mercoledì, 28 Settembre , 2022
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Il teatrino materano dei pupi nella tragedia della Transizione

Quanto appare patetica questa ennesima sconcia rappresentazione del teatrino politico locale, in questi giorni di autunno alle prese con l’‘aggiustamento’ trasformistico della Maggioranza nel nostro Municipio. Tanto più sconcia se si pensa che uno dei pupi in commedia è quel Movimento Cinque Stelle mandato al Comune proprio per sconfiggerla la piaga del trasformismo nostrano! Ma ci vuole proprio troppo coraggio signor Sindaco per dire agli eletti: “questa è la Maggioranza e non si cambia, altrimenti tutti a casa!”. Soprattutto, tenendo conto che i registi di questi teatrini dell’indecenza sono sempre gli stessi che – alla Regione, alla Provincia, negli Enti – da decenni imperversano indisturbati per ‘curare’ gli interessi – leciti e illeciti – del Mattone, delle miserabili rendite di una Regione stracciona, incapace persino di salvaguardare il ‘suo’ nella ripartizione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa, incapace com’è di presentare in esso progetti credibili: dagli asili-nido ai Servizi, dalle Infrastrutture a un’idea oggi credibile di Transizione.

No, non vale neppure la pena parlarne! Questo ennesimo mortificante episodio non fa altro che evocare l’agonia della politica tutta oggi, di cui quella locale è al tempo stesso prodotto di scarto e impotente testimone. Ma sì, usiamo  meglio il tempo; facciamolo per sottolineare alcune delle ragioni a mio parere finora sottaciute del fallimento della politica al tempo del neoliberismo. Nella speranza che qualcuno, prima o poi, trovi le forze per cambiare. O per convincerci alla rassegnazione! Del resto e in generale, non meno patetico appare, il ceto ‘politico’ tutto cresciuto nel credo del “Tanto, Non ci Sono Alternative!” al potere neo-liberista.  I politici veri son coloro che quel potere e quegli interessi li han messi in discussione, per migliorare le condizioni di quanti da quel potere sono stati e sono sfruttati! Ma non è più la loro epoca, forse non lo sarà mai più.

Questi signori che lasciano credere di rappresentarci nelle istituzioni in cui un tempo si faceva politica – dal Parlamento al più piccolo dei comuni d’Italia –  in realtà sono, quasi tutti e tranne gli ingenui e i neofiti – ben consapevoli del loro ruolo di subalterni ai desiderata del sistema capitalistico neoliberista: han contribuito a far diventare vero (come le profezie che si auto avverano) il credo del T.I.N.A. (“non ci sono alternative!”, tradotto in italiano). E costoro, corrotti da quel credo e corruttori delle nostre ingenue speranze, istintivamente consapevoli della loro pochezza politica e umana, il più delle volte a caccia di scorciatoie per far più soldi di quelli che meriterebbero (e chi non “tiene famiglia”?), s’intruppano nelle liste degli “amministratori di condominio” (con tutto il rispetto per la categoria, che se lo suda il proprio reddito); i più sponsorizzati e qualche personaggio capace son destinati alle ‘porte girevoli’ e – attraverso un percorso di corruttela, per lo meno morale – passeranno dallo Scranno alla Poltrona degli affari agognati e ritorno, alla bisogna.

“Quando il denaro diventa l’unico criterio per giudicare il successo (come avviene nelle società ipercommercializzate, suggerisce Branko Milanovic– uno dei più noti esperti internazionali della diseguaglianza), altri indicatori gerarchici spariscono (il che è in generale una cosa buona), ma la società lancia anche il messaggio che «essere ricchi è magnifico», e che i mezzi impiegati per raggiungere il successo sono perlopiù immateriali, fintanto che non si viene scoperti a fare qualcosa di illegale. Quindi, criticare i ricchi o le banche per quello che fanno è inutile e ingenuo. Inutile per­ché non cambieranno il loro comportamento, in quanto se lo facessero rischierebbero di perdere la loro ricchezza; ingenuo perché l’origine del problema è sistemica e non individuale. Una banca potrebbe diventare un attore più etico e attento, ma poi perderebbe la corsa commerciale con i suoi concorrenti. Individualmente presi, potremmo imporci vincoli etici rigorosi, ma solo se fossimo anche pronti ad abbandonare la società civile, o a trasferirci in qualche piccola comunità al di fuori del mondo globalizzato e commercializzato. Chiunque rimanga al suo interno deve lottare per la sopravvivenza utilizzando gli stessi mezzi e gli stessi strumenti (amorali) di tutti gli altri”.

E dunque, cosa rinfacciamo ai pretesi ‘politici’? Potremmo argomentare che questo stato di cose non è forse un appello per il cambiamento del sistema socioeconomico – per lo meno in Europa, in Italia dalle Alpi agli Appennini giù fino a Matera, al più piccolo dei borghi meridionali? Non ne consegue che dovremmo abbandonare il mondo del capitalismo ipercommercializzato a favore di un sistema alternativo? Il problema di questo argomento altrimenti sensato è che davvero non abbiamo nessuna alternativa praticabile al capitalismo ipercommercializzato. Le alternative che il mondo ha sperimentato si sono rivelate peggiori, alcune di molto. Inoltre, rinunciando a quello spirito connaturato al capitalismo che ha come motori principali la competizione e l’avidità, vedremmo diminuire i nostri redditi e aumentare la povertà, oltre a registrare una decelerazione o un’inversione del progresso tecnologico, e la perdita di altri vantag­gi (come i beni e i servizi diventati ormai parte integrante della no­stra vita) garantiti dal capitalismo ipercommercializzato. Non si può sperare, da una parte, di mantenere questi vantaggi mentre dall’altra reprimiamo l’avidità e smettiamo di adottare la ricchezza come uni­co indicatore del successo. Tutti questi aspetti vanno di pari passo.

L’unico modo per sfidare il mondo commercializzato è ritirarci completamente da esso, attraverso l’esilio personale in una comunità isolata o, nel caso di gruppi più grandi come le nazioni, abbracciando l’autarchia. Ma è impossibile convincere un numero sufficientemente grande di persone a ritirarsi da questo mondo, rinunciare alle comodità della commercia­lizzazione e accettare un livello di vita molto più basso, se sono state socializzate nello spirito avido del capitalismo e ne hanno interioriz­zato tutti gli obiettivi.

Chi scrive – ad esempio – a proposito della necessità di più tempo libero non si rende conto che le società di tutto il mondo sono ormai strutturate in modo tale da esaltare il successo e il potere, che il successo e il potere in una società commercializzata si esprimono solo in denaro, e che il denaro si ottiene attraverso il lavoro, la proprietà dei beni e, non ultima, la corruzione, con una accelerazione sempre più disumanizzante. Questo è anche il motivo per cui la corruzione è parte integrante del capitalismo globalizzato.

Quello che fa il capitalismo globale è dare a noi come consumatori, o al contrario produttori, la possibilità di acquistare, o al contrario vendere, attività che un tempo venivano fornite in natura dalla famiglia, dagli amici o dalla comunità. Atomizzazione e mercificazione vanno dunque di pari passo: la cucina si è trasformata in un’attività esterna e spesso i componenti della famiglia non mangiano tutti insieme. Le pulizie, le riparazioni, il giardinaggio e la cura dei figli sono attività più commercializzate che in passato o forse più che mai. I compiti a casa, che un tempo venivano «esternalizzati» ai genitori, ora possono essere esternalizzati a società commerciali.

La crescita della cosiddetta gig economy (l’economia dei lavoretti) – altro esempio – commercializza il nostro tempo libero e i beni di cui disponiamo, che un tempo non veniva­no utilizzati per scopi commerciali, semplicemente perché i lavori richiedevano tempo e non potevano essere compressi in brevi momenti liberi oggi è diventata commer­ciabile. Nel momento in cui diventa conveniente, in ultima analisi siamo portati a pensare a queste attività come a beni o servizi commerciali. Occorre quindi un maggiore sforzo di volontà per lasciar perdere certe opportunità e non cedere all’impulso di trarne un van­taggio economico. La mercificazione di ciò che un tempo non era di natura commer­ciale tende a far sì che ogni persona svolga molteplici lavori e addirittu­ra, nel caso della locazione di appartamenti, si trasformi all’occorrenza in capitalista per un giorno. Ma affermare che le persone fanno molti lavori equivale a dire che non conservano impieghi individuali dure­voli e che il mercato del lavoro è completamente «flessibile», con un ricambio molto frequente degli individui che entrano e escono dai po­sti di lavoro.

Dal punto di vista dei datori di lavoro, le persone diventano dunque “agenti” del tutto intercambiabili che occupano un posto di lavoro per qualche settimana o pochi mesi, e una persona vale l’altra. Ci avviciniamo al mondo dei sogni dell’economia neoclassica in cui gli individui, con le loro caratteristiche uniche, non esistono più e sono stati sostituiti da agenti: avatar intercambiabili che differiscono al massimo per qualche caratteristica generale come il livello di istruzione, l’età o il sesso. Una volta prese in considerazione queste caratteristiche, gli individui, privi di caratteri personali, diventano in tutto e per tutto sostituibili.

Da quando la mercificazione è entrata nella nostra sfera personale, non ci viene praticamente in mente nulla che sia oltre o al di fuori di essa:  ”i  vostri talenti, la vostra formazione e le vostre capacità – le vostre stesse persone – costituiscono oggi il vostro più grande patrimonio, la  fonte preponderante della vostra ricchezza e del vostro status. Avete dovuto agire come asset-manager di un portafoglio che contiene voi stessi”.

Tutti siano diventati eccellenti calco­latori di dolore e di piacere, di guadagno e di perdita, a tal punto che se anche la produzione industriale capitalistica dovesse scomparire, conti­nueremmo a venderci i servizi l’un l’altro, diventando noi stessi, alla fine, delle aziende: il vicino di casa non vi terrà d’occhio i figli senza un compenso, nessuno condividerà il cibo con voi se non dietro pagamento, voi chiederete soldi al vostro coniuge per fare sesso, e cosi via. Questo è il mondo verso cui ci stiamo muovendo, e il campo delle operazioni capitalistiche è quindi destinato a diventare illimitato perché comprenderà ognuno di noi e le nostre perlopiù banali attività quotidiane: “la ‘fabbrica’, nel capitali­smo cognitivo, coincide con la società intera”.

La mercificazione della sfera privata è l’apogeo del capitalismo ipercommercializzato. Non presagisce una crisi del capitalismo. Una crisi si verificherebbe solo se la mercificazione della sfera privata fosse vista come un’intrusione in aree che gli individui volevano proteggere dalla commercializzazione, e come una pressione su di loro affinché si impegnino in attività alle quali non volevano partecipare. Ma la maggior parte delle persone la percepisce in maniera opposta, ossia come un passo avanti verso l’arricchimento e la libertà.

Il capitalismo si è gua­dagnato questa posizione grazie alla capacità, facendo appello all’interesse personale e al desiderio di possedere la proprietà, di organizzare le persone in modo che riuscissero, in modo decentralizzato, a creare ricchezza e ad aumentare di molte volte il tenore di vita dell’essere umano medio sul pianeta, cosa che solo un secolo fa era considerata quasi utopica. Ma questo successo economico ha reso più acuta la discrepanza fra la capacità di vivere meglio e più a lungo e la mancanza di un corrispondente aumento della moralità, o anche della felicità. C’è stato un prez­zo da pagare perché l’estensione del capitalismo alla famiglia e alla vita intima era antitetica a concezioni plurisecolari in materia di sacrificio, ospitalità, amicizia, legami familiari e così via. Questo disagio ha creato una vasta area in cui regna l’ipocrisia. Cosi, alla fine, il successo materiale del capitalismo ha finito per essere associato a un mondo di mezze verità nella nostra vita privata.

Eppure,  tornando alla riflessione più complessiva, non manca ancora qualcosa a questa lettura intessuta del credo del “TINA”?  Possibile non vedere che ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi?

Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fino alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano. Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.

L’impressione che si ricava da questo intreccio, insomma, è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.

Le eventuali soluzioni a questi fronti, inoltre, sono ormai vincolate al limite di questo modello di sviluppo, delle sue forme di produzione, delle sue merci, sia sotto i meccanismi distributivi e redistributivi ma soprattutto dell’impatto che essi hanno sul pianeta, sulle sue risorse, sui cicli vitali e su quelli ambientali. Questi fenomeni, ormai, sono intrecciati e formano una struttura “complessa” e piena di collegamenti connessi e interagenti.

La politica di questo secolo, la politica di nuova generazione in grado di indirizzare l’umanità verso un nuovo approdo, non può più non tenere conto di questo quadro complesso. Non c’è più un prima e un dopo, non solo sul piano sociale – come abbiamo sostenuto per anni – e non solo sul piano quantitativo e redistributivo. Abbiamo bisogno di una bussola che ci accompagni in ogni tipo di scelta e di comprendere, al meglio, non solo le sue implicazioni quantitative (sul piano della produttività e del livello occupazionale) ma il suo impatto “complesso” sulla realtà. E’ di questa bussola che dobbiamo parlare.

Non possiamo dividerci tra chi ipotizza un ripristino di una fase “industriale” classica (con la redistribuzione salariata della ricchezza prodotta) e chi, prendendo atto delle trasformazioni profonde e irreversibili del quadro, si rintana nella mera ricerca della “sopravvivenza”, rivendicando un reddito checchessia.

Ad una “crisi sistemica”, infatti, si risponde con una politica sistemica di qualità “altra” e con logiche di intervento di nuova generazione che, viste dalla tradizione, possono sembrare “aliene”. Occorrerebbe una politica che deve riscoprire la radice del suo fare “di parte” ricercando le forme per il superamento della suddivisione del lavoro e quella tra i generi e, con essa, il costituirsi di una “comunità reale” – volontaria e consapevolmente umana – capace di superare i limiti delle attuali forme di comunità, più apparenti e illusorie che materialmente tali, una società di individui “veramente umani” in quanto “onnilaterali” e, quindi, di individui la cui libertà personale è reale, se libertà è sinonimo di razionalità, universalità, condivisione, cooperazione, equità. Una comunità dell’umano che sappia ri-costruire il rapporto con la sfera della vita sul pianeta e con gli equilibri ambientali, diventando conscio del proprio fare.

Le culture entrano nel frullatore. Le connessioni tra gli umani si moltiplicano, gli scambi e le relazioni divengono di un ordine di grandezza più alto. Nuove consapevolezze, sociali e individuali, si affacciano. Emergono percezioni del sé e immagini della forma sociale completamente nuove, inaspettate. I linguaggi si contaminano e le parole cambiano il loro senso; le tecnologie per la loro produzione e il loro scambio si moltiplicano e si trasformano, inondando i corpi sociali di nuove forme di relazione e di conoscenza del mondo.

Ogni persona viene da un percorso individuale, da una esperienza con la quale ha attraversato, conosciuto e indagato il mondo. Molti di noi lo hanno fatto a partire dal punto più alto della storia umana della fase storica precedente. Sono stati anni meravigliosi di conquiste e possibilità. Anni di lotte e di vittorie, di aspirazioni di un mondo nuovo che, in realtà, ognuno di noi pensava, in cuor suo, in un modo ma sentiva di condividere quella esperienza con vere e proprie “moltitudini” di donne e uomini che erano in marcia per la loro emancipazione. Avevamo un linguaggio condiviso e partivamo da una condivisione, almeno teorica, dell’orizzonte verso cui muoverci. Tutto questo è finito e non basta rievocarlo per renderlo nuovamente concreto. È finito anche per errori e nostre incapacità (teoriche, politiche, sociali, comunicative, relazionali). Abbiamo disperso il senso di una comunità in marcia. Ma non è tutta colpa nostra e non è solo un tema legato al “revanscismo” soggettivo delle classi dominanti per le nostre conquiste degli anni ’60 (qui in Occidente e, in particolare, nel nostro paese).

E’ giunto il momento di domandarci il senso profondo delle parole che ascolteremo e ci diremo, di fare uno sforzo “oltre” le etichette e “oltre” le vecchie appartenenze. “Oltre” le nostre personali storie. Credo che sia possibile farlo mantenendo solo una motivazione politica originaria, quella che ha generato le radici di noi tutti: non solo difendere gli interessi “immediati” del “campo sociale dei subalterni” ma aprire il campo di lotta per candidarli alla costruzione di un modello sociale, economico e politico che sia la loro diretta espressione.

Questo mi pare il nodo che ci interroga tutti, anche quì nella Città dei Sassi – la Capitale della Cultura che parla all’Europa, come si va ripetendo e spesso ‘a vacante’. Un luogo simbolico del meridionalismo vecchio e nuovo, che potrebbe ri-acquistare ‘voce’ in questo campo sociale dei subalterni … Ciascuno deve “fare il suo”, anziché perdere tempo prezioso con le greppie del clientelismo vecchio e nuovo; contribuire ad allargare le domande davvero urgenti, a sperimentare sentieri partecipativi che potrebbero farci attraversare al meglio questa Transizione. Magari, che so, rendendo finalmente pubblici e discutendo con la più ampia partecipazione i Progetti del PNRR regionale e di quelli  di tutte le regioni del Sud, per individuare le potenzialità di equità, dignità per i nostri luoghi e per chi li vive.

Magari, che so, nel nostro piccolo cominciando – già oggi – con l’adeguare immediatamente il Regolamento edilizio per apporre il vincolo paesaggistico sugli spazi urbani – edificati, da edificare e no e sulle essenze arboree esistenti e progettate (sull’esempio di quanto fatto nel Quartiere Lanera), con un rapporto di tre alberi (quelli veri, non gli arbustivi) per ciascun abitante residente, ovviamente adeguando gli standards edificatori. Occorrerebbero, c’informa Stefano Mancuso oggi, sei miliardi di alberi solo in Italia per contenere le emissioni di CO2 in eccesso; un costo comunque irrilevante rispetto ai danni che si stanno provocando. Magari, che so, apponendo il vincolo storico sul costruito fino alla metà del ‘900, come accoratamente ripete in tutte le lingue e in tutti i suoi lavori l’arch. Gigi Acito; per scongiurare che la Città perda memoria della propria storia a vantaggio degli interessi della speculazione edilizia e della rendita urbana. Magari, che so, promuovendo e istituzionalizzando, finalmente patti di comunità con l’associazionismo mutualistico per dare anima e corpo alle istanze del soccorso, della solidarietà lavorativa e produttiva oggi allo sbando (perché la Ferrosud non viene sottratta alla fine inesorabile mediante una gestione solidale – pubblico-lavoratori – in funzione dei cospicui investimenti nelle infrastrutture ferroviarie?)

Certo, si tratta di esempi minimi di una logica che abbiamo considerata “aliena” fino a qualche mese fa e nonostante  che ‘programmi elettorali-fotocopia’ ne avessero sbandierassero l’impegno a realizzarli. Provate a informarvi presso l’opinione pubblica avvertita! Vedrete quanta creatività, competenza, voglia di cambiare attende un nuovo “spirito istituente” che ci porti a nuove istituzioni adeguate al presente e al futuro.

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