Industria che arretra, lavoro che invecchia, giovani che partono. Ma anche comunità che resistono. Senza una politica capace di guidare le trasformazioni, la crisi diventa destino.
“la Basilicata conta 120.208 lavoratori, ma tra questi balza all’occhio la presenza massiccia di over 50, che con 42.213 unità rappresentano ormai il 35,1% della forza lavoro totale”, scrive Bernabeo su Il Quotidiano di ieri.
«L’invecchiamento della popolazione non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese», spiega la Cgia di Mestre, specializzata in tali analisi.
I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa».
«Il problema più profondo – spiega Cgia – è la perdita di capitale umano invisibile. Con l’uscita dei lavoratori più anziani si disperdono competenze tacite, conoscenze di processo, relazioni con clienti e fornitori. È un patrimonio che non compare nei bilanci ma che determina la capacità competitiva dell’impresa. Senza un passaggio generazionale strutturato, molte piccole realtà rischiano di perdere in pochi anni i traguardi che hanno raggiunto in decenni di duro lavoro».
La Basilicata non è una regione “morta”. È una regione sospesa.
I numeri parlano chiaro: crescita economica debole, industria in difficoltà, lavoro sempre più anziano, giovani che se ne vanno. Ma dietro i numeri c’è qualcosa di più profondo: l’assenza di una visione politica capace di governare le trasformazioni.
Qui il lavoro non scompare perché inutile, ma perché riorganizzato altrove. Le produzioni restano, le persone no. Le grandi imprese decidono a distanza; il territorio subisce. Nel frattempo, lo Stato si limita a gestire le emergenze e la politica rincorre.
Eppure, accanto a questa crisi, si muove qualcosa. Presìdi operai, reti di solidarietà, forme di mutualismo nei piccoli comuni dell’interno raccontano che il legame tra lavoro e comunità non è del tutto spezzato. Non sono soluzioni miracolose, ma segnali politici importanti: senza lavoro dignitoso non c’è comunità, senza comunità non c’è futuro.
Il punto è non scambiare queste esperienze per folklore o nostalgia. Possono diventare, se sostenute, strumenti concreti per creare lavoro, ricostruire legami sociali, dare senso al restare. Ma da sole non bastano. Senza una politica capace di indirizzare e, se serve, regolare le strategie produttive, il mutualismo resta fragile e reversibile.
La transizione ecologica, ad esempio, può essere un’opportunità o un alibi. Senza governo pubblico rischia di diventare solo un modo elegante per chiudere fabbriche e scaricare i costi sulle persone. Con una visione, può invece trasformarsi in lavoro utile, radicato, dignitoso.
Il nodo vero è questo: il lavoro deve tornare a essere una questione politica centrale, non una variabile tecnica. Perché dove il lavoro scompare, la democrazia si svuota. E dove la politica abdica, decide il mercato.
La Basilicata non è senza risorse. È senza indirizzo, da quasi due decenni.
E senza un indirizzo politico, la crisi smette di essere un problema da risolvere e diventa un destino da accettare.
