Bisognerebbe prendere sul serio l’articolo Matera fa il suo bilancio di capitale europea della cultura di Alessandro Calvi, giornalista del NYT. Non mi sembra che, ad oggi, ci siano prese di posizione d’un certo impegno – fatte salve le consuete banalità postate sui social.

Quel che colpisce immediatamente sono le parole del sindaco De Ruggieri, intervistato dal giornalista. E oggi, saranno proprio quei giudizi il tema del mio intervento. Prossimamente, poi, sarà bene affrontare le tante, sacrosante ragioni offerte dal giornalista Calvi.

Sottolinea l’intervistatore “Non più la città di grano e di pane che incarnava la storia, il Mediterraneo, la terra, il sole. Oggi quel sole non è diverso da quello algido che galleggia nei cieli del nord. Oggi Matera è una città normale”. E De Ruggieri commenta:

Con questo turismo randagio, Matera perde la dignità”. Perplessità che il sindaco aveva già manifestate alla vigilia dell’anno da capitale europea della cultura. “Si sta correndo un rischio”, dice De Ruggieri, “ma possiamo ancora evitare il peggio. Finita questa festa, questa gozzoviglia, si dovrà tornare alla fredda razionalità”. Dopo il 2019, spiega, “non dovranno più arrivare masse brade di turisti mordi e fuggi. Il rapporto tra città e cultura dovrà diventare strutturale. Sarà decisivo il ruolo di istituzioni come il Centro sperimentale di cinematografia, che qui ha aperto una sede, o l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro. Insomma, l’idea è che il turismo non assorba più ogni energia della città. Ma sarà dura.” In effetti, questo sindaco sarà ricordato per queste istituzioni: le ha tenacemente volute e ottenute, e ad esse va aggiunto l’acquisto del Cinema Duni, la conseguita autonomia del Polo Museale, la piena funzionalità pubblica della Cava del sole.

Oggi”, prosegue il sindaco, “la città è un bazar. Si dovrà intervenire selezionando e riqualificando”. Quindi aggiunge: “Abbiamo un’arma che città come Venezia e Firenze non hanno: il 70 per cento dei Sassi è patrimonio indisponibile dello stato. Se un governo lungimirante dirà che solo il 20 per cento può essere destinato ad attività ricettive, il resto potrà tornare all’uso abitativo”. Certo, ci si augura, per chi ha a cuore la salvaguardia dei centri antichi e storicizzati, che sia al più presto approvata una legge per la tutela dei Centri storici. Ma, il sindaco non può dimenticare che i centri storici rientrano già oggi tra gli immobili e le aree di notevole interesse pubblico, ex art. 136 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, qualora sia stata effettuata la dichiarazione di notevole interesse pubblico nei termini e modalità prevista dalla legge. Un centro storico, lo ricordo, per diventare oggetto di tutela e applicazione di vincolo paesaggistico per notevole interesse pubblico, deve essere vincolato con specifico provvedimento puntuale (emanato dal Ministero, ndr) oppure oggetto di apposita previsione nel piano paesaggistico regionale. Non sono mancate le proposte – ricordo l’ultima avanzata dall’architetto L. Acito sull’edificato del piano. Perché mai, ad oggi non si è provveduto, considerato tra l’altro le trasversali maggioranze che ormai stabilmente governano la Città e fino a ieri han governato la Regione?

In ogni caso, la denuncia durissima di quel che è diventata Matera 2019 fatta dal sindaco De Ruggieri, quasi un testamento politico della governatura, in nulla discosta da quel che sin dagli anni della candidatura andavamo dicendo in tanti!

Perché è potuto accadere? Certo non possiamo pretendere risposte da chi, in questa disneylandizzazione, è riuscito a scampare un salario, la rendita, l’esperienza, la piccola attività, la pratica artistica, sia pur precarie e spesso di tipo familistico. O da qualche devoto all’upper class che apoditticamente liquida critici e commentatori, sentenziando: “è sempre il solito Novecento!” Malcelando costoro, l’ignoranza (o velando la verità pervicacemente ad altri) del postmoderno, dell’individualismo consumistico che t’intrappola tra falsi miraggi e la disperazione che uccide. Poi, ci sono i profittatori, della politica e quelli politicanti, i veri gestori dei quasi sessanta milioni di euro che è costato soprattutto di luminarie e putipù l’anno da Capitale. Ma i conti li faremo al momento opportuno!

Quel che ora m’interessa sottolineare è un rischio che mi pare assai serio: I prossimi mesi, l’anno che verrà sarà discriminante per il futuro di Matera, per la sua stessa identità urbana e sociale. Se Airb&b, ad esempio, è riuscito a ‘sequestrare’ oltre il 30% della residenza nei Sassi e un’altra buona percentuale sul piano, questo non potrà che tradursi in ulteriore devastante occupazione di spazio, di ulteriore massiccia cementificazione e nello stravolgimento definitivo (dalla speculazione e dalla rendita auspicato!) della pianificazione urbanistica territoriale (sì, non soltanto della forma urbana, ma anche dell’hinterland materano).

L’altro fenomeno assolutamente ingovernabile (ancor più di quel che già oggi è constatabile) sarà quello del lavoro precario, sommerso, nero, di cui nessuno sembra accorgersi: i piccoli lavoretti, quelli multipli, legati alla giornata se non all’ora, nella ristorazione, nei servizi; che travaseranno anche nell’artigianato, nel digitale, nell’impresa manifatturiera tradizionale. La tensione, che si farà sentire a ridosso della chiusura dell’anno da capitale, nell’incertezza della conservazione del flusso turistico, si riverserà soprattutto nelle mille forme pseudo contrattuali, oltre che in quelle statuite che finora hanno resistito. Quali misure sono state previste perlomeno per attutirne gli effetti? A cominciare dalle decine e decine di giovani che hanno lavorato alla realizzazione degli eventi?

E i due fenomeni, in fondo – quello della valorizzazione ed espansione urbana, cui in ultima istanza è stata funzionale l’invenzione di Matera Capitale; e quello dell’ulteriore svalorizzazione del lavoro (per non parlare di quello di cura e riproduzione sociale) – stanno a rappresentare proprio quello che sottolineava il giornalista del NYT: “la stessa Matera in questi mesi si è trasfigurata nell’apparenza, riedificandosi in una città nuova. E forse non è un caso che la città sia diventata buona perfino per Hollywood – e non più come controfigura di Gerusalemme – proprio nel momento in cui ha scelto d’essere una città come le altre. Non più, insomma, quella strepitosa eccezione che dava scandalo, irriducibile a una modernità così remota che le ha girato attorno a lungo senza incrociarla.”

Come in tutte le fasi precedenti, questa recentissima e radicale espansione (qualitativa) del processo urbano ha prodotto, al momento, straordinarie trasformazioni negli stili di vita. La qualità della vita urbana, e la città stessa, sono diventate – e diverranno sempre più – una merce riservata a coloro che hanno i soldi, in un mondo in cui il consumismo, il turismo, l’industria della cultura e della conoscenza, nonché il continuo ricorso all’econo­mia dello spettacolo, diventano i principali aspetti dell’economia politica urbana.

La tendenza postmoderna a incoraggiare la formazione di mercati di nicchia, sia nella scelta di uno stile di vita urbano sia nelle abitudini di consumo anche culturale, conferisce così anche all’esperienza urbana materana contemporanea un’aura di libertà di scelta sul mercato, purché si disponga di sufficienti mezzi economici o ci si riesca a proteggere dalla privatizzazione della ricchezza circolante. Anche l’incoerente, insipido e monotono modello di sviluppo urbano che continua a dominare molte aree cittadine, troverà ora il suo antidoto in un movimento di “nuovo ur­banesimo” che promuove la vendita di uno stile di vita comunitario e raffinato, come prodotto immobiliare che realizza i sogni urbani (vedi Ecopolis). La definitiva omologazione a un mondo in cui l’etica neoliberista, fondata su un forte individualismo proprie­tario, può diventare il modello per la socializzazione della personalità. La conseguenza consiste in un crescente isolamento individualistico, in ansie e nevrosi, e questo in un momento in cui la possibilità di esaudire i nostri più intimi desideri ha raggiunto livelli (almeno a giudica­re dalle enormi dimensioni e dal carattere pervasivo) mai raggiunti nel corso della storia umana.

Ma De Ruggieri, uomo di cultura e di politiche liberali, costitutivamente non può accogliere questa lettura, pur se avverte la trappola del neoliberalismo.

E non possono prenderla in considerazione, per ovvi motivi, quei traffichini politici che han trovato stabile dimora in quel che un tempo fu il PCI.