Pane al pane, vino al vino e ”bandiera rossa” con l’identità comunista, il solco tracciato dal suo fondatore Antonio Gramsci che non hanno mai portato a scantonamenti e svolte socialdemocratiche, dove vorrebbe portare una rilettura postuma della ” Metamorfosi” di Luciano Canfora. Una ”rilettura” nell’anno dei 100 anni della fondazione del Partito comunista italiano che Francesco Calculli, militante e fedele alla linea di una tradizione mai rinnegata, e supportato da studi a notte fonda nella corposa biblioteca del museo della resistenza italiana e del comunismo, smonta con pazienza e con decisione. Mettendo in luce, e criticando, contraddizioni interpretative e omissioni che spostano i riflettori più sui cambiamenti, sulla ”Metamorfosi ” di uno storico di spessore come Luciano Canfora, del quale Calculli ricorda altri saggi, che del Partito comunista italiano. E la chiave di lettura sono gli insegnamenti, le direttive e le interpretazioni gramsciane che hanno dettato la linea anche nell’immediato secondo dopo guerra, in una fase difficile per l’Italia uscita dal fascismo e riscattatasi, riconquistando libertà e democrazia, con la Resistenza e il sostegno degli alleati. Per cui Palmiro Togliatti, vittima tra l’altro di un attentato che stava per portare a una guerra civile, non adottò alcuna svolta o linea socialdemocratica. Anzi. E più avanti, in altra fase difficile, come quella degli anni Settanta con l’autunno caldo nelle fabbriche e poi con il terrorismo rosso e nero contrassegnato da morti e attentati,alcuni dei quali ancora nel mistero, anche l’ultimo vero e rispettato segretario del Partito, Enrico Berlinguer ha confermato di non aver mai svoltato verso la socialdemocrazia. Piuttosto la denuncia della questione morale, come dimostrò poi ”Tangentopoli” aveva messo a nudo i limiti del mancato rinnovato della democrazia e la necessità di difendere la Costituzione. Francesco Calculli, con citazioni, riferimenti e osservazioni decise, altre con un pizzico di ironia, apre a una sfida nella sfida, consapevole come pochi che il dibattito aperto sul centenario dalla fondazione del Pci, può essere l’occasione per un cantiere aperto di rifondazione della Sinistra. Su nuove basi organizzative ma senza dimenticare che la globalizzazione, gli opportunismi di venduti e svenduti, di modaioli radical chic o shock pur di presenziare nei salotti tv o social-webinar, ha riproposto divisioni e distanze di classe, di rappresentanza, di diritti e doveri, che devono fare i conti con potere di acquisto, identità, solidarietà, rispetto, responsabilità, sopraffazione e sfruttamento di persone e risorse. E gratta gratta certe sfide e progetti di ispirazione comunista sono ancora valide e su questo la storia non mente, ”metamorfosi” presunte comprese. Basta leggere, approfondire, non dimenticare come la “Critica” che segue, ”fedele a una linea” che non può essere ignorata o cancellata. Magari ripartendo da quel confronto tra l’intellettuale Vassily e un soldato alla stazione di Pietrogrado su borghesia e proletariato e sulla ”rivoluzione” che ne seguì.

CRITICA – CRITICA DELLA “METAMORFOSI” DI LUCIANO CANFORA.
MISERIA DI UN’INTERPRETAZIONE SOCIALDEMOCRATICA DELLE VICENDE STORICHE
DEL P.C.I.
DI FRANCESCO CALCULLI
Non c’è alcun centenario da celebrare. E’ questa la considerazione che viene da fare, una volta chiuso l’ultimo libro di Luciano Canfora spiritosamente intitolato “La Metamorfosi”. Non solo non c’è più, da trent’anni, il partito che dovrebbe compierne cento, ma anche la data di nascita di quel partito comunista, che fu il più grande e importante dell’Europa occidentale andrebbe spostata in avanti, dal 1921 fino al 1944. In sostanza, secondo il prof. Canfora, Togliatti al ritorno dall’ Unione Sovietica nella primavera del 1944 con la famosa «svolta di Salerno» sarebbe stato l’artefice consapevole della costruzione di un secondo partito comunista fondato su valori antitetici rispetto alla formazione rivoluzionaria sorta vent’anni prima dalla Scissione di Livorno, per iniziativa della frazione bordighiana, e attestata su posizioni di rigida ortodossia marxista. Invece il Togliatti «rifondatore» protagonista della “Metamorfosi” , fin da subito, si sarebbe mosso lentamente ma costantemente sia nelle sue posizioni programmatiche, che nella azione svolta nel gruppo dirigente, per condurre l’intero corpo del partito nella direzione della socialdemocrazia; una prospettiva che è stata poi abbandonata da Enrico Berlinguer, l’ultimo segretario politico del PCI, tanto amato e rimpianto anche da chi comunista non lo era mai stato, ma che a parere di Canfora ha causato la dissoluzione del PCI, portandolo «ad arroccarsi sulla questione morale, non ha maturato (né fatto sorgere nel partito) alcuna convincente e organica visione (e tanto meno opzione) alternativa.

Nel suo universo mentale si riscontravano e sì giustapponevano frammenti e stimoli e suggestioni molteplici: un’“altra idea” di rivoluzione, la mai chiarita “terza via”, un po’ di spontaneismo sessantottesco nell’erronea convinzione che fosse quello lo strumento per agganciare le nuove generazioni, apertura all’ambientalismo e vagheggiamento di “una diversa qualità della vita”. Insomma tutto ma non quella riscoperta dell’importanza della «socialdemocrazia come soggetto storico principale dello schieramento di sinistra che pur occhieggiava nell’ultimo Togliatti» (pagg. 67-68). Niente di più errato. Fa specie constatare che Canfora, autore di assoluti capolavori storiografici che brillano al di sopra di gran parte della letteratura specialistica per rigore, precisione e acutezza dell’analisi, fornisca in questo saggio un’interpretazione del tutto arbitraria e in gran parte infondata del modo in cui si è evoluta la storia del PCI nella società italiana dal 1944 al 1991. Insomma un lavoro complessivamente deludente, sicuramente al di sotto per qualità storiografica dell’importante testo che Canfora invece pubblicò sull’attualità del pensiero di Gramsci. La discussione sulle riflessioni esposte nella “Metamorfosi” non è astratta. Per me è ben concreta e le osservazioni critiche che mi accingo a fare hanno valore storico più che valore schematico. Il punto chiave qui da fissare è che nell’analisi di Canfora manca ogni riferimento al ruolo fondamentale svolto da Antonio Gramsci: il collante decisivo che tiene assieme per decenni l’intera vicenda storica del PCI a partire dal suo costituirsi come «partito nuovo» già nel corso della Resistenza antifascista, fino al suo trasformarsi nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta in un grande partito di massa operaio e popolare, insieme di classe e nazionale. E’ fuor di dubbio, che il «Partito Nuovo» che nasce nel 1944, non fu affatto come sostiene Canfora una invenzione «Togliattiana», ma esso rappresentò il punto di approdo dell’elaborazione teorica e politica della direzione gramsciana, divenuta con le Tesi di Lione del 1926, l’elemento più significativo della presenza del PCI nelle vicende della società italiana. Ben può dirsi, che le indicazioni politiche delle Tesi di Lione nei suoi tre punti fondamentali: il giudizio sul fascismo, l’individuazione delle «forze motrici» della rivoluzione italiana , la concezione del partito e dei suoi compiti, rappresentarono il filo conduttore e il costante punto di riferimento per tutta la linea politica del partito comunista da Togliatti a Berlinguer.
Questa concezione della politica, che Togliatti indicava come propria della figura di Gramsci, aveva avuto applicazioni valide, aderenti alla situazione reale che si era creata nel Paese a partire dall’immediato dopoguerra. A Palmiro Togliatti va riconosciuto il grande merito di averlo capito prima di tutti gli altri grandi dirigenti della sinistra italiana anche non comunista.

Ma il problema delle alleanze, la concezione del partito, tutto fu collegato strettamente alla esperienza della Rivoluzione d’Ottobre. Pertanto una prima osservazione critica riguarda le affermazioni di Canfora sul leninismo e l’esperimento bolscevico. Scrive Canfora (pag. 12)….”La dialettica tra socialdemocrazia (a sua volta divisa tra l’ortodossia marxista di Kautsky e l’aperto «revisionismo» di Bernstein e Bebel) e «giacobinismo leninista» nasceva da molteplici fattori storici, il più significativo dei quali era l’insediamento sociale del partito tedesco e la necessità evidente del gradualismo a fronte della altrettanto evidente impossibilità della rivoluzione in Germania ma non in Russia. Fu la Grande Guerra che rivelò i limiti, e, se si vuole essere schietti il fallimento del gradualismo e fornì armi e conferme irresistibili al giacobinismo leninista. In realtà già nel 1917 rispetto al 1905 o al 1871 ecc. la distinzione tra rivoluzione e colpo di Stato ( sul piano della tecnica militare della presa del potere) si era venuta assottigliando. Il che nulla toglie alla necessità, per chi decide di avviarsi su quella strada, di avere preliminarmente chiaro se una parte maggioritaria della società è pronta ad accogliere e appoggiare il nuovo potere” (pag.40).

Quindi per Canfora la Rivoluzione d’Ottobre si riduce a un colpo di Stato dei «giacobini russi» causato dalla catastrofe della Prima Guerra Mondiale. Ma in Russia non ci sono stati i giacobini. La Rivoluzione Russa ha ignorato il giacobinismo. La rivoluzione ha dovuto abbattere l’autocrazia, non ha dovuto conquistare la maggioranza con la violenza «manu militari». Il giacobinismo è fenomeno puramente borghese: esso caratterizza la rivoluzione borghese di Francia. La borghesia, quando ha fatto la rivoluzione, non aveva un programma universale: essa serviva degli interessi particolaristici, gli interessi della sua classe, e li serviva con la mentalità chiusa e gretta di tutti quelli che tendono a dei fini particolaristici. La borghesia impone la sua forza e le sue idee non solo alla casta prima dominante, ma anche al popolo che essa si accinge a dominare. E’ un regime autoritario che si sostituisce a un altro regime autoritario. “E questo, – scriverà Gramsci- il pericolo massimo di tutte le rivoluzioni borghesi… La Russia ha avuto però questa fortuna: che ha ignorato il giacobinismo, e Lenin nella rivoluzione socialista non ha avuto il destino di Babeuf. La rivoluzione dei bolscevichi è in fondo la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx.

Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’ era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi (non) rinnegano il pensiero di Marx, (ma) affermano con la testimonianza dell’azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e sì è pensato.” Una domanda si impone a questo punto: sarebbe stato possibile anche in Italia fare scoppiare una rivoluzione socialista ispirandosi al modello di questa «eresia » bolscevica? Nel libro di Canfora «gradualismo» e «democrazia progressiva» sono le due parole che più frequentemente ricorrono per spiegare la svolta socialdemocratica che Togliatti avrebbe imposto al partito comunista. Parole che a noi, abituati a vedere nel governo qualcosa di sfingico, astratto completamente dal paese e da ogni polemica viva su idee e fatti, sembrano strabilianti. Ma che non lo sono, e non sono neppure retorica, se si pensa che le parole si fissano e girano con maggiore o minore aderenza a seconda della concreta forma storica che gli uomini, i partiti e lo Stato assumono nella molteplice possibile loro incarnazione. E’ vero, sono le due parole d’ordine utilizzate da Palmiro Togliatti per definire il programma d’azione per l’avvenire del partito comunista italiano, ma che trovano un’ottima preparazione ideologica nelle parole d’ordine ricavate dalla dottrina e dalla tattica di Gramsci, di certo antitetiche rispetto alla concezione riformista della socialdemocrazia. Canfora ha ragione nel sostenere che fu il fallimento del cosiddetto «diciannovismo», culminato nella occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, a far capire che in Italia la rivoluzione bolscevica non sarebbe passata, anche se non era facile smobilitarla e archiviarla.

Lo stesso Gramsci sarà il primo a fare una lucida autocritica riflettendo su quel fallimento: “ll nostro più grande errore è l’esserci illusi di potere fare una rivoluzione barricandoci nelle fabbriche, mentre fuori ci attendevano i cannoni dell’esercito regio…” Ma è soprattutto negli anni in cui Gramsci si trovava a Mosca quale rappresentante italiano al Komintern, che egli capisce non esserci in Italia le condizioni per «fare come in Russia»: la società italiana era molto più complessa nelle sue peculiari strutture economiche e sociali che si configuravano in un blocco storico di potere borghese fatto di tante «casematte» dello Stato, che non si potevano certo abbattere come avevano fatto i rivoluzionari russi, ai quali era bastato assaltare il Palazzo d’Inverno per spazzare via il secolare potere oppressivo degli zar. Pertanto secondo Gramsci prendere il potere significa, innanzitutto, occupare le «casematte» dello Stato, cioè quegli apparati della Società civile, come la scuola, i partiti , i sindacati, la stampa, che hanno il compito di inculcare nelle menti delle grandi masse i valori della classe dominante. Egli sostiene che la supremazia di un gruppo sociale nel mondo contemporaneo non può attuarsi solo col dominio e con la forza, ma occorre avvalersi degli apparati egemonici della società civile, occorre evocare il consenso più ampio. Il potere non è più dominio, è «egemonia», intesa essenzialmente come capacità di direzione intellettuale e morale. “Un gruppo sociale deve sforzarsi di diventare dirigente già prima di conquistare il potere e diventare dominante.
Dopo, quando esercita il potere, diventa dominante, ma deve continuare ad essere dirigente”. Invece, la borghesia italiana di inizio secolo, pur essendo ancora dominante, stenta ad essere dirigente, avendo perso la capacità di risolvere i problemi delle grandi masse. Gramsci insiste particolarmente su questo punto, affermando che l’egemonia tende a formare un blocco storico di forze differenti, tenute insieme dall’ideologia. E’ per questo che il cemento del blocco storico è l’intellettuale. Analizzando la storia italiana del suo tempo, egli individua un blocco storico dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del sud, il cui cemento è rappresentato dall’intellettuale crociano, di cui la massima espressione è l’imprenditore capitalista. A questo blocco storico occorre contrapporne un altro formato dagli operai settentrionali e dai contadini meridionali, il cui cemento è un nuovo tipo di intellettuale «organico» al quale Gramsci attribuisce una funzione storica ben precisa : quella di dire al popolo la verità. Gli intellettuali assumono, cosi, un ruolo centrale. A tale fine, Gramsci sviluppa un’idea di partito quale intellettuale collettivo in cui ogni militante sia – almeno tendenzialmente – un’avanguardia riconosciuta dalle masse, capace di guidarle dalle lotte per migliorare la propria condizione economica, al livello superiore del conflitto politico per il potere. Il partito è, dunque, pensato da Gramsci come un intellettuale collettivo che incarna la coscienza storica ed è in grado di porsi come avanguardia dei subalterni in quanto sia fa interprete dei loro reali e più profondi bisogni e interessi. La grande ambizione che coltiva Gramsci è far divenire il Partito comunista come il principe moderno che può assumere la determinante funzione direttiva in un blocco sociale incentrato sul proletariato moderno, ma che agisce in vista degli interessi della grande maggioranza che vive in condizione di subalternità nella società borghese. Da materialista dialettico eccezionale Palmiro Togliatti seppe intuire che l’egemonia culturale elaborata da Gramsci era un nuovo concetto originale molto più raffinato della lotta di classe come l’avevano teorizzata Marx e Engels, e che divenne la fondamentale ispirazione teorica di tutta la sua analisi politica e della concezione del nuovo partito. Luciano Canfora nel suo libro indica la linea politica imposta da Togliatti al partito comunista come un «gradualismo» che nel lungo periodo dopo la sua morte si sarebbe rivelato logorante e senza sbocchi positivi e concreti per l’attività del partito stesso. Invece io reputo, che è proprio per questa sua originale e acuta concezione del partito che Togliatti è considerato uno dei più significativi rappresentanti del movimento comunista internazionale del Novecento, e insieme con Gramsci il fondatore della «via italiana al socialismo» in cui Togliatti pose l’accento sulla centralità delle specifiche forme della conquista del potere in Italia, da attuarsi attraverso il concetto della «democrazia progressiva» riconducendolo alla radice gramsciana dell’egemonia culturale. Per comprendere appieno tutta l’originalità dell’analisi teorica e delle indicazioni politiche di Togliatti penso sia opportuno proporre uno stralcio del suo discorso programmatico sul Partito Nuovo (pagg. 18-19 nel libro di Canfora) “… il partito nuovo che abbiamo in mente deve essere un partito nazionale italiano, cioè un partito che ponga e risolva il problema della emancipazione del lavoro nel quadro della nostra vita e libertà nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressive della nazione. Oggi la salvezza, la resurrezione dell’Italia non è possibile se non si interviene nella vita politica italiana, come elemento nuovo di direzione di tutta la nazione, la classe operaia e attorno ad essa, serrate in un fronte unico, le grandi masse lavoratrici del paese”. E’ evidente come queste affermazioni sono lo specchio in cui leggiamo le direttrici di fondo della riflessione gramsciana, sviluppate e arricchite da Togliatti , come tratti caratteristici del partito nuovo dei comunisti italiani, e con linee politiche di differenziazione già marcate rispetto alle varie tendenze riformiste di matrice socialdemocratica.

Del resto, lo stesso Togliatti non evitò mai di ribadire con molta chiarezza ai suoi detrattori che “i comunisti sono conservatori ( perchè vogliono mantenere le conquiste sociali, economiche e politiche storicamente ottenute) e rivoluzionari ( perchè aspirano con la lotta ad ottenerne di nuove) ma mai riformisti”! Quindi, diversamente da quanto può pensare Canfora, possiamo ben affermare che non c’è mai stato un Togliatti «sull’orlo della socialdemocrazia».
Come già ho detto in precedenza c’è un filo conduttore che collega strettamente la linea gramsciana alla «democrazia progressiva» di Togliatti, e questo concetto alla politica del «compromesso storico» di Enrico Berlinguer. In effetti la proposta politica del «compromesso storico» sviluppava il tradizionale indirizzo di Togliatti, elaborato durante la Resistenza e il dopoguerra, rivolto a realizzare una stabile alleanza di governo fra le grandi forze popolari ( DC, PCI e PSI), ma vi introduceva delle novità: da un lato la volontà di reagire ad una tensione internazionale drammatica che aveva portato all’appoggio americano al cruento colpo di Stato in Cile, dall’altro la ricerca di elementi programmatici nuovi da ascrivere al compromesso, come «l’austerità» nel consumo, e soprattutto la cosiddetta «questione morale» in risposta al crescente dilagare della corruzione nel paese. La denuncia berlingueriana della «questione morale» che da Canfora viene duramente criticata “come riformulazione più discreta, ma in fondo più urtante per gli avversari implicitamente sporchi , della più volte da lui affermata diversità comunista”, fu invece quanto mai profetica, rimane di fatto valida ancora oggi, e anzi, dovrebbe tornare di nuovo al centro del dibattito politico come quarant’anni fa. In politica estera, Berlinguer nel luglio 75′ scelse Livorno per lanciare l ‘«eurocomunismo»: quello che Canfora nel suo libro definisce in modo spregiativo una “mai chiarita terza via”, divenne il programma per un grande rinnovamento democratico del comunismo in occidente, elaborato e indicato più tardi da Santiago Carrillo segretario del partito comunista spagnolo, come il più vicino alla fondazione di una «via europea al socialismo».

L’obiettivo di Berlinguer fu di costituire con l’eurocomunismo un fronte unico dei tre principali partiti comunisti dell’Europa occidentale: Partito Comunista Italiano ( PCI), Partito Comunista Francese ( PCF), e Partito Comunista di Spagna (PCE), che fosse in grado di confrontarsi su un piano paritario con le due potenze comuniste Unione Sovietica e Cina, ma anche di contrapporsi alla nuova offensiva padronale lanciata su vasca scala, all’inizio degli anni 80′, dalle politiche ultraliberiste di Reagan e della Thatcher. La proposta fu però fin da subito sottoposta a critica serrata e molti violenti attacchi furono condotti, sul piano ideologico e dottrinale, e si andò anche accentuando negli anni successivi la presa di distanza dall’ideologia eurocomunista dei rappresentanti del Partito Comunista Francese; ma il fallimento dell’ eurocomunismo non può essere attribuito a Enrico Berlinguer. Nel modo di affrontare questo argomento controverso, restano comunque di fondamentale importanza l’indicazione e la definizione delle linee di discussione e di riflessione sull’eurocomunismo, esplicitate nelle affermazioni dello stesso Berlinguer: “Lo sviluppo nell’elaborazione del marxismo non è andato di pari passo con le grandi trasformazioni della realtà del mondo contemporaneo, con le differenti esperienze di lotta e di edificazione socialista e con la prassi politica.

Spesso ci si limita all’uso di formulazioni stereotipe, a battaglie di citazioni o ad etichettare in modo arbitrario come revisionista in un senso o nell’altro ogni posizione diversa dalla propria. La verità è che, come non c’è n’ è può esservi un partito o uno stato guida, così, anche sul piano teorico, lo sviluppo del marxismo è affidato al concorso di molteplici contributi di partiti e di singoli. Di qui il richiamo allo spirito critico e lo sprone al rinnovamento incessante dell’elaborazione politica e della prassi, in modo da tener conto dello svolgersi dei processi storici reali.” In conclusione si può senz’altro affermare che “La Metamorfosi” del PCI di cui parla Luciano Canfora non c’è mai stata: perchè il Partito Comunista Italiano nel corso della sua lunga storia centenaria, per sua fortuna, non fu mai riformista; perchè fu il grande e glorioso partito leninista di Gramsci- Togliatti – Berlinguer, che guardavano alla socialdemocrazia con malcelato disprezzo, come a una bieca forma di compromesso al ribasso con il regime capitalista. Se una “Metamorfosi” c’è stata, è solo quella dello stesso Canfora, da comunista ortodosso a «fervente» socialdemocratico. Negli ultimi due capitoli del libro dove finalmente si riscontrano spunti di riflessione davvero interessanti, Canfora pone la questione cruciale riguardo il tipo di formazione politica che sia in grado di affrontare criticamente ed efficacemente il «mondo nuovo».
Se la odierna socialdemocrazia, scoordinata com’è e frastornata, potrà reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario. Ma a quale formazione politica di sinistra in grado di reggere alla prova, intende riferirsi Canfora, se consideriamo che il vero fallimento in questo inizio di terzo millennio è proprio quello della socialdemocrazia, che dopo la dissoluzione del comunismo sovietico è andata progressivamente esaurendo anche quel margine minimo di mediazione, che nell’età del capitale di monopolio, le classi dominanti gli consentivano per paura dello spauracchio del comunismo. La questione cruciale non è interrogarsi se la socialdemocrazia possa ancora rappresentare una valida opzione politica riformista, dato che non ha mai avuto la capacità di proporsi come un serio ostacolo agli effetti più distruttivi del capitalismo, ed è ormai entrata in una crisi irreversibile.
Nè bisogna credere e prendere sul serio tutti quegli sciocchi signori che continuano ad accanirsi, con una buona dose di «autolesionismo», nel sostenere che la differenza tra destra e sinistra non esiste più. Questo, semplicemente, è un problema che nemmeno si pone. Lasciamo pure questi signori lì dove si trovano, sarà sufficiente ricordare loro le parole di Norberto Bobbio: “una persona di sinistra di fronte alle ingiustizie sociali si indigna e cerca di porvi rimedio; una persona di destra, un conservatore, di fronte alle ingiustizie sociali non solo non si indigna, ma le accetta come fossero naturali, e persino se ne compiace.” La domanda cruciale da porsi invece è solo una: siamo noi comunisti? esistono marxisti? chi sono le persone di sinistra oggi? La questione sarà probabilmente ripresa in questo anno, per la ricorrenza del centenario della nascita del PCI , e farà versare fiumi d’inchiostro e di stoltezze. Il dovere dell’organizzazione, la propaganda del dovere di organizzarsi e associarci, dovrebbe essere la discriminante tra comunisti e non comunisti , tra marxisti e non marxisti. Troppo poco e troppo: chi non sarebbe di sinistra? Eppure cosi è: tanti sono di sinistra, un pò, inconsapevolmente, molti sono di sinistra per conformismo, troppi lo sono per carrierismo e opportunismo. Come avrebbe detto il presidente Mao: grande è la confusione sotto il cielo! Perchè oggi è considerato di sinistra il liberale moderato, il grillino del movimento 5 stelle, un iscritto del PD, chi scende in piazza con le “sardine”, e volendo essere schietti, il militante socialista che si dice marxista ma che rinnega la lotta di classe, che taccia come spregevole moralismo la denuncia della questione morale di Berlinguer, che accusa i giudici di “mani pulite” del più becero giustizialismo, ma che non si scandalizza se il suo partito vince le elezioni comunali nella nostra città, facendo l’alleanza con i 5 stelle, che sono il peggio del moralismo e del giustizialismo. La deprecabile conseguenza che deriva da questa concezione erronea «dell’essere di sinistra», è che le idee messe in valore sono spesso solamente arbitrarie e fittizie. A tal proposito come esempio di queste opinioni arbitrarie confezionate per inutili dissertazioni, e della subalternità culturale da parte della sinistra riformista alla dittatura delle logiche del mercato e del profitto, vorrei riportare uno stralcio da un lungo articolo pubblicato su questo blog l’11/03/2021 «All’egemonia del capitale bisogna tentare di opporne un’altra, costruendo un blocco sociale capace di tenere insieme, in una fase storica diversa, le ragioni dei diritti e quelle della competitività, superando vecchie polarizzazioni e invitando giocatori abituati a contrapporsi a giocare insieme per produrre un vantaggio comune». La sinistra, uscendo da una fase solo difensiva, dovrebbe fare una scelta di discontinuità con il passato e “costruire un popolo in cui il mondo dei diritti convive con quello dell’impresa, e il mondo della cultura e quello della produzione sanno trovare intersezioni virtuose”( F. Cassano). E finisce, ( mi permetto di aggiungere io «con buona pace del compianto» Cassano ), “col quadro idilliaco del futuro, quando capitalisti e lavoratori saranno uniti solidalmente, e l’industria , che ha schiacciato le classi operaie durante cento anni, diventerà il loro strumento di liberazione e di prosperità”.
L’eroica “compagine” di Canfora, del compianto Cassano e della sinistra riformista che abbiamo: mistica sintesi di una comunione spirituale, che conduce i destini dell’umanità verso un approdo sconosciuto, evanescente nel chimerico paese della perfezione e della santità. Ma altro sono le parole, altro è l’azione effettiva che si riesce ad esercitare nella storia. Nell’azione si determinano i fini reali, si concretano le volontà. E allora la risposta alla domanda cruciale che abbiamo posto, la possiamo trovare esplicitata con chiarezza, in un aneddoto raccontato da John Reed nel suo bellissimo e famoso libro sulla Rivoluzione Russa:

“I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. 1917 Stazione ferroviaria di Pietrogrado: un gruppo di soldati bolscevichi discutono, mentre attendono che il treno arrivi; quando un intellettuale che si presenta come Vassily, si avvicina a uno dei soldati e gli dice: “ripeti tutto a pappagallo, ti riempi la bocca di frasi senza senso…. senti, pure io, sono marxista, e ti dico che quello per cui voi vi battete non è il socialismo, è un’anarchia, che servirà solo a far vincere la guerra ai tedeschi. E il soldato risponde: Si, certo, lo capisco, voi siete un uomo istruito, io sono una persona semplice, sono uno che parla come mangia.. ma la questione è semplice ci sono due classi la borghesia e il proletariato…. Vassily: ma tu credi davvero che Lenin sia amico del proletariato? Soldato: Be, io si … E allora, dice Vassily: lo sai che Lenin è stato mandato qui dai tedeschi, dal nemico? Soldato: No, questo non lo sapevo. Però una cosa la so. Lenin dice certe cose che a me stanno bene, e a tutti quelli come me lo stesso. Perchè ci sono due classi una è il proletariato, e l’altra è la borghesia. Vassily: : Idiota! io sono un grande eroe, mi sono fatto due anni di galera lottando per la democrazia, e mi batto contro i bolscevichi perchè vogliono soffocare la Russia e la nostra libera democrazia! Su,avanti, cosa hai da dire? Soldato: E chi è che dice niente. Tanto la cosa è chiara, e allora la questione è semplice, che ci sono sempre due classi il proletariato e la borghesia. Vassilly : Io divento pazzo se non cambi musica! A questo punto il soldato conclude : Ci sono solo due classi e chi sceglie di stare con una, è nemico dell’altra. E così “l’eroe” Vassily se ne va via irriso anche dagli altri soldati. Sono passati più di 100 anni da quella grandiosa rivoluzione che ha cambiato per sempre il corso della storia del mondo; ma la questione è ancora semplice: Ci sono due classi il proletariato e la borghesia… e chiunque rivendica seriamente la sua appartenenza a sinistra sa bene chi scegliere e con chi stare. Tutto il resto non conta , perchè come avrebbe detto Antonio Gramsci, sono solo le «allucinazioni particolaristiche» dei tanti Stenterelli e Vassily che tessono le lodi di un «socialismo a buon mercato» che si può impunemente quotare in borsa.
