Non mi interessa il fatto che si risparmino dei soldi. Il risparmio è insignificante rispetto ai miliardi che si stanno consumando per il virus e si consumano anche in un bilancio di anno normale. E’ argomento debole. A sostegno della mia tesi potrei chiamare Nilde Iotti che, a Matera, nei lontani anni Ottanta, sostenne la necessità di ridurre i parlamentari italiani, facendo un rapporto con il numero dei parlamentari cinesi. Il pensiero di Nilde Iotti, ovviamente, mi può servire di conforto, ma non di più. Anche Nilde poteva sbagliare.

Il mio SÌ ha più ampia motivazione.

Il ruolo dei parlamentari, dopo l’istituzione delle Regioni è diventato qualcosa di molto lontano e sfumato. Se qualcuno vuole riposarsi e mietere solo onori e ricche indennità, non deve fare il Sindaco né deve fare il Presidente della Provincia né il Presidente della Regione. In ordine, sono tutti a diretto contatto con la realtà e con i problemi, a volte piccoli, spesso grandi, spesso insolubili. E si ha a che fare con persone. La impossibilità di dare risposte risolutive, anche per motivo di legge, è causa di malcontento, rancori e, talvolta, aggressioni fisiche e vendette. Non tocco la questione dei rimborsi decretati dalla Corte dei Conti, che mettono a repentaglio la vita del Sindaco o chi per lui, e della sua famiglia.

Da tutte queste problematiche è lontano il parlamentare di oggi, che nessuno vede, nessuno sente, nessuno sa dove si trovi. Ti dicono sempre che è a Roma; qualcuno fa viaggi gratuiti in giro per il mondo. Nei tempi andati, in assenza della Regione, e con altra sensibilità, ogni fine settimana il parlamentare era nel suo paese o nella sua provincia, a rendicontare della sua attività, a discutere, informare sulla situazione nazionale, a chiedere delle necessità del territorio… Il tutto confluiva in Parlamento in forma di interrogazioni, interpellanze, ordini del giorno, mozioni… Ho raccolto quattrocento pagine di interventi di Michele Bianco. Solo una parte.

Oggi, dei parlamentari lucani, nemmeno da gente che legge e scrive, si conoscono i nomi. In questa situazione, il gran numero permette di mimetizzarsi, nascondersi nella folla, assentarsi, emarginarsi nella fascia dei “peones“. Un numero più piccolo potrebbe comportare precise responsabilità. Il problema, come sempre, non è la quantità, ma la qualità, che oggi manca, anche perché in Parlamento non si arriva dopo una lunga militanza. Si arriva come si può pescare il pesce di fiume. Purtroppo, spesso, a Roma, si porta anche il peggio, dalla malavita organizzata allo scambio di voti.

Ho invece un altro sogno. La riduzione dei parlamentari preoccupa per il fatto che qualche città o regione non abbia rappresentanti o ne abbia troppo pochi per raccogliere le istanze territoriali. E’ argomento pretestuoso, non solo, ma anche irritante, perché presuppone una concezione assistenzialistica e clientelare della politica.

Se io eleggo il Sindaco, lo eleggo perché deve occuparsi della città; se eleggo il Presidente della Provincia, è perché deve occuparsi della provincia; se eleggo il Presidente della Regione, è perché voglio che si occupi della regione; se, infine, eleggo un parlamentare, lo mando a Roma, in un consesso nazionale, è perché voglio che abbia orizzonti nazionali e, da Potenza e Matera, si occupi dell’agricoltura in Lombardia e del turismo sulla costa romagnola. E viceversa . Ma ci vuole studio e dedizione. Eleggerlo perché, in carica nazionale, rappresenti il territorio di provenienza, è un ossimoro. Se si va con una visione localistica, Potenza, col doppio dei suoi rappresentanti, vincerà su Matera, la Lombardia vincerà sulla Lucania Basilicata, il Nord vincerà sul Sud. Ed è successo.

Il mio desiderio è che della questione meridionale si occupi Milano. Non so che farmene di parlamentari cui si finisce col chiedere il favore per la mia nomina a docente universitario, o a primario d’ospedale. Al tempo in cui la politica era cosa seria e fatta da persone serie, e non intervenivano i giudici a far paura, il PCI mandava funzionari e parlamentari del Sud al Nord, e viceversa. Poteva vantarsi di usare lo stesso linguaggio a Matera come a Milano. I nostri parlamentari attuali, invece, numerosi, sbucati dall’uovo di Pasqua, in un momento di pandemia e con tutti i drammi sociali, economici ed esistenziali che essa comporta, quale contributo di pensiero e di azione hanno dato e stanno dando?

Ma a convincermi a votare per il SI c’è un’altra considerazione. A votare la legge in Parlamento sono, in molti casi, gli stessi parlamentari che oggi invitano a votare NO. Quali ragioni ignobili, cioè non nobili, li induce a tale conversione? Quale credibilità possiamo ancora dare loro? Di quanto, con il titolo di “onorevole” vita natural durante, contribuiscono alla diffusione dell’antipolitica e del girellismo, male dei nostri anni?

E poi, qualche volta, a Roma, possiamo portare, come un tempo, anche operai, contadini e maestri elementari, invece che grandi medici, imprenditori milionari, grandi avvocati, grandi commercialisti, banchieri, nonché vip, donne e uomini, sempre a riposo sulle migliori spiagge del mondo?

Siamo ormai, non in democrazia, ma in plutocrazia. De Gasperi e Togliatti e Di Vittorio non potevano immaginarlo.