Alcuni ragionamenti di Massimo D’Alema alla Festa Nazionale de l’Unità di Bologna hanno scatenato un suo  linciaggio sia mediatico che da parte dei centurioni renziani. Ma cosa ha detto di tanto scandaloso?

 

Che «il governo com­pie indub­bia­mente degli sforzi. Poi i risul­tati, sicu­ra­mente, per ora non sono risul­tati sod­di­sfa­centi». Aggiungendo che ad otto­bre, con la legge di stabilità «si capirà meglio».

 

E poi sul PD: «io credo nel ruolo dei par­titi, credo che un par­tito non possa essere il movi­mento del pre­mier»,  aggiungendo che «i par­titi dovreb­bero avere una loro vita demo­cra­tica, dei loro orga­ni­smi diri­genti, sostan­zial­mente il Pd in que­sto momento non ha una segre­te­ria, ma un gruppo di per­sone che sono fidu­cia­rie del pre­si­dente del con­si­glio. In que­sto modo il par­tito fini­sce per avere una vita molto stentata»

 

Ora che “baffetto” non sia un simpaticone e che a lui la vulgata corrente tenda ad imputare tutto e il contrario di tutto sino a renderlo il prototipo da rottamare vada pure.  Ma che ciò debba fare velo sui contenuti e denigrarne la portata con banali ovvie dietrologie è ingeneroso nei confronti di questa personalità, oltre che poco utile al dibattito in corso. Sarebbe più opportuno soffermarsi sulla sostanza e misurarsi con essa, magari.

 

Sul governo a guida Renzi non ci sembra abbia affermato nulla che non appaia una semplice oggettiva constatazione di buon senso che può dar fastidio solo a chi pensa in termini di propaganda magnificatrice del premier.

 

Sul PD ci sembra che colga un punto vero di caduta della attuale situazione politica e cioè la pericolosità dell’uomo solo al comando che trasforma il partito in uno mero strumento a suo supporto. Un qualcosa di profondamente diverso dal ruolo che dovrebbe invece avere nella società. Uno ruolo che consiste nel fornire ai cittadini uno strumento quotidiano di partecipazione alla vita democratica del Paese, proprio come scritto in Costituzione. E non solo a spizzichi e sprazzi quando serve e conviene.

 

Ora Renzi ha il vento in poppa e un grande consenso. Ma il consenso è mobile. Oggi c’è e domani potrebbe non esserci più. Specie se lo si lega totalmente ad un rapporto diretto con il leader, come accade oggi e come sta accadendo oramai da decenni nell’era dei partiti padronali. E allora, se non è questo che si vuole accada al PD, anche per dare più chance all’avventura di governo renziana che tutti vorremmo non fallisse, varrebbe la pena non storcere il naso.

 

Specie quando D’Alema spiega, per l’appunto che: «Il con­senso è impor­tan­tis­simo, ma i par­titi sono comu­nità di per­sone che durano nel tempo, al di là del con­senso che pos­sono avere in un’elezione e magari un po’ meno in quella suc­ces­siva, il con­senso sem­pre di più è un dato flut­tuante e pro­prio per que­sto occorre una strut­tura orga­niz­zata, una comu­nità che discute».

 

Semmai occorre ricordargli di dire anche che negli anni scorsi in cui il PD è stato a trazione diversa non si è certo fatto il massimo per renderlo “una strut­tura orga­niz­zata, una comu­nità che discute”. Bersani, giusto per fare un nome, di parole su questo fronte ne ha spese tante ma di fatti pochi. Tant’è che siamo ancora qui ad osservare increduli questo “amalgama malriuscito”  che è oggi il PD a distanza di anni dalla sua “creazione”.