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Matera capitale della cultura… lo sia anche della pace

Mentre scrivo – è il pomeriggio di mercoledì 7 ottobre 2015-, sento avvilito il rombo sinistro dei caccia che si ‘esercitano’ per andare in guerra in Iraq e in Siria (e magari anche in Libia, dal nostro Governo considerata ormai proprio protettorato).

Fino a qualche settimana addietro, m’imbestialiva il fatto che, per far giocare i nostri ‘Rambo’, lo Stato spendesse, per un’ora di volo del Tornado, circa 40mila euro; che il piccolo Falcon 50 che porta a casa la ministra Pinotti ha un costo orario di volo di circa 3mila e 400 euro; che a Taranto, il costo orario del ‘caccia’ che ha seminato terrore sull’abitato qualche giorno fa è stato pari al costo di 20 interventi possibili per abbattere la percentuale di diossina nell’aria di quella città.

No, oggi tutto rischia di precipitare nuovamente, tragicamente e in forme ormai perverse, negli ‘errori’ già commessi: è di queste ore la notizia della ri – ‘presa’ di diverse città dell’Afganistan da parte dei Taliban. Dopo inutili anni di guerre, lutti e distruzioni. In Libia, la guerra ‘umanitaria’ a Gheddafi ha provocato centinaia di migliaia di morti, di storpi, per trasformarli in migranti e morti per fame, per malattie, in mare … Per non parlare delle altre aree di conflitti. E per non parlare dei ‘danni collaterali’ che affliggono i nostri piloti.

Allora? A chi torna utile la guerra bisogna chiedersi, giacché non si tratta di ‘errori’ (anche se non mancano tra le teste d’uovo militaresche le teste di cazzo); è assai più probabile che si tratti, essenzialmente, di business industriale militare.

Un esempio di queste ore? Eccolo qua: il Corriere della Sera ha sganciato una rumorosa “bomba”(termine appropriato…) sul tavolo politico italiano: “il Ministero della Difesa ed il Governo starebbero considerando l’ipotesi di effettuare bombardamenti in Iraq in funzione anti-ISIS”. Il Corriere è netto nella propria presa di posizione rilanciando addirittura “richieste di intervento precedenti, ritenendo che il nostro Paese dovesse assumersi responsabilità maggiori della semplice ricognizione in quella che è ormai una guerra in piena regola contro i tagliagole dell’Isis”.

Non c’è dubbio che il dibattito politico divamperà soprattutto su un punto, quello della necessità di un passaggio parlamentare in merito ad un eventuale impiego della nostra forza militare. Non è possibile, altrimenti, cambiare la “destinazione d’uso” della missione senza un passaggio formale ed esplicito con voto Parlamentare.
Sarebbe però un gravissimo errore considerare tutto quanto si sta delineando oggi (anticipazioni e risposte) in semplice ambito di scelte di politica estera e difesa, in particolare legate allo scacchiere mediorientale e alla partita relativa al “terrorismo”.

Va invece considerato con maggiore attenzione il lato “interno” della vicenda.

E dell’altro giorno l’intenzione (secondo indiscrezioni) del Ministro Padoan di effettuare un taglio del 3% (circa 480 milioni) nel budget della Difesa. Con immediata e “preoccupata” risposta del sottosegretario alla Difesa Rossi (che, ricordiamolo, nella sua vita precedente è stato Generale dell’Esercito, pure con ruolo di Sottocapo di Stato Maggiore). Un inizio di braccio di ferro nei giorni di discussione del DEF e all’immediata vigilia della preparazione della bozza di Bilancio dello Stato per difendere i fondi destinati alla spesa militare? Quale migliore scusa per un rafforzamento (altro che tagli!) del budget della Difesa di una bella eventualità di impegno diretto contro le milizie terroriste dell’Isis (anche se il dove, con quale intelligence e con quali obiettivi… ovviamente sono elementi che non è dato sapere…)?

Una “carta” magari giocata anche perché qualcuno – sia al Corriere che al Governo – ritiene davvero, come una patologica “coazione a ripetere”, che solo le bombe possano risolvere i problemi di quelle martoriate terre. Ma che, a mio parere, come primo obiettivo ha invece solo quello di fermare qualsiasi ipotesi di taglio al bilancio della Difesa.

Nel mio precedente intervento su questo blog peroravo – per “Matera capitale europea della cultura”- il dialogo “interculturale” con le altre comunità mediterranee che nei secoli hanno conosciuto l’idea e la pratica del ‘limite’, ma anche il conflitto distruttivo con esso. Un dialogo forse utopico, che pure c’è già stato nei secoli, forgiando il nostro carattere mediterraneo. Oggi quasi criminalizzato dall’arroganza del pensiero, della cultura consumistica, delle velleità ‘oceaniche’ che stanno distruggendo la nostra ‘umanità’.

Sottacevo – dandola per scontato – quella vocazione per la pace che è implicita nel percorso di ri-appropriazione della cultura del limite.

Matera non può sottrarsi dal testimoniare il ripudio verso ogni forma di guerra – al di là della retorica impiegata: Non ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, perché nessuno ha il diritto di uccidere la vita e la speranza del dialogo.
Anche da Matera può partire il movimento mediterraneo per condannare la guerra e proporre la pace, attraverso lo scambio reciproco delle storie, delle economie di pace e delle solidarietà indispensabili per sconfiggere le retoriche della paura e i nascosti interessi di lugubri profitti.

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Anche questo ci si aspetta – nelle comunità mediterranee che guardano a Matera 2019 – dalla Città designata a capitale della cultura e, ovviamente, della pace.

Un grande movimento che unisca credenti e ‘laici’ attenti alle storie religiose mediterranee, interessati al dialogo efficace tra le parole ‘monoteistiche’, decisamente ostile agli ideologismi oltranzisti che a Levante e a Occidente armano incaute mani, per facili e immediati tornaconti (oggi le armi, sullo sfondo le risorse energetiche e fossili). Quando non addirittura lo smercio dei materiali atomici …

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