupa di risorse naturali, studiando l’ILVA e Taranto ridotta a sua malata appendice, riferisce che “Alcuni dei medici che cercano di risanare l’ILVA si sono chiesti se non sia possibile ottenere acciaio, di cui c’è crescente bisogno nel mondo, con un processo, già sperimentato altrove, che usa il metano del gas naturale come agente riducente del minerale. Il processo consentirebbe di liberare Taranto dalla schiavitù del carbone, comporterebbe un minore consumo di energia per tonnellata di acciaio prodotto e un minore inquinamento e sarebbe certamente molto più “verde” ed ecologicamente accettabile di quello attuale, anche se nessun processo è esente da polveri e fumi e scorie.” Contro l’acciaio al metano sono ovviamente prevedibili opposizioni da parte delle potenti organizzazioni dell’estrazione, del commercio e del trasporto del carbone, oltre ovviamente che della proprietà.

Ilva, lavoro o salute

Non so come finirà; si tratta di una occasione per coinvolgere, come mai è stato fatto in passato, la popolazione nei dettagli del processo, delle quantità e dei caratteri delle materie che verrebbero ad attraversare Taranto; una occasione per effettuare una “valutazione dell’impatto ambientale” preventiva, con la partecipazione della popolazione, ben diversa dalle valutazioni finora fatte a disastri avvenuti. Comunque, a mio modesto parere, anche solo l’aver formulato l’idea di un cambiamento, sta stimolando un dibattito e destando un briciolo di speranza per un futuro in cui Taranto conservi la sua tradizione industriale e operaia, l’occupazione e in cui si muoia di meno di mali ambientali.

Ora, se questo ragionamento e questo metodo dovessero tornare utili per l’ILVA e per Taranto, perché non dovrebbero funzionare per le dismesse aree industriali dell’asse bradanico, riproponendo chimica verde e tecnologie sostenibili? Allora sì, acquisterebbe maggior pregnanza la riqualificazione sia pure tardiva del porto di Taranto e della città stessa, oltre che il riconoscimento della validità della Ricerca & Innovazione nelle aree coltive: quelle pregiate residue joniche, dopo la dismissione colpevole della bonifica e la progressiva distruzione degli investimenti pubblici in agricoltura, a favore dei villaggi vacanze e delle mille estranee destinazioni d’uso; quelle boschive produttive e conservative delle aree interne, da sempre “sfasciume pendulo” bisognoso di diuturne cure per la sopravvivenza stessa dei cento “borghi” e dell’aree vallive.

Piano sviluppo rurale

“Con la piattaforma logistica dell’agroalimentare si riporta alla centralità, per la nostra regione, – conclude l’assessore Luca Braia – l’agroalimentare e l’agroindustria in grado di poter intercettare i mercati ortofrutticoli delle regioni limitrofe, così come quelli del Nord Europa.”, in una logica che a me pare ancora quella di mettere in atto nuove strutture organizzative separate, mirate allo sviluppo di prodotti e processi collocati nei vari paradigmi tecnologici emergenti. A me pare, invece, che senza una comune attendibile idea circa il risultato atteso, la tensione degli attori si trasferisce tutta sul processo, con l’inevitabile corollario delle reciproche accuse di tradimento degli obiettivi iniziali. L’idea giusta di rimettere al centro dell’opera di salvezza e rinascita della Basilicata l’agroalimentare e l’agroindustria deve poter mostrare: l’apparente ma in realtà non applicabile situazione di bene comune o bene di club, il conflitto anche con l’intrapresa separata, l’indispensabile elaborazione del senso di destino comune, l’importanza decisiva delle regole formali, la leadership con le due funzioni di alimentare il senso del destino comune e mettere tutti in condizione di collaborare. Naturalmente, il tutto non può che giocarsi in tempi lunghi per vederne elementi e esiti.

Insomma, varrebbe per la Basilicata (e in generale per i territori dello sfasciume pendulo) quello che Piero Bevilacqua ha rilevato per la laguna di Venezia. Venezia si trova a fronteggiare un problema fondamentale per la sua stessa sopravvivenza: la conservazione  della laguna dalle continue minacce di alterazione del suo equilibrio naturale e dai processi di interramento. La  laguna era  nient’altro che il frutto di un’evoluzione naturale a cui nei millenni avevano cooperato le stesse forze dinamiche che ora la insidiavano: i fiumi dell’entroterra e il mare. Qui l’uomo ha saputo guidare l’evoluzione della natura, giorno dopo giorno e stagione dopo stagione, per arricchire le risorse del sito: perché le une e l’altro, le risorse e il sito, servissero meglio, il più durevolmente possibile, la sopravvivenza e lo sviluppo degli uomini e della società e il loro costante arricchimento. “Vedo insomma Venezia come un’oasi nella quale è depositata una saggezza che il mondo contemporaneo ha dimenticato. Un’oasi che può essere considerata in due modi: Può essere considerata una anacronistica sacca di resistenza di un passato che non può più insegnare nulla, e che va eliminata, nei due modi possibili: alla Marinetti, sostituendola fisicamente con una nuova realtà di cemento e acciaio, oppure cristallizzandola nella sterilità di un museo o di una “riserva indiana”. Sono in realtà due modi complementari di omologare Venezia ai modelli di consumo e di produzione, di vita e di lavoro ormai dominanti – e dovunque in crisi.

Oppure, viceversa, Venezia può essere considerata e governata come una scuola di modernità: come un luogo che può consentire di sperimentare, a vantaggio di tutto il mondo, un modo rinnovato di produrre. Rinnovato rispetto a quello che vogliamo lasciarci dietro le spalle, perché non distruttivo delle risorse e realmente “sostenibile”. E rinnovato rispetto a quello che due secoli fa la Repubblica Serenissima ci lasciò perché capace di utilizzare, in una prospettiva non più “industrialista”, le innovazioni che la scienza di questi ultimi secoli ha messo a disposizione del genere umano.” (Venezia e le acque, di P. Bevilacqua)

 

Anche molti dei nostri amici intellettuali, persone spesso generosamente impegnate a tener viva la fiammella dell’impegno civile, sono in molti casi intrappolati nel sortilegio del “progressismo”. Ancora non si sono accorti di quale sia la tendenza profonda del nostro tempo, che trascina ogni cosa verso l’abisso della esemplificazione funzionale. Eppure basterebbe aprire gli occhi e leggere il mondo così com’è per capire i segnali quotidiani inequivocabili che esso ci manda. Ma proprio tale comprensione dovrebbe vivamente consigliarci di scorgere – in Venezia come in un qualsiasi luogo del nostro sfasciume pendulo, specie appenninico, un tesoro di diversità da conservare proprio per la sua irriducibile alterità. Non si riesce ancora a capire che la ricchezza inestimabile del nostro tempo è tutto ciò che si sottrae alle logiche del nostro tempo… Tutto ciò che fa eccezione, che non è producibile industrialmente, che non ubbidisce a criteri rigidi di razionalità: starei per dire, tutto ciò “che non funziona”.

Certo, c’è il problema di farlo vivere. Occorre una grande e originale progettualità politica per rendere viva la città e i territori in un modo che è diverso dall’ “ordinario”. Ma prima di ogni cosa esiste un gigantesco problema culturale: la rivalutazione della modernità di Venezia come dei nostri territori rurali, contenuta nella loro estraneità alla civiltà capitalistica di massa, all’età fordista peraltro ormai tramontata.

E, francamente, mi paiono queste nicchie di “resistenza” le uniche vere nicchie produttive per il buon lavoro, per il pieno lavoro e  il buon vivere che potremmo offrire al mondo intero.

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2 Commenti

  1. Caro Michele nella puntuale relazione sullo stato di dissesto dell’economia territoriale, nel quale hai inserito una miriade di spunti, che meriterebbero la istituzione di commissione tematiche per giungere alla sintesi di una ”mozione d’ordine” si evidenzia la necessità di indicare le priorità. Altrimenti tiriamo fuori l’elenco irrealizzabile di quello che vorremmo. Giusto?
    Cultura? Il dossier per Matera 2019 indica che occorre coinvolgere il territorio dalle aree interne al Metapontino, dalla Valbasento al Vulture.
    Come? Attraverso progetti legati a itinerari tematici e a pacchetti turistici da offrire all’utenza. E questo ci lega a un progetto di marketing strategico che non abbiamo e nemmeno a Matera. Avrebbero dovuto presentarlo lo scorso 19 dicembre e invece…siamo arrivati direttamente al Capodanno
    Infrastrutture. Anche in questo priorità. Nel servizio realizzato nei giorni scorsi e che hai citato ho evidenziato ai tre consiglieri regionali del Pd le cose fattibili e quelle giudicate inutili dal Governo e dalla Regione, Vogliano semplificare ed essere concreti?
    Il riferimento alla rete delle infrastrutture interregionali, aeroporti e porto di Taranto, evidenziano che ancora una volta -fatta eccezione per la piattaforma logistica della Valbasento- continuiamo a restare al palo. Matera è nel limbo e non si pronuncia se la Regione non decreta, perché stringe forte i cordoni della borsa e della politica, la Regione è tirata da interessi extraregionali (vedi aeroporto di Pontecagnano e ferrovia Potenza Roma) mentre sull’energia sia in una situazione di attendismo (comprensibile) tra referendum petroliferi, spada di Damocle delle perforazioni e mancanza di una politica energetica realistica che si è mossa negli ultimi tempi per la vendita di quote di anidride carbonica all?Eni. L’ Ilva potrebbe andare a gas? Bene e noi cosa ci rimettiamo e che ce ne viene? Michele,Serve una mozione d’ordine, Perché come titoli tu.: Non si vive di solo turismo. Occorre una impostazione progressista…

    Franco

    • Il territorio materano, al tempo stesso terra di confine tra il Mediterraneo e le aree interne (l’osso di Rossi-Doria) dalle quali dipendono gli equilibri delle aree costiere e vallive in cui si concentrano le attività maggiormente produttive, tra la Terra d’Otranto e la Lucania e l’Appennino meridionale, rappresenta, forse più di tante altre realtà geografiche meridionali, l’idea del limite che al tempo stesso deve essere oltrepassato e rispettato, nell’incontro col forestiero e grazie alla secolare cultura dell’accoglienza sedimentata in ogni piega delle tradizione.
      Dopo decenni di abbandono e degrado, queste nostre terre sono attraversate da diverse aspirazioni di molteplici soggettività: vi convergono giovani, ricercatori, agronomi, produttori, visitatori, artisti. Occorre più che mai un progetto puntuale, multidisciplinare, per la politica pubblica; una sponda nelle pratiche effettive e in azioni che vengono dall’Europa e dal lavoro di altri portatori di conoscenza. La “Strategia nazionale per le aree interne”, con i suoi obiettivi di valorizzare le diversità e dotare i luoghi di una forte qualità di servizi essenziali (scuola, salute, mobilità), con la mobilitazione dei saperi sulla natura e col metodo di sperimentalismo democratico proposto da Fabrizio Barca, figura di primo piano nel campo degli studi e dell’impegno per lo sviluppo e la coesione del Sud e delle aree in ritardo, potrebbe essere portata ad esempio per una politica di sviluppo dei nostri luoghi.
      Ecco, a me sembra che – proprio mentre si stanno stringendo tempi e patti per riavviare un’ipotesi di rinascita del Sud, che potrebbe anche avere le caratteristiche sopra descritte – sia necessario dibattere sui caratteri di fondo di tale idea per scongiurare nuovi tragici fallimenti, proprio per dare consistenza allo sperimentalismo democratico e conservando – com’è legittimo che sia – molti dubbi sulla qualità del ceto politico che dovrebbe animarlo.
      Le vicende appena accennate nell’articolo e studiate da Bevilacqua in “Venezia e le acque. Una metafora planetaria” ben rappresentano due insegnamenti universali di natura politica: l’attività riformatrice delle istituzioni “a titolo di esperimento” e l’idea che il bene comune sia intangibile e pertanto tutti gli interessi debbano subordinarsi ad esso.
      Venezia è metafora della nostra medesima condizione: il sempiterno sfasciume pendulo che è il nostro territorio – esito di catastrofi geologiche e ambientali – necessita della cura attiva, della manutenzione produttiva, di presenza antropica stabile e solida nei nostri comuni interni per la conservazione stessa dei territori, in montagna e in collina come nelle valli e lungo il mare. E soltanto l’idea-destino di una comunità di frontiera tra il Mediterraneo e l’Appennino, può esaltare una necessaria mobilitazione ambientalista diffusa, imposta attraverso un disciplinamento egemonico come senso comune delle classi dirigenti a tutti i cittadini.
      L’idea del limite come possibilità concreta di produzioni territoriali nella specificità geografica e antropica e storica dei nostri siti, può – deve – improntare anche l’idea di sviluppo possibile per noi: per sperimentare, o recuperare, lavori che non sono importanti per il reddito che possono fornire, ma per la qualità di vita che riescono a garantire. Occorre capovolgere il modo di pensare che ha dominato fin qui e continua a colonizzare le menti: lavorare come dannati, avere un alto reddito e così conseguire una qualità superiore di vita. Il meccanismo si è inceppato, non funziona più. Il lavoro che dà alto reddito assorbe tutta la vita, e la sua qualità si riduce al lavoro e al suo incontenibile stress. Il futuro appartiene a chi saprà cogliere questa occasione, o non sarà.
      Occorre provare a progettare lavori nuovi, soprattutto per le nuove generazioni, per esempio
      • legati all’irrinviabile ripopolamento delle colline interne e delle zone pedemontane da destinare a un’inedita rinascita economica e sociale, attraverso l’agricoltura biologica, fondata su piccole e medie aziende, destinate al consumo locale e attività di riforestazione. Da tempo ormai in Europa, l’agricoltura è un’attività multifunzionale: non solo beni alimentari, ma valorizzazione della biodiversità agricola, protezione del suolo, custodia del paesaggio, organizzazione di nuove forme di turismo, escursioni, attività didattiche, valorizzazione delle cucine locali, ecc. E nuova cultura delle risorse naturali, cura dell’ambiente, che per i giovani oggi significa dare un senso alla propria esistenza, attraverso la sperimentazione nelle aziende di agricoltura biologica e biodinamica; attraverso la pratica del prodotto a pochi km di trasporto. Forestazione produttiva con alberi di pregio, riattivando le attività di trasformazione in loco: “Attorno ai boschi e foreste si sta sviluppando una fitta trama di interessi e attività che va ben al di là della conservazione e della semplice riforestazione”.
      Un elenco di cose, molto meglio studiato e organizzato negli studi e nei piani pubblici e privati, indubbiamente. Ma che va rammendato soprattutto per ricordare che la piena valorizzazione della collina e delle zone interne si può realizzare solo grazie alla simultaneità di tute queste iniziative messe insieme, in modo da formare massa critica. Qui sta il segreto del possibile successo: tutte le varie parti si devono presentare connesse da una precisa funzionalità d’assieme e dall’orizzonte culturale generale che le sorregge. Anche perché, si comprende, una cosa è chiedere al giovane di fare il contadino o il boscaiolo, una cosa è chiedergli di partecipare, con un suo compito individuale o di gruppo, a un grande progetto complessivo di rinascita di una parte importante del territorio italiano.
      • Il metodo suggerito, tutte le varie parti si devono presentare connesse da una precisa funzionalità d’assieme e dall’orizzonte culturale generale che le sorregge, dovrebbe presiedere a qualsiasi altro intervento settoriale (meglio ancora se intersettoriale): dalla valorizzazione del patrimonio culturale, storico e ambientale alla chimica fine verde. Ma acquista senso, come chiedi tu, se ha un punto di vista in grado di filtrare l’idea di sviluppo sostenibile fondata sul concetto di “limite”. E questo punto di vista non può che essere un PIANO DEL LAVORO DEI GIOVANI. Che senso avrebbe uno sforzo di rinascita senza i suoi naturali soggetti, i giovani diplomati e laureati costretti all’esodo? E quelli immigrati, costretti ad altri lidi perché noi non abbiamo da offrire loro alcuna esperienza – in agricoltura, negli studi, nella ricerca, nelle produzioni – che poi possano riportare nei loro paesi per farli rinascere. O, impiegarli nelle nostre comunità altrimenti condannate all’inevitabile fine?

      Ci torneremo su queste tematiche; non mancheranno le occasioni, a cominciare dal Patto per la Basilicata.

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