Del “Romazo Quirinale” è stato scritto l’ultimo capitolo. Ed è stato a lieto fine. Un finale non condiviso dai berluscones e dagli incontentabili ad oltranza, quelli che vorrebbero che tutto andasse esattamente come il proprio desiderata. Ma questa è una pretesa pre-politica, destinata a fornire delusioni a catena, specie in vicende come questa dell’elezione del Presidente della Repubblica in cui la ricerca del consenso più ampio possibile, inevitabilmente porta a scelte di mediazione. Che non è certo un male e nemmeno una parolaccia.

Sergio Mattarella il mite, il catapultato nella politica dall’assassinio del fratello da parte della mafia, il ministro che si dimise in contrasto con l’approvazione della prima legge ad personam in favore di Berlusconi (la legge Mammì) ed ora giudice della Corte Costituzionale, ci sembra una buona scelta che forse nessuno immaginava potesse capitarci alla vigilia del percorso, considerato il sinistro alone della patto del Nazareno che aleggiava sulla vicenda.

Ed è stata questa “mattarellata” in testa all’ex Cavaliere l’aspetto caratterizzante di questa elezione quirinaliza che apre forse (il forse è d’obbligo eccome) scenari più dinamici e meno avviluppati al padre padrone di Forza Italia.

Le ragioni che hanno spinto Renzi a compiere questa scelta che è riuscita a tenere unito il PD e a raccogliere consensi a sinistra e a destra, ne sono prova i 665 voti raccolti in aula – molti dei quali sfuggiti di seno dalla stessa FI, li capiremo nei prossimi mesi.

Sapremo se si tratta di un cambio di strategia sia rispetto alla gestione del proprio partito e sia alle scelte politiche che pur necessitano un adeguamento rispetto all’evoluzione dello scenario anche internazionale, compreso la vicenda Greca, oppure che si è trattata di mera tattica occasionale.

Ciò non toglie che sia dovuto il giusto riconoscimento a Renzi per la buona gestione di questa partita che ha regalato al Paese “nu jorn’ buon”.

Mattarella è figura completamente diversa dal premier e dal leaderismo imperante. Sobrio, riservato, colto, rispettoso della Costituzione, non ha un profilo twitter e nemmeno una pagina su facebook. Una persona che sembra essere sopravvissuta alle tante armi di distrazione di massa di cui è affetta la nostra società e che forse, proprio per questo, potrà meglio di altri ricordarci e richiamarci alla realtà non virtuale.

E’ sintomatico che le sue prime parole siano state per “gli Italiani in difficoltà”. Che sia poi un nativo democristiano, della parte più dignitosa di quel partito, non può certo essere elemento da brandire per sminuirne lo spessore e l’utilità che potrà avere in questa stagione della Repubblica abitata da tante mezze calzette.

Le tante persone serie ed oneste che storcono il naso di fronte a questa scelta per loro non abbastanza dura e pura farebbero bene a valutare che poteva andare peggio, ma molto peggio.

Ed, invece, a sorpresa questo Paramento che nel non lontano 2013 fallì miseramente in questa stessa missione oggi è riuscito senza tanti patemi d’animo ed in fretta a dare al Paese un nuovo Presidente della Repubblica che è un indiscusso galantuomo, un curriculum di tutto rispetto, con tutti i requisiti in regola per la difficile funzione a cui è stato chiamato.

Non è detto che debba essere per forza sempre tutto nero. Fortunatamente.

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