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La canea materana della maldicenza oscura le responsabilità politiche a Palazzo di Città. E in Regione

A dare una scorsa ai social – diventati troppo spesso lo strumento d’elezione del pettegolezzo sterile e dell’odio seriale – è tutto un fiorire di giudizi tranchant, sentenze senza appello, liquidazioni sommarie dell’azione amministrativa.Dalla pulizia delle strade al verde malcurato; dall’inadeguatezza dei servizi collettivi alla gestione del patrimonio immobiliare; dall’incerta eredità di Matera 2019 alla fragilità del programma di Matera Capitale mediterranea della cultura e del dialogo 2026; dalla latitanza nella direzione politica delle crisi produttive alla sordità verso le domande provenienti dai quartieri, dai movimenti civici e dall’associazionismo locale. L’elenco potrebbe continuare.Come in tutte le «buone sentenze», anche la motivazione sembra già pronta, scritta con il copia e incolla: «Lo fanno per interesse di bottega». Amen.

Non intendo fare il difensore d’ufficio di nessuno. Tanto meno negare il rischio che i cittadini debbano pagare, ancora una volta, le conseguenze della cattiva amministrazione. È accaduto in passato e potrebbe accadere di nuovo. Ma, quando accade, nella vicenda c’è quasi sempre anche qualcosa di nostro: non abbiamo esercitato il diritto-dovere della vigilanza; ci siamo voltati dall’altra parte; abbiamo preferito la lamentazione alla partecipazione; oppure ci siamo adattati all’antico malcostume del «chiam tatè a c’ m’ dé da mangé».

Soprattutto, ci siamo lasciati trascinare nel gorgo populista e reazionario del sentimento antipolitico, oltre che antipartitico. Così il dissenso si riduce a pettegolezzo, il giudizio politico a moralismo impotente e la cittadinanza al ritrarsi dalla competizione. Ci castriamo da soli pur di fare dispetto ai «politicanti», lasciando la piazza proprio a quei pochi gruppi organizzati che accusiamo di difendere interessi di bottega.

A causa del nostro aventinismo, minoranze attive e ben organizzate possono diventare maggioranze politiche. È accaduto anche sul piano nazionale: nel 2022 Fratelli d’Italia ha raccolto circa il 15,9 per cento dei consensi se rapportato all’intera platea elettorale; l’insieme delle forze che sostengono il governo si è fermato a poco più del 26 per cento degli aventi diritto. Percentuali pienamente legittime secondo le regole della democrazia rappresentativa, ma che dovrebbero ricordarci quanto l’astensione restringa la base reale delle decisioni.

Il dito e la luna

La canea materana ha allora un effetto politicamente pericoloso: concentrandosi sulle presunte colpe personali, sulle antipatie e sulle intenzioni attribuite a questo o a quell’amministratore, finisce per nascondere la sostanza delle responsabilità.

Il problema non è stabilire se ogni assessore sia capace o incapace, se il sindaco sia animato da buone o cattive intenzioni, se ogni scelta nasca da ambizione personale o da «interessi di bottega». Il problema è capire quale indirizzo politico stia assumendo il governo della città e dentro quale sistema di relazioni istituzionali, economiche e territoriali esso si collochi.

Antonio Nicoletti è stato eletto nel 2025 alla guida di una coalizione di centrodestra, ma si è trovato dinanzi a un Consiglio comunale nel quale le liste avversarie avevano conquistato 18 seggi su 32: la cosiddetta «anatra zoppa». Una condizione eccezionale che avrebbe potuto suggerire il superamento delle vecchie appartenenze e l’apertura di una fase costituente municipale: la «Comunità che autoamministra», come proponemmo allora, fondata su responsabilità condivise, confronto pubblico e capacità della città di definire autonomamente le proprie priorità.

È prevalsa, invece, la ricerca di una governabilità costruita attraverso accordi consiliari, spostamenti individuali e ricomposizioni interne. Una governabilità certamente necessaria, ma che rischia di trasformarsi in un fine anziché in uno strumento e che, soprattutto, non ha ancora prodotto un riconoscibile progetto politico di città.

È qui che il pettegolezzo ci impedisce di guardare la luna. La questione decisiva non è la presunta moralità privata degli amministratori, ma l’opportunismo politico e la crescente dipendenza del governo municipale dagli orientamenti della Giunta Bardi e del centrodestra regionale e nazionale. Matera rischia di essere governata non a partire dalle necessità della propria comunità e del proprio territorio, ma secondo priorità stabilite altrove: dalla distribuzione delle risorse alle infrastrutture; dalla sanità ai servizi sociali; dall’università alle politiche culturali; dal turismo alla gestione delle aree produttive.

In diversi interventi ho già richiamato i costi di queste dipendenze. Il sostegno politico offerto anche da governatori meridionali (Bardi compreso!) al percorso dell’autonomia differenziata contraddice la necessità di colmare i divari territoriali, che la stessa SVIMEZ continua a indicare come un rischio concreto. Le stime sulle risorse sottratte ogni anno al Mezzogiorno oscillano e sono oggetto di discussione; ma il fenomeno della spesa pubblica territorialmente diseguale resta reale e non può essere cancellato dalla propaganda.

Anche sul PNRR occorre evitare cifre usate come clave. I dati disponibili nell’agosto 2026 indicano per la Basilicata una spesa intorno al 21 per cento delle risorse disponibili: non il 17 per cento richiamato in precedenza, ma comunque un livello molto basso e lontano dal trasformare la disponibilità finanziaria in cantieri, servizi e capacità amministrativa. A questo si aggiunge l’accentramento, in capo al presidente, delle deleghe sulla programmazione e sulla spesa dei fondi statali ed europei: una scelta politicamente discutibile perché indebolisce trasparenza, responsabilità settoriale e controllo democratico. La Regione ha l’obbligo di distribuire le deleghe per la gestione esecutiva delle opere  e dei servizi interessati.

Il risultato è l’allargamento delle diseguaglianze persino all’interno della Basilicata e l’ostacolo frapposto a ogni tentativo di costruire sviluppo attraverso il consorziarsi dei nostri Comuni e delle istituzioni culturali, sociali ed economiche con quelle dell’hinterland nel quale Matera è oggettivamente ricompresa. Il Rapporto Cuoco e quello di Canesi per il Consorzio industriale materano indicavano già questa necessità: leggere Matera dentro un sistema territoriale più ampio, non come periferia amministrativa da isolare.

Sembra quasi che la funzione assegnata al governo regionale sia quella elementare dello scambista addetto alla deviazione dei binari: distoglierci dai nostri interessi reali e dalla potestà di reclamare ciò che spetta alla comunità. È un giudizio politico, naturalmente; ma è su questo terreno che occorre discutere, anziché perdersi nella maldicenza sui singoli.

Il rapporto con la Regione è indispensabile. Ma relazione istituzionale non significa subordinazione politica. Collaborare non vuol dire rinunciare a rappresentare, anche conflittualmente, gli interessi della città. Un sindaco non dovrebbe essere il terminale locale di una filiera partitica, bensì il primo interprete dell’autonomia politica della comunità che lo ha eletto.

Matera ha bisogno di alleanze territoriali, non di obbedienze: con la collina materana, la Murgia, la fascia jonica, la Bradanica e il sistema Bari–Matera; con le città meridionali e mediterranee; con le comunità che subiscono spopolamento, impoverimento dei servizi e perdita di capacità decisionale. Ridurre tutto questo alla «buona amministrazione» dell’esistente significa rinunciare a una direzione politica proprio nella fase in cui la città ne avrebbe maggiore bisogno.

Dai Quartieri che chiedono ai Quartieri che fanno

La stessa esigenza di maturazione riguarda i movimenti civici e, per primi, i Quartieri. Anche qui occorre mantenere uno sguardo critico, senza disconoscere il valore dell’impegno svolto.

Troppo spesso ancora l’associazionismo continua a rivolgersi al Comune come a un’autorità esterna cui presentare un elenco di richieste: più pulizia, più verde, più manutenzione, più servizi. Sono rivendicazioni legittime, talvolta indispensabili. Ma, se restano isolate, riproducono proprio quel modello verticale che diciamo di voler superare: l’amministrazione decide ed eroga; il cittadino domanda, attende e protesta.

La prospettiva relazionale e sussidiaria richiede un passaggio ulteriore: dai Quartieri che chiedono ai Quartieri che concorrono a conoscere, progettare, realizzare e verificare. Non per sostituire gratuitamente il lavoro pubblico né per assolvere il Comune dalle proprie responsabilità, ma per ricostruire una capacità collettiva di governo.

Patti di collaborazione, Case di quartiere, bilanci partecipativi, osservatori civici, laboratori territoriali e gestione condivisa dei beni comuni non sono ornamenti della partecipazione. Sono gli strumenti attraverso i quali la cittadinanza smette di essere pubblico plaudente o rancoroso e diventa soggetto politico. Il Comune, nella sua funzione di ente generale degli interessi del territorio, avrebbe dovuto sostenerli e promuoverli fin dalle prime settimane successive all’insediamento della Giunta. Può e deve ancora farlo.

Uscire dalla canea non significa tacere. Significa imparare a distinguere la denuncia dalla maldicenza, il controllo democratico dal sospetto permanente, il conflitto politico dall’insulto. E significa riportare al centro le responsabilità vere: quelle di un’amministrazione municipale che deve scegliere se rappresentare autonomamente la città o adattarsi alla filiera del governo regionale; quelle della Regione, che non può continuare a considerare Matera come vetrina da esibire e periferia da amministrare; quelle di una comunità che deve decidere se limitarsi a protestare o, finalmente, ad autoamministrarsi.

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