Il movimento delle sardine sta riempiendo le piazze italiane di studenti ma anche 30/40enni impiegati e precari, uniti dall’intento di contrastare la propaganda xenofoba e reazionaria salviniana.

Il senso di disgusto verso le campagne d’odio delle destre e la volontà di dimostrare che la piazza può opporsi efficacemente alla loro avanzata sono pienamente condivisibili ma ci sono due cose che in tutto questo mare di buone intenzioni mancano: la prospettiva e l’alternativa.

La riluttanza a darsi un connotato politico, giustificato dai leader delle sardine con la trasversalità dell’insofferenza verso il clima creato dalla Lega, è anche sintomo di una mancata analisi politica con la conseguente assenza di rivendicazioni e indicazioni di lotta che vadano minimamente oltre la seppur giusta contestazione contro Salvini.

Bisogna riconoscere infatti che il consenso attorno a una certa miserabile politica proviene, oltre che dalla storica base piccolo-borghese leghista, anche da ampi strati proletari come conseguenza di tagli alla spesa sociale, privatizzazioni e attacchi ai diritti dei lavoratori avallati da tutti i governi degli ultimi anni compresi quelli di centrosinistra.

L’avanzata della destra populista e reazionaria è una conseguenza delle politiche filopadronali e di austerity e se si pensa di poter fermare Salvini senza rivolgere la propria lotta anche contro il sistema capitalista di cui il leader leghista è un prodotto, significa rimanere confinati, come area di consenso, nell’ambito di un ceto medio urbano progressista. Niente di più. E sopratutto si corre il rischio della strumentalizzazione a uso elettorale del PD, cioè di chi è tra i principali artefici delle fortune delle destre.

Del resto l’arretratezza della coscienza politica dei movimenti in Italia si era già palesata con le manifestazioni in favore del clima “fridays for future” in cui nessuno si è mai azzardato a mettere in discussione il sistema economico e politico che ha portato all’attuale crisi ambientale.

Cosa fare quindi? Anche se ancora legati a logiche qualunquiste e riformiste non si può voltare le spalle a movimenti che partono da rivendicazioni giuste come la lotta al populismo reazionario o la tutela dell’ambiente. Bisognerebbe piuttosto lavorare all’interno della piazza, portando all’ordine del giorno, oltre alla lotta anti-leghista, una vera progettualità alternativa di sistema.

Le rivendicazioni con cui cominciare non mancano: dalla cancellazione dei decreti sicurezza alla abolizione del jobs act e della legge Fornero, dall’unificazione dei movimenti contro le grandi opere inutili al lancio di un piano di riassetto idrogeologico del territorio nazionale, solo per fare alcuni esempi riguardanti politiche sociali e ambientali.

Il vero interrogativo è se le forze di sinistra antisistema presenti al momento in Italia siano in grado di dare inizio a questo processo.

Provarci è un obbligo, la posta in palio è un enorme passo avanti nella coscienza politica e nella lotta di classe nel Paese.