mercoledì, 28 Settembre , 2022
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L’indecente “Ave Mario” della politica italiana

E’ la pagina più indecente della politica italiana, questa che viene scritta in questa “cinque giorni” che dovrebbe concludersi domani, in cui più che in una democrazia con le sue regole e la constatazione oggettiva dei fatti così come si sono succeduti, si assiste ad una narrazione surreale e ad un vero e proprio culto per un personaggio che non rispetta il Parlamento della Repubblica (quindi i rappresentanti del popolo italiano) che gli ha conferito ancora una volta un ampio voto di fiducia.
Dovrebbe bastare ed avanzare. Ma, invece, fa l’offeso perché un parte dei rappresentanti di questo popolo hanno capito, troppo tardi in verità, che avevano sbagliato a sostenerlo, che stava demolendo loro e tutto ciò che di buono avevano approvato grazie al voto del 2018. Per altro non essendo più determinanti, essendo stati decimati da una scissione già avvenuta ed una in essere in queste ore. Dov’è il problema allora? Vuole governare, governi!

In una democrazia normale tutto questo sarebbe inammissibile, ma qui vige la favola del Superuomo senza il quale, si racconta la balla che crollerebbe tutto. E allora ecco larga parte del ceto politico, mediatico e di potere che si sta sbracciando per “pregarlo” di restare. Mentre lui, magari, vorrebbe cogliere l’occasione per svignarsela -sapendo di non aver fatto nulla di grande e memorabile, con tutti gli indicatori che vanno male e una crisi sociale aggravata che è alle porte e rischia di esplodere a breve-proprio per non pagarne il conto (proprio come nel ritratto della borghesia avida e indifferente tracciata da Marx ed Engels nel “Manifesto”).

Ma nel frattempo si sprecano gli appelli con grande risalto a quello dei 1000 sindaci a cui se ne sono aggiunto altri 100 dalla Basilicata (non ci facciamo mancare nulla) che gli chiedono di rimanere al suo posto (per l’appunto nessuno l’ha cacciato), passando per il Bullo di Rignano sull’Arno che ha organizzato una petizione (a lui e ai suoi piace solo la caduta dei governi che buttano giù loro) e il duello con gli ossimori di Calenda che si vanta di “manifestazioni spontanee organizzate”. E non manca nemmeno l’appello dello scrittore, Antonio Scurati, che si rivolge “all’esimio Presidente”, “uomo di straordinario successo”, che “ha retto le sorti di una nazione e di un continente” tenendoli “in pugno con il piglio del dominatore” invitandolo, dunque, a non andarsene a fronte di “uomini che, presi singolarmente, non valgono un’unghia della sua mano sinistra”. Certo che se è questo il livello a cui siamo scesi, con scrittori e intellettuali una volta pronti a rovesciare troni ed altari ed ora proni ad implorare il dominio di un banchiere, stiamo messi proprio bene.

Non sappiamo se questo “fenomeno” domani concederà la grazia a tutti questi suoi aedi di rimanere a Palazzo Chigi per i mesi che ci separano alla fine della legislatura. Evitandoci così tutte quella sciagure elencate in modo terrificante a reti e giornali unificati.
Ma pensiamo che costoro (che ora rappresentano i due terzi delle forze politiche, che dominano in stampa e TV) e che pensano che il loro beniamino sia così tanto amato dal popolo, dovrebbero implorarlo non solo di rimanere ora per questo scampolo di legislatura, ma di candidarsi alla loro testa e vincere così a man bassa le prossime elezioni. Non sarebbe meglio? Farebbe certo un sol boccone di Conte e Meloni.

E sì, perché c’è ancora questo fastidioso rito delle elezioni che si è costretti a fare, considerato che non siamo ancora una Contea del regno di Città del Pieve, anche se sembrerebbe. Certo, nel caso poi non vadano come si vorrebbe (così come avvenuto in questa legislatura), se ne può sempre disfare l’esito ed annullare la volontà espressa da quegli incompetenti di elettori, normalizzando il tutto.

Insomma, ai draghisti sembra piacere tanto questo limbo finto democratico (in cui il Parlamento è considerato un’appendice fastidiosa, con un “monarca” che non bisogna contraddire) in cui siamo immersi, al punto che vorrebbero perpetrarlo at libitum. Degustibus, direbbe Totò!

Ma non è proprio un belvedere.

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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