Ogni volta che scegliamo d’usare l’appellativo Lucania al posto del nome Basilicata, immaginiamo come quanto e perché diverse colleghe e diversi colleghi arricciano il naso; ma questa volta, la forzatura potrebbe esserci giustificata; insomma abbiam scritto Lucania per rimandare all’immaginario etimologico.

Dalle nostri parti abbiamo le luce forte. L’abbaglio potente. Il prepotente fascino dei boschi. I lupi ancora salvi, e da salvare.

Ma l’attualità mi vede poggiato nei ricordi. Dove le immagini non sono, non sanno di paesaggio. Perché arrivano passando dalle solite nostre feritoie. Quando queste c’immettono, in pratica, a ragionare della nostra gente. Delle donne e uomini incontrate, oppure vissute.

Mentre leggevo l’allarme sull’aumenti in Basilicata dei tumori, vedo me stesso che stringe la mano di mio nonno durante l’ultimo respiro. Ché un tumore ai polmoni, lo stroncò. L’uccise proprio quando lo stringevo.

Mentre leggevo, nuovamente, delle 3.200 nuove diagnosi tumorali registrate soltanto nel 2017, che il tasso di mortalità sta peggiorando le sue rilevanze, che la Basilicata supera Lombardia e Lazio per una serie di patologie tumorali, ricordavo forte l’elenco di morti e malati ascoltato tanti anni dalle donne e dagli uomini braccia della Valbasento colorata d’amianto e porcherie varie.

Adesso, tra petrolio e sedentarietà, fra acque avvelenate e sovrappeso, sappiam sempre meglio che sale il monte d’asma bronchiale, problemi ai polmoni, agli occhi, alle vie respiratorie, allo stomaco, a mammella, prostata, colon-retto, asma allergici…