HomeCronacaLa scomparsa dei giovani e il declino del Mezzogiorno: un destino o...

La scomparsa dei giovani e il declino del Mezzogiorno: un destino o una scelta?

C’è un dato che, più di ogni altro, racconta ciò che sta accadendo nel Mezzogiorno: i giovani stanno scomparendo.

Non è una formula retorica. È una trasformazione reale, visibile nei paesi che si svuotano, nelle scuole che chiudono, nei servizi che si allontanano. Diminuiscono le nascite, aumentano le partenze, cresce la popolazione anziana. Interi territori perdono la fascia di età che più di ogni altra rappresenta lavoro, innovazione, futuro.

Ma il punto decisivo è un altro. Questa crisi demografica non è la causa. È il risultato.

Perché i giovani non partono perché nascono meno. Partono perché non trovano condizioni per restare: lavoro stabile, servizi adeguati, prospettive di vita. E quando questo accade in modo sistematico, non si è più davanti a un fenomeno spontaneo. Si è davanti a un meccanismo.

Oggi si parla spesso di mobilità, di circolazione dei talenti, di opportunità globali. Ma questa narrazione funziona solo se esiste reciprocità. Nel Mezzogiorno non esiste. Le partenze non sono compensate dai ritorni, le opportunità non sono equivalenti, il saldo è costantemente negativo. Non è mobilità. È espulsione.

E questa espulsione non è casuale. È selettiva. Partono soprattutto i giovani più qualificati, quelli che hanno investito in formazione, quelli che potrebbero contribuire di più al cambiamento. Il risultato è un impoverimento non solo quantitativo, ma qualitativo. Il Mezzogiorno perde competenze, capacità, possibilità.

Per capire davvero cosa accade, però, bisogna andare oltre la superficie. Il problema non è che il Sud non produce valore. Il problema è che il valore prodotto non resta.

Risorse naturali, energia, lavoro, capitale umano vengono generati nei territori meridionali, ma i benefici si concentrano altrove. È un modello economico che possiamo definire estrattivo: produzione nei territori periferici, accumulazione nei centri. Non è un’anomalia. È un sistema.

Dentro questo sistema, il Mezzogiorno assume una funzione precisa: non quella di un’area arretrata, ma quella di una periferia funzionale. Un territorio che forma giovani e li perde, che produce risorse e non le trattiene, che partecipa all’economia ma non ne controlla le leve principali.

Negli ultimi anni, questa dinamica si è rafforzata. Non solo per effetto del mercato, ma anche attraverso scelte politiche. Autonomia differenziata, gestione del PNRR, uso dei fondi di coesione, nuove priorità legate alla sicurezza e alla difesa: politiche diverse, ma con effetti convergenti. Il risultato è un rafforzamento dei territori già forti e un indebolimento di quelli più fragili.

Non siamo più davanti a un divario da colmare. Siamo davanti a un sistema gerarchico.

E questo non è solo un problema economico. È un problema democratico. Perché significa che i diritti diventano differenziati, le opportunità si concentrano, la cittadinanza si frammenta.

Le aree interne mostrano questo processo nella sua forma più evidente. Territori lontani dai servizi essenziali, dove lo spopolamento è più rapido e la qualità della vita più fragile. In alcuni casi, si arriva a un passaggio ancora più critico: l’accettazione del declino. Quando le politiche smettono di invertire le tendenze e si limitano a gestirle, il declino diventa istituzionale.

Dentro questo quadro, la cosiddetta “restanza” — il restare — assume un significato nuovo. Non è più una condizione naturale, ma una scelta. E spesso una scelta difficile, controcorrente. Senza lavoro, senza servizi, senza infrastrutture, la restanza non regge. Diventa retorica.

Per questo la questione, alla fine, è tutta politica. Non riguarda solo il Mezzogiorno. Riguarda il Paese nel suo insieme. Perché un’Italia che lascia indietro una parte di sé è un’Italia che si indebolisce, che si restringe, che perde futuro.

Il punto non è se i giovani partono. Il punto è perché devono farlo. E allora la domanda vera diventa un’altra: chi decide quali territori hanno diritto al futuro e quali possono essere lasciati indietro?

Il Mezzogiorno non è destinato a sparire. Ma può essere reso irrilevante. Oppure può diventare, di nuovo, una parte attiva del futuro del Paese.

La differenza non sta nei dati. Sta nelle scelte. E certo, non possiamo continuare a inseguire neofeudatari e personaggi narcisisti che sanno specchiarsi soltanto nel neofeudalesimo provinciale delle nostre contrade.

 

RELATED ARTICLES

Rispondi

I più letti