Scompare l’ultimo senatore del PCI, mi ricordava Angelo Bianchi: poi venne

il PDS, il

Se ne va l’ultima perla, mi ha detto Maruzza, sua moglie, stringendo lei le mie mani accanto al marito nella camera ardente allestita a Palazzo Lanfranchi.

Il 6 gennaio del 2019, all’età di 90 anni, si è spento il senatore Angelo Raffaele Ziccardi; a Irsina, sua città di origine, gli amici lo chiamano ancora Lalòcc, come quando era un ragazzo, come quando non ancora ventenne, al suo primissimo incarico, risolse una difficile trattativa nell’Ufficio del Lavoro di Pisticci dove, assediati dalla piazza in tumulto, rappresentanti di braccianti e operai non riuscivano a negoziare impegni adeguati per la tracotanza dei padroni delle terre.

Ziccardi a 20 anni

La sua capacità di mediare le posizioni senza mai perdere di vista gli obiettivi fondamentali delle rivendicazioni, fu la cifra distintiva della sua personalità che segnò, sin da quell’esordio, la sua intera carriera sindacale e politica che lo vide per lunghi anni nella Alleanza Contadini accanto a Emilio Sereni a Roma, e poi Consigliere provinciale a Matera, Responsabile della Federbraccianti, Segretario della Federazione Comunista di Matera, Consigliere regionale alla prima legislatura del 1970 e infine Senatore per diverse legislature e lungamente impegnato nelle Autonomie Locali. Il suo impegno per il lavoro giovanile si concretizzò nella famosa legge 285 che nel 1977 aprì le porte del pubblico impiego a migliaia di giovani diplomati che, nella crisi del dopo boom, rimanevano disoccupati e pronti a continuare a emigrare come i lori genitori, i loro nonni. Come oggi i loro figli, i loro nipoti, nella storia che sembra ritornare in questa Italia che – di nuovo – non trova le sue direttrici di sviluppo nel mondo globalizzato.

Fra le sue doti spiccava la meditata capacità di tessere alleanze e comporre mediazioni per ottenere risultati concreti, come già dimostrava negli anni delle lotte contadine che portarono nel 1950 alla legge stralcio di Riforma agraria.

L’azione politica di Ziccardi, nel tempo, fu sempre concretamente mirata al raggiungimento di specifici obiettivi sempre riconducibili agli ideali di una sinistra democratica e capace di innovare con azioni politiche ispirate costantemente al tricolon che gli fu sempre caro: lavoro, progresso, benessere per l’intera popolazione, senza esclusioni, senza discriminazioni, senza privilegi.

Fu convincimento suo profondo che il massimalismo – caro a certa sinistra di estrazione borghese – porta solamente all’isolamento e alla sterilità politica, oltre ad essere la trappola in cui il moderatismo destrorso all’italiana ha sempre cercato di imbrigliare la sinistra per confinarla fra gli estremismi che in certi anni furono addirittura alla moda. Scrive Ziccardi nel suo “La politica come impegno collettivo”, edito da Giuseppe Barile nel 2016:  “(…) le grandi masse contadine, con l’occupazione delle terre, non pensavano di fare la rivoluzione socialista, ma erano interessate a conquistare giornate di lavoro, un pezzo di terra, i contratti di lavoro, i diritti previdenziali”:

Capisaldi della sua formazione culturale e politica furono il pensiero di Gramsci, specie nell’affrontare lotte per il Mezzogiorno e il pragmatismo togliattiano circa la necessità di ispirare ai principi della svolta di Salerno i rapporti con le altre forze politiche e sociali: in armonia con il pensiero gramsciano, Ziccardi lavorava alla costruzione di volontà collettive fondate sui bisogni delle classi lavoratrici.

Da qui la sua militanza permanente contro lo sfruttamento e per la ascesa delle classi popolari, così come scritto nella Costituzione Italiana che il PCI adottava come testo di prassi politica, oltre che ideale: la Costituzione, non il “Che fare?” di Lenin, tanto è vero che nella scuola del PCI, nelle sue sezioni territoriali di formazione permanente dei quadri e dei giovani, le “materie” di studio e riflessione erano di natura politica e amministrativa ma sempre in un contesto sociologico e umanistico. Tale era la formazione dello stesso Angelo Raffaele Ziccardi: non un umanista imprestato alla politica, ma un umanista-politico animato da ideali, proprio come Gramsci aveva immaginato i quadri di un partito illuminato e progressista.

Ziccardi comincia a fare politica in un Mezzogiorno stremato dalla guerra e dagli stenti di un incancellabile feudalesimo che incatenava la popolazione alla terra incolta degli agrari e alla fame del bracciantato servile.

A metà del XX secolo in tutto il sud Italia – a Irsina si chiamava “l’annarulo” – il bracciante, se aveva la fortuna di lavorare, era alle dipendenze del padrone come un servo della gleba: riceveva come compenso pane e sale tutti i giorni, un litro di olio al mese e un tomolo di “macinatura” equivalente a circa 45 chilogrammi di grano per la famiglia e poteva andare a casa in paese alla quindicina e a Natale e a Pasqua, salvo diverse esigenze cittadine del padrone stesso. Se il salariato era addetto agli animali da latte, pecore o vacche, la partecipazione consisteva nel diritto ad una giornata di latte, cioè al prodotto che tutti gli animali avrebbero dato in una certa giornata dell’anno stabilita in precedenza: una sorta di scommessa; aveva diritto, se capitava, alla carne mortizza, cioè alla carogna di bestiame morto accidentalmente.

Per i braccianti a giornata la paga non bastava alla famiglia neppure a comprare il pane per quel giorno. Solo p’a‘ventr, cioè per mangiare almeno quel giorno, si mandavano i bambini in campagna, dai sei, sette anni in poi, a fare i pastorelli o i supafasc, servitorelli tuttofare nelle masserie.

Don Peppino Arpaia, un prete, nella sua breve storia di Irsina “Sulle Orme del passato”, così descrive gli agrari: “il padrone alimentava di insolenza la sua vita, vuota di qualsiasi ideale e di riferimento a valori spirituali, tesa unicamente a ingrandire la proprietà. Trattavasi per lo più di gente intellettualmente arretrata che, facendo forza unicamente sull’insolenza, tenevano a scacco i contadini considerati da essi come dei paria”.

Irsina, 1 maggio 1958

Il PCI – e Ziccardi fu in prima linea – lottava per riscattare dalla miseria e dalla schiavitù le masse lavoratrici, contadine e operaie, e per assicurare a tutti la possibilità di una crescita sociale e culturale. Come Gramsci, Ziccardi esortava i giovani a studiare: il sapere è riscatto, ripeteva. Proprio sulla diffusione massima della cultura e della conoscenza il PCI ha giocato un immenso ruolo guida nel Paese, organizzando momenti di studio e promuovendo riviste, giornali, dibattiti, seminari, convegni per costruire democrazia e sviluppo, all’opposto di chi voleva invece continuare ad avere un popolo superstizioso, ignorante e sottomesso.

I comunisti italiani della generazione di Ziccardi avevano una formazione romantica, illuministica e romantica che gli conferiva una visione opposta e rivoluzionaria rispetto al cinismo del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, una concezione generosa dell’impegno politico che nobile si faceva nella prassi quotidiana dell’offrire incondizionatamente tutte le proprie risorse alla causa dell’emancipazione delle classi subalterne, senza che il tornaconto personale fosse neppure immaginabile. Tale nobile esempio dei dirigenti catalizzava attorno al partito e al sindacato quel volontariato che, irripetibile, è del tutto scomparso dalla scena politica. Una generazione che, probabilmente, non ha trovato eredi, almeno nei ranghi delle formazioni politiche successive al PCI che, all’evidenza, non hanno più saputo leggere le tensioni del proprio tempo, dare al mondo del lavoro le risposte necessarie e nemmeno porre alla società globalizzata le domande giuste, né traendone le necessarie analisi prospettiche.

Oggi i braccianti vengono dall’Africa, vivono ammassati come animali in baracche di cartoni e lamiere alla mercé di padroni ancora più “insolenti” e di caporali sordidi i cui traffici indisturbati sembrano irriducibili, nella latitanza delle autorità, nella rassegnazione degli organismi nominalmente difensori dei diritti e degli ultimi, nella indifferenza dei più; le leggi sul lavoro conquistate con duri anni di lotta e al prezzo di tanti morti sembrano cancellate insieme alla dignità. assieme ai diritti umani. Al contempo i nostri figli, condannati alla disoccupazione, hanno ripreso a emigrare, i ricchi diventano sempre più ricchi, il ceto medio si impoverisce giorno dopo giorno, e mafie, corruzione evasione e malaffare prosperano indisturbati, mentre la politica ingaglioffita poggia su cricche autoreferenziate e rapaci.

La sinistra, oggi, il variegato mondo progressista che pur esiste in Italia, non può contare su figure come quella di Ziccardi che sappiano declinare le direttrici del suo lucido pensiero: lavoro, progresso, benessere per l’intera popolazione, senza esclusioni, senza discriminazioni, senza privilegi. Aspettandone la nascita, può essere utile rileggere questo pensiero di Enrico Berlinguer che sintetizza mirabilmente quello che fu il percorso di Ziccardi e quella che è la strada ancora oggi da percorrere:

“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.

Ciao compagno Angelo.

Mi mancherai.

Mancherai a tutti noi.