mercoledì, 28 Settembre , 2022
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Le scale di casa sulla Murgia

Il folgorante valore didascalico dell’immagine emblematica delle scale di casa piazzate a ridosso di un muretto falsamente ‘a secco’ nella zona di Murgia Timone, ha acceso la protesta della Città contro lo scempio che da tempo si protrae in quell’area del Parco, nel sempre più impacciato silenzio delle autorità e istituzioni locali; ma anche culturali regionali e nazionali.

Probabilmente, noi uma­ni siamo gli unici costretti a inventarci un habitus per ogni situazione, dai vestiti alle stanze, dall’alloggio alla città, passando per le diver­se forme aggregative di insediamento nel territorio, dai borghi ai quartieri, dai condomini ai villini. E se nel nostro caso ci occupiamo di snaturamento – vale a dire, una delle forme di emarginazione del Parco della Murgia Materana -, in realtà stiamo sempre parlando dell’emarginazione multifunzionale di insediamenti abitati.

E’ soltanto questione topologica e topografica di ac­cesso a risorse e servizi che, quando ci sono o vengono attivati, troppo spesso ti fanno maledire di averlo fatto, tanti sono i danni che si portano appresso, com’è appunto il caso della cosiddetta “valorizzazione del parco delle chiese rupestri di Murgia Timone”?

Forse e in realtà, manca una risorsa non reperibile in negozi o sportelli, ma piuttosto nascosta in un archivio dell’immaginario del quale abbiamo dimenticato la chiave di accesso. E’ chiaro – anche nella vicenda degli sconci che si stano perpetrando – per ora sulla Murgia materana -, quanto al di là delle sue forme, dei suoi materiali e dei suoi costi, sia piuttosto il messaggio simbolico a immetterlo nello scambio socio-economico con una sua quotazione che condiziona inevitabilmente anche chi non la vuole condividere.

La straordinaria varietà della configurazione dell’habitus, nello spazio e nel tempo, la sua trasformabilità, esportabilità, ri-generabilità, è l’arma vincente che spiega perfettamente la possibilità di condividere la variabilità del linguag­gio in tutte le sue forme, primo fra tutti la traducibilità di quello sim­bolico che costruisce i valori immaginari di qualunque scambio sociale ed economico.

La scala del paesag­gio contemporaneo rac­chiude labirinti di scatole cinesi che solo in alcune prospettive particolari ri­esce ad assumere il folgo­rante valore didascalico dell’immagine emblematica, fissata e tramandata da fotografi, pittori e po­eti. O, in negativo, quella delle ‘scale di casa’ in marmetta grigia addossate su un muretto a secco, comparse una di queste mattine a immortalare la qualità dell’intervento di “valorizzazione” sulla Murgia.

Nel teatro immagina­rio delle nostre memorie individuali i luoghi del­la contemporaneità si salvano soprattutto nel ricordo di eventi specia­li, di emozioni private, non tanto per un valore immaginario condiviso. Per quanto mi riguarda, l’oltre della Gravina rappresenta il viaggio quotidiano dei bambini e delle donne che andavano a far legna e cicorielle, ad approvvigionarsi dell’acqua. O le faticose discese e inerpicate di uomini e muli che da Porta Pistola quotidianamente raggiungevano i piccoli appezzamenti, gli orti, i pascoli e i mandorleti sull’altipiano. Per me bambino era anche il luogo dove raccoglievo a primavera gli uccellini allo specchio, quelle piccole orchidee poi riscoperte come preziose e oggi in via di estinzione,  per farne dono a mia madre che li adorava. Ma è solo dopo gli anni Sessanta che la Murgia viene ri-scoperta da tutta intera la comunità materana, perlomeno come luogo estetizzante delle chiese rupestri.

Oggi poi, che le periferie del mondo si somigliano sempre di più, riempiendo gli spazi rimasti vuoti tra le crisalidi dei luoghi storici e il surrogato del territorio naturale, dove non lo si può ancora fare, ecco inventarci – è il nostro caso esemplare – una “valorizzazione del Parco storico-naturalistico della Murgia”.

“Questo sito non aveva bisogno di alcun progetto. Sostenere la necessità di un “parco”, laddove il parco già c’era, è stato un grave errore”, ha dichiato qualche giorno fa l’architetto Luigi Acito che – col Gruppo Giuralongo – è stato il vincitore morale (il primo premio e il relativo affidamento del recupero  abitativo non fu assegnato sol perché se ne attribuì opportunamente titolo il Comune) del Concorso Internazionale per il recupero abitativo dei Sassi e la sistemazione del prospiciente altipiano murgico, e  il redattore quindi dei Piani biennali dell’effettivo recupero.

Ma la logica che impera, invece, è quella da ‘Lavoro pubblico’ – quella che gonfia i progetti col cemento e il movimento terra per ingrossare a dismisura budget e spesa collettiva inutile e dannosa; non quella che occorrerebbe: recupero dolce e pratica del ‘cuci-scuci’.

Io non so ce la faremo a ricucire questa sciatta e screditata vicenda, ma mi pare l’occasione per fermarci comunque un attimo a pensare fuori dalla metafora che è in fondo quel che sta accadendo sulla Murgia. Una metafora della crisi ecosociologica, dell’ecosistema spazio temporale che ci inchioda al presente, forse perché non sappiamo più usare il tempo per rimetterlo in prospettiva.

Accettiamo pure questa sosta, esploriamo le tracce dell’esistenza che ci appartengono o potrebbero appartenerci, che pur legandoci in una tessitura che riduce sempre più i gradi di separazione tra luoghi, storie e persone, non ci schiac­cia mai nell’indistinto dell’identico. La sfida del glocale sta proprio qui, nel comporre l’uguaglianza universale con l’irripetibilità individuale.

Le semplificazioni lineari della storia e quelle planari della geo­grafia hanno smontato luoghi ed eventi distruggendo la complessità delle tessiture e delle pieghe di un ecosistema spazio temporale che l’era della rete sta facendo riemergere in tutta la sua vitalità e potenza.

Sup­poniamo per un attimo che il paesaggio tridi­mensionale quotidiano sia solo una olografia in­gannevole che ci distrae e ci impegna continua­mente costringendoci a darle significati ad ogni costo.

Supponiamo di poterla liquefare come la distesa del mare che non può sedimentare alcun segno, alcuna memoria.

Supponiamo di poterla vedere come la vedrebbe quel gabbiano ad ali spiegate disegnato dalla mappa dei due nostri antichi rioni dei Sassi, con i suoi occhi puntati sulla Murgia coperta dalmanto compatto di nuvole basse di un’umida aurora.

La malinconia e la pensosità che ci assale ogni volta che guardiamo un mare qualsiasi è dovuta proprio a questa vertigine di azzeramento dei significati antropici, quella distesa davanti a noi in quel momento è come è sempre stata, prescinde dal genere umano e non si fa scolpire in alcun modo, dialoga solo con il sole e con la luna, con il buio della notte e con le luci del giorno. Ridicole e fastidiose come mosche appa­iono barche e navi. Quel tripudio di segni e di memorie che scolpiscono e affollano la terra ferma si azzera in una perfetta linea orizzontale di fronte alla quale corpo e anima compiono un prodigioso reset. Cosa rimane? Dove si nasconde la verità? Quella distesa orizzontale cangiante riflettendo il cielo acceca lo sguardo in superfi­cie come un eterno presente senza storia, custode di storie segrete nei fondali, archivi gelosi di memorie e di tesori.

Scandagli per prendere misure, esplorazioni e immersioni, sono indispensabili per disegnare le mappe e le carte di verità invisibili celate sul fondo. Il valore im­maginario dei luoghi si nasconde nei fondali simbolici delle memorie profonde che dobbiamo ricominciare a esplorare insieme a quanti li vivono e li frequentano. Questi veri e propri laboratori devono essere pensati come barche dotate di ecoscandagli sulle quali dobbiamo salire insieme per disegnare le mappe di quel valore immaginario che precorre il valore economico e può essere condiviso socialmente, premesse indispensabili per possibili quanto rare coesioni comunitarie. Ecco, mi pare, son queste le pre-condizioni per creare proficuamente anche una “valorizzazione del pianoro murgico”!

E’ da tempo ormai che il paesaggio non è più considerato come un vuoto da riempire, ma nessuno che veramente ancora se ne occupi conseguentemente. Neppure quest’ultima amministrazione: si è superata, finalmente, l’attitudine estetizzante epidermica meramente percettiva e arbitrariamente soggettiva, all’accezione di paesaggio della passata gestione De Ruggieri? Si intende mettere a punto criteri operativi e di gestione oculatamente graduati sui valori riconosciuti e riconoscibili nella vicenda storica che ha modellato e “costruito” il paesaggio delle Murge? Non bastano le guide, l’amministrazione più o meno burocratica del Parco, gli eventi. Non può esser misura il ‘turista di massa’. Occorre tornare a indagare, studiare, scavare come non lo si è più fatto da oltree un cinquantennio, a beneficio del pressapochismo e dello storytelling.

E per intanto, ci sono ragioni serie per bloccare, gli scempi che sulla Murgia si stanno perpetrando, non lasciandosi atterrire dal timore di perdere i finanziamenti dei progetti: è ben possibile dimostrare responsabilità gravi perfino in capo ai Ministeri che li hanno stanziati, che avrebbero dovuto valutare – con le istituzioni locali –  qualità e congruenza dei progetti esecutivi con il Codice e la Convenzione europea.

Oggi e dopo le sconcezze verificate negli interventi fin qui effettuati, tutta l’opinione pubblica è in rivolta. Non si tratta più soltanto di denunce isolate o di piccoli gruppi ambientalisti. Hanno preso chiare e ferme posizioni anche ex sindaci (compreso De Ruggieri), tecnici largamente stimati, l’associazionismo. Anche su questo blog sono tantissime le prese di posizione, le analisi, le proposte  (che andrebbero raccolte in unica rubrica) per approfondire.

Facciamone tesoro cari sindaci, occorre apprendere in fretta la lezione della partecipazione democratica: soltanto la coralità cittadina può sostenere l’andar controcorrente al degrado vieppiù sospinto dei territori e funzionale agli interessi ‘a breve’. Non abbiamo bisogno soltanto di amministratori capaci; abbiamo disperata necessità di partecipazione vera se vogliamo uscire dall’eterodirezione, dalla marginalità e dall’insipienza omologante!

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