C’è qualcosa che non quadra nel leggere i maggiori quotidiani nazionali di oggi. O peggio, sembra essere la triste conferma di chi sostiene che il grosso della stampa sia schierato in modo preconcetto su alcune posizioni. Nel caso specifico quelle dei SI TAV.

Altrimenti perchè la marcia dei No TAV svoltasi a Torino ieri, di gran lunga più partecipata di quella dei SiTAV del cosiddetto “partito del Pil” (e delle “madamine” che intervistate non sapevano nemmeno per che cosa lo facessero) svoltasi un mese fa non ha trovato altrettanto evidenza?

La Repubblica ha dedicato un riquadro microscopico in fondo prima pagina, ma per leggere l’articolo bisogna giungere sino a pagina 20. Stessa scelta da parte del Corriere della Sera : un piccolo richiamo in prima e un articolo a pagina 18. Dopo la cronaca italiana, quella estera, la Lega. La Stampa che la manifestazione ce l’aveva proprio sotto la redazione e non ha potuto ignorarla, ne fa una foto notizia in prima in coabitazione con la Lega.

Allora quella manifestazione fu enfatizzata come la nascita di una nuova classe sociale e di un nuovo partito e che il governo doveva assolutamente ascoltare e che il Tav e tutte le grandi opere si devono fare assolutamente pena la fine della democrazia e dello sviluppo.

Ci si sarebbe aspettato, a cospetto di una manifestazione sullo stesso tema -ma di segno opposto- enormemente più partecipata e con l’aggravante che in concomitanza sugli stessi temi ci fossero analoghe manifestazioni in altre piazze d’Italia: dalla Sicilia (Niscemi) al Veneto (Padova), dalla Puglia (Melendugno) alla Basilicata (Venosa), passando per l’Abruzzo (Pescara e Sulmona), una analoga enfasi di cronaca, analisi, approfondimenti.

Nulla di tutto ciò. Tranne Il Fatto (che da tempo  spiega le argomentazioni tecniche che portano alla conclusione della inutilità del proseguire nell’avventura del Tav e che ieri ha pubblicato un pregevole inserto sul tema) e Il manifesto che hanno dedicato ampio spazio alla manifestazione sin dalla prima.

Eppure la vicenda TAV non è più una questione solo piemontese. Non è nemmeno riducibile ad un semplice NO ad un treno. E’ oramai diventato uno spartiacque che può contribuire a mettere -addirittura- un pò di chiarezza nella confusione politica generale.

Chi ha manifestato ieri non è contro tutte le grandi opere, ma contro quelle fatte male, come questa del tunnel della Torino-Lione vecchia (concepita venti anni fa), ancora all’anno zero (non ci sono appalti, solo un tunnel di servizio) e se tutto va bene andrà in porto fra oltre vent’anni. Una tratta merci che dovrebbe sostituire quella odierna utilizzata a meno del 30% delle sue possibilità. Con l’Italia che dovrebbe sostenere la maggior parte dei costi a fronte della Francia sul cui territorio cade la maggior parte del percorso.Una follia continuarla ( a sostenerlo nel tempo sono stati anche insospettabili come Renzi -era  il 2013 nel suo libro Oltre la Rottamazione; nel 2017 Carlo Cottarelli e Foietta commissario di Gentiloni).

Chi ha manifestato ieri ritiene che a fronte di tanta evidenza le risorse andrebbero spostate per risanare e ammodernare il patrimonio del Paese (scuole, territorio, ponti, strade, ferrovie, ospedali) che sta cadendo a pezzi e che costituisce la vera grande priorità che produrrebbe più lavoro e più Pil.

Cosa c’è di irragionevole in tale posizione?

E’ evidente che si è di fronte ad una visione diversa dello sviluppo (non a caso la mobilitazione è avvenuta in concomitanza con la conferenza sul clima  Cop24 in corso sino al 14 dicembre a Kotowice in Polonia) rispetto a quella degli attuali padroni del vapore. Ma che, il disastro che abbiamo di fronte, dovrebbe consigliare a tutti di prenderla in esame seriamente. Discuterla, criticarla, ma considerarla quantomeno alla stessa stregua delle ragioni di quelle avverse e sostenute in primis da Confindustria, il partito del calcestruzzo.

Una Confindustria (sostenuta da FI, PD, FdI…) che si rivolge in modo perentorio alla Lega di Salvini, politicamente evidentemente più affine, che non ha una idea alternativa è più nuova di questa di vent’anni fa.

Ma in questa manifestazione (oltre ai 5Stelle, il popolo della Valsusa, i suoi sindaci) con le sue innumerevoli bandiere rosse, come non se ne vedevano da tempo, c’era tanta sinistra dispersa, non rappresentata, orfana dei partiti. In una Italia in cui essere di sinistra è diventato immensamente difficile.

E fa tristezza sentire un Chiamparino ironizzare sulla “decrescita infelice” (di cui secondo lui queste manifestazioni sarebbero portatrici) e non interrogarsi sulla sostenibilità del modello basato sull’ideologia di una crescita infinità e a qualsiasi costo (danni ambientali, salute, ecc.) che sta collassando perchè rivelatasi distruttiva e non più sostenibile. Il simbolo decadente di una classe dirigente un tempo credibile, non più in grado di rappresentare le classi da cui sono partiti,  perchè definitivamente consegnatasi al liberismo ed incapace di un pensiero alternativo ad esso.

Sarebbe ora anche che la si smettesse di definire “di sinistra” forze politiche (il PD) ed esponenti dello stesso che non lo sono più per scelta legittima. Così, giusto per dare senso alle parole, per chiarezza,  e per la giusta collocazione politica di posizioni e  scelte che di sinistra non sono. Altrimenti non si capisce più niente. Proprio come ora.

Confusione che è alla base anche dell’impasse di quest’area in cui molti continuano ad  interrogarsi sul come farla rinascere (al di fuori dell’agitazione sterile di quel personale politico privo di credibilità in quanto troppo preoccupato del proprio futuro).

Ecco, forse, piuttosto che discutere di contenitori e teorie cervellotiche, converrebbe stare dentro queste battaglie figlie delle contraddizioni profonde di un sistema che provoca disuguaglianze, ingiustizie, povertà e che necessità di una buona dose di autoritarismo per imporre le sue scelte sempre più impopolari. Ricordandosi da che parte deve stare storicamente chi è di sinistra e quali interessi deve rappresentare. Avendo un orizzonte lungo e non quello della fregola elettorale. Sarebbe tutto più semplice.

In questa manifestazione, inoltre, con la presenza (sebbene senza bandiere ostentate) c’era tanto M5S che vive un suo travaglio a fronte della contraddizione tra il suo sentire, i suoi impegni elettorali e il suo dover essere al governo con una forza politica che la pensa diametralmente all’opposto su tali tematiche. Una condizione difficile da gestire per una forza giovane ed inesperta.

Ora è vero che le manifestazioni di piazza (indipendentemente dai numeri) sono tutte importanti per la democrazia, tutte da rispettare allo stesso modo,  ma non sono loro a decidere cosa farà un governo legittimamente eletto dai cittadini.  Specie, in questa strana fase della democrazia italiana, con questo governo bifronte.

Ma possono sicuramente servire ad incoraggiare chi al suo interno ha posto, come nel Tav e non solo,  la discutibilità dell’opera subordinando il suo prosieguo ad una valutazione imparziale tra costi e benefici.

Cosa che dovrebbe essere sottoscritta da tutti, in un Paese normale.