E alla fine anche queste elezioni hanno riservato la sorpresa. Ed è stata con il botto finale, proprio come si conviene ai classici fuochi d’artificio delle feste di paese. Come nessun sondaggista aveva previsto il boom di Grillo alle politiche scorse, anche ora (ripetendo un clamoroso flop professionale) nessuno ha previsto nemmeno lontanamente l’exploit di Renzi. E che exploit! Altro che vittoria di Grillo con processi di piazza virtuale annessi e connessi.

Dalle 23,00 in poi di domenica notte è stata un’escalation. Dopo gli exit-poll (quando li aboliamo?) che davano sia Grillo che Renzi intorno al 30% (il primo poco sotto, il secondo un po’ sopra), sono cominciate a giungere le prime proiezioni sui voti veri a far intendere che la forbice si apriva. Ma ci è voluto lo spoglio vero e proprio dei voti per comunicarci l’ampia voragine (di cui nessuno si era accorto) e che pure si era aperta tra il vociare nella rete, le urla e le invettive della piazza e il Paese reale.

Nessuno si è accorto della vera e propria seduzione che Matteo Renzi ha portato a termine con l’Italia. Con il suo movimentismo, le sue parole d’ordine, i primi provvedimenti concreti del governo e il messaggio sempre più invasivo e crescente che c’è una politica che fa già oggi fatti e non solo parole e con cui “si può fare di più” anche domani. Un messaggio di “speranza” come lui stesso l’ha definito, abilmente riempito di “sostanza” (per quello che gli è stato possibile nel breve lasso di potere da lui detenuto).

E’ stato un crescendo. Un macinare chilometri per l’Italia. Partendo significativamente da una scuola all’altra. Utilizzando ogni ora delle poche giornate a sua disposizione da quando ha fatto l’azzardo di scalzare Letta da palazzo Chigi per insediarsi sulla sua poltrona.

Ha giocato diverse carte e su diversi tavoli. Anche con quel “diavolo” dell’ex cavaliere chiudendolo in un abbraccio mortale come fa un boxer sul ring con il proprio avversario. Mossa che non gli era possibile con l’altro saltellante sfidante Grillo. Più difficile da afferrare, più movimentista di lui e così ben piazzato sulla tavoletta di surf a cavalcare la facile onda dell’antipolitica e del rancore montante da una comunità sanguinante delle ferite di una crisi così profonda. A Grillo e Casaleggio lì ha dovuti sfidare sul loro stesso terreno, quello mediatico e a distanza. Un terreno in cui aveva già dato prova di muoversi a proprio agio e che è stato l’elemento determinante della sua fulminea ascesa da quella prima Leopolda ai piani alti del potere, nella stanza dei bottoni.

 

Ed è proprio su questo terreno che i due partner che detengono il comando del M5S hanno cominciato a montarsi la testa e a toppare. Non hanno colto nemmeno loro il vento che stava cambiando direzione, sicuri di un successo stratosferico, hanno continuato con parole d’ordine (#vinciamonoi) azzardate e presuntuose, condite da minacce a destra e manca di processi, fino addirittura l’assedio al Quirinale. Roba da pazzi scatenati. Buona per un show ma non per la vita concreta. Per cui tanta gente ha smesso di ridere ed ha cominciato ad avere paura per davvero di quel lugubre Casaleggio e del ghigno di Grillo.

Ed è così che il bravo ragazzo di Firenze dalla faccia pulita e la parlantina svelta ha cominciato a diventare la soluzione alle ansie vere delle difficoltà quotidiane e quelle indotte dalla cruenta onda grillina. E persino in tanti che avevano deciso di non andare a votare ci hanno ripensato. E finanche chi, da sinistra, aveva deciso di non votare per il PD di Renzi ci ha ripensato. Tanti anche lontani, forse opposti al PD, hanno temuto il sorpasso ed hanno votato per questo fenomeno che tutto sommato gli ricordava gli anni d’oro del loro arrugginito oramai ex leader.

Così il famoso derby non ha avuto più storia ed ha preso la piega che tutti sappiamo. Con quel risultato clamoroso del 40,81%  a 21,16% .

Sarà gloria vera e duratura? Questo toccherà allo stesso Renzi stabilirlo, con una azione che dovrà tendere a mantenere fede alle sue “promesse” e nello stesso tempo strutturare questo clamoroso successo. A lui (e ad un partito che fatica a diventare un partito vero) l’arduo compito di far si che sia questo l’inizio di un lungo ciclo o il fuoco fatuo di un momento di grazia.

Il consiglio, a tal proposito, al premier è di guardare alla rapida ascesa e precipitazione di Hollande in Francia e di non imitarlo.

Se poi anche Renzi dopo averla sedotta l’Italia l’abbandonerà a se stessa lo vedremo. Nel frattempo, onestà intellettuale, richiede che si indirizzi a lui un grazie perché l’Italia dopo il 25 maggio è sicuramente più positiva per se stessa e più presentabile e forte in Europa.