Hanno ragione i sindacati. Per quanti sforzi si facciano, la scuola non potrà essere aperta il 14 settembre, come il ministro assicura. Si potrà anche aprire, ma solo sulla carta. Ha torto il ministro quando, candidamente, si difende dicendo che opposizione e sindacati ce l’hanno con lei perché è giovane e donna. Lasci dire queste cose a Lilli Gruber, che dell’argomento si serve per propagandare il suo libro attraverso il suo datore di lavoro.

I sindacati e la stessa opposizione (come sicuramente anche all’interno della maggioranza) sanno che, per contrastare la forza del virus, senza peraltro poterlo vincere, c’è bisogno di avere spazio adeguato tra professori e alunni, e degli alunni tra loro. Quando poi si dice alunni, bisogna pensare agli asili-nido, alle scuole materne, alle scuole elementari, alla scuola media inferiore e a quella superiore.

E c’è l’Università. Ogni fascia ha bisogno di accorgimenti e condizioni particolari, anzi particolarissimi. Ci vuol tutto un concorso di idee e di esperienze. Perciò molto utile sarebbe il confronto con quanto succederà negli altri Paesi europei. Possono avere una soluzione migliore della nostra. E viceversa.

Di certo c’è che, per mantenere le distanze necessarie tra gli alunni e il docente, e degli alunni tra loro, servirebbe il doppio degli edifici scolastici, il doppio delle aule e il doppio dei bidelli e segretari. Non basta. Ogni nuovo immobile, da adattare a edificio scolastico – ma non ce ne sono a sufficienza – andrebbe messo in regola per bagni, banchi, riscaldamento, illuminazione, uscita di sicurezza, ecc. ecc. La ricerca di tali immobili non è stata nemmeno avviata; e i lavori necessari necessitano almeno di un anno. Quando poi si sarà trovato il vaccino, si scoprirà che si saranno spesi miliardi di euro inutilmente. Altri, ovviamente, si spenderanno per riportarli alle origini.

Altra stranezza da evitare è che, mentre si colloca l’apertura delle scuole per il 14 settembre, nei giorni 20 e 21 già si vota per il referendum circa la riduzione del numero dei deputati e senatori. Finora si è votato sempre e solo nelle scuole. Altre votazioni ci saranno per le comunali e le regionali.
Dando erroneamente per certo che si troveranno tutti gli immobili e le aule necessarie, il volenteroso ministro promette di portare sulla cattedra tutti gli insegnanti esistenti, anche precari. Poiché sa che comunque non basteranno, promette di far ricorso ai laureandi. Io ci aggiungerei anche i pensionati disposti a fare volontariato. Sono fra questi.

Qualcuno, dall’opposizione, perbenista e pensoso delle sorti della cultura italiana, si scandalizza perché salirebbero in cattedra docenti non laureati. Invece non c’è da scandalizzarsi. E’ già successo nei primi anni 1960, quando, a seguito della riforma della scuola media inferiore (1963), ci fu necessità di insegnanti. Si ricorse ai laureandi, che sicuramente non fecero meno bene di tanti insegnanti, spesso demotivati e contrari alla riforma. E’ inutile dire che si tratta di soluzioni di emergenza. In attesa che si arrivi al vaccino, i condizionamenti nei comportamenti sono inevitabili. Si ritiene che questa situazione di emergenza durerà almeno due anni. Considerato che non ci sono le condizioni per avere, per il 14 settembre, il doppio di aule, di banchi, di edifici scolastici e simili, non resterà se non la soluzione dell’insegnamento a distanza, via “on line”. Che non è se non un tampone.

Ci sono tuttavia alcuni correttivi che ci permettiamo di segnalare, anche se, quando certe segnalazioni non vengono dalla televisione, dai rotocalchi e dal professore incoronato della docenza universitaria, tutte cadono nel vuoto, se non fanno addirittura sorridere. Noi, però, ci proviamo.

Considerata la insostituibilità dell’insegnamento “on line”, si potrebbe integrarlo con l’insegnamento in presenza. Ma come? Si cominci con l’utilizzare tutti gli ambienti vasti di cui ogni edificio dispone.

Un vano è la palestra. Nella circostanza, bisognerebbe eliminare l’ora o le ore di educazione fisica. Anzi, con i ragazzi di oggi che frequentano tutti le palestre o almeno un genere di sport o scuole di danza, dai programmi scolastici l’educazione fisica potrebbe essere del tutto eliminata a vantaggio di qualche altra materia o riduzione di orario. Oggi è assolutamente inutile.

E ci sono le biblioteche, a volte i teatri o sale di proiezione. Altri ambienti ampi si possono creare abbattendo il muro divisorio fra due aule contigue. Ci sarebbe gran risparmio di soldi pubblici. In questi ambienti ampi, esistenti o così ricavati, si dovrebbe operare in modo che tutte le classi, una volta o anche due volte alla settimana, al completo, possano vedersi a scuola. In quella circostanza si potrà lavorare per un controllo, o per una eventuale verifica e approfondimento di quanto si è studiato a distanza, negli altri giorni della settimana. Non escluderei, bimestralmente, almeno una interrogazione individuale e uno scrutinio trimestrale (invece che quadrimestrale). Resta sottinteso che è inutile far partire la scuola prima delle scadenze elettorali.

Forse, con questa organizzazione si potrebbe lasciare libero il sabato. Si darebbe alle famiglie la possibilità di fare il fine-settimana, a tutto vantaggio delle strutture turistiche e delle famiglie stesse. Questo è il mio parere; ma non è quello del laureato della Bocconi o della LUISS, o della Cattolica. Perciò non conta. Abbiamo fatto solo una chiacchierata.

Non posso tuttavia chiudere senza dare un suggerimento strettamente didattico, e non solo.

L’anno scolastico appena trascorso ha potuto svolgere i programmi sì e no al 50%. Non poteva essere altrimenti, considerati la novità della situazione e il ritardo con cui si è reagito. Sono stati promossi e maturati ragazzi con gravi lacune nei programmi. Non si può lasciar cadere la cosa; non si possono lasciare lacune di fondamentale importanza. Si vuol dire che l’anno scolastico 2019-2020 deve esser tutto ripreso e fatto confluire nel programma del prossimo 2020-2021, come se si trattasse di un ciclo biennale.

All’inizio del prossimo anno, perciò, sarebbe cosa intelligente se i professori elaborassero un programma personale che, adeguato alla classe di riferimento, comprendesse quanto non insegnato nell’anno precedente e lo raccordasse al nuovo. Insomma, un programma e mezzo raccolto in uno. Ovviamente, ciò impone che siano adottati libri sintetici ed essenziali, del tutto diversi da quelli in uso, che, spesso in linguaggio impossibile, da trent’anni a questa parte sembrano fare a gara nel propinare nozionismo, ovvietà e curiosità, cioè zavorra assolutamente estranea ad una sana cultura.

Si impone anche, a tal fine, che la scuola sia scuola, non perda tempo e non sia palcoscenico per enti e associazioni e organizzazioni le più diverse. Per poco non arrivano i venditori di pentolame. Che la scuola sia scuola e solo scuola.

Quasi quasi, anzi, come segno di cambiamento, mi piacerebbe il ritorno del grembiule obbligatorio