- Un mondo sospeso tra guerra e crisi
L’autunno che si apre davanti a noi è gravido di incognite. Lo scenario internazionale è segnato da una spirale di conflitti che intreccia la guerra commerciale inaugurata da Trump con le guerre combattute con le armi, oggi presenti in oltre cinquanta paesi. I programmi di riarmo, destinati a raddoppiare in pochi anni la spesa militare mondiale, si accompagnano all’inerzia di fronte al collasso climatico: un pianeta sempre più invivibile viene trattato come merce da sfruttare.
L’“ordine” internazionale dominante non ha bisogno di democrazia né di cooperazione: si fonda su diseguaglianze crescenti, sull’uso della forza militare e su un modello economico energivoro e consumista. In questa cornice, la guerra non è solo un mezzo di dominio geopolitico, ma anche un business redditizio per le multinazionali, con le armi ridotte a merce principale di un’economia di sangue.
- Genova e la Flotilla: il no dei portuali
Eppure, in mezzo a questa oscurità, riaffiora una politica capace di resistere. A Genova, i portuali hanno deciso di trasformare il loro lavoro in un gesto politico. La Global Sumud Flotilla, partita nei primi giorni di settembre con l’obiettivo di portare aiuti a Gaza, è stata resa possibile proprio dal loro impegno.
“Non uscirà un chiodo dal porto se toccheranno le nostre navi”, hanno dichiarato i camalli, evocando la tradizione di solidarietà che già negli anni ’70 portò Genova a bloccare traffici d’armi. Oggi, come allora, i lavoratori diventano protagonisti di una politica che non si limita a enunciare principi, ma agisce: bloccando i carichi, organizzando scioperi, salendo in prima persona sulle imbarcazioni.
La Flotilla non è soltanto un’iniziativa simbolica: rappresenta la dimostrazione che, quando la comunità internazionale tace o si limita a balbettare rimproveri, cittadini e lavoratori possono dire di no alla barbarie e sì alla solidarietà. A bordo vi sono attivisti, sindacalisti e persino parlamentari italiani ed europei. È raro, quasi sorprendente, vedere cittadini e rappresentanti politici uniti dalla stessa volontà di sfidare un blocco disumano. È il ritorno di una politica riconoscibile, capace di parlare una lingua semplice e universale.
- Un autunno caldo: dalle piazze alla pace
La spinta che arriva dai porti si intreccia con un calendario di mobilitazioni che segnerà l’autunno italiano ed europeo. L’“Altra Cernobbio” di inizio settembre, con decine di relatori e centinaia di organizzazioni pacifiste, ha posto al centro la parola d’ordine “Addio alle armi”. Seguiranno la Marcia Perugia-Assisi del 12 ottobre, l’assemblea di Stop ReArm Europe, la carovana di Sbilanciamoci sulla legge di bilancio e la manifestazione nazionale della CGIL per un’economia al servizio dei cittadini.
Il rischio, in Europa, è che al Green Deal si sostituisca un “War Deal”, fatto di riarmo e militarizzazione. L’alternativa è un Peace Deal: un’economia civile e disarmata fondata sulla cooperazione, i diritti, l’ambiente. Non solo resistenza, ma proposta: un modello diverso di sviluppo, capace di dare risposte concrete alle emergenze globali.
- Basilicata, laboratorio di crisi e spopolamento
Questo scenario globale si riflette nei territori. La Basilicata, ad esempio, è un laboratorio doloroso delle contraddizioni italiane. Nei primi cinque mesi del 2025 oltre duemila persone hanno lasciato la regione, segnalando un trend di spopolamento che appare inesorabile. La mancanza di prospettive, un mercato del lavoro precario e servizi insufficienti spingono i giovani a cercare altrove ciò che qui non trovano.
Le politiche neoliberali, che celebrano l’“imprenditore di sé stesso” e smantellano le tutele del lavoro dipendente, aggravano questa emorragia. L’occupazione diventa frammentata, incerta, priva di garanzie: un modello che produce solitudine e impoverimento sociale. Non è solo un problema locale, ma il riflesso di un disegno globale che riduce i cittadini a capitale umano da valorizzare individualmente, indebolendo i legami collettivi.
Eppure, proprio da regioni come la Basilicata può partire la sfida. Non basta denunciare lo spopolamento: occorre promuovere politiche di sviluppo, infrastrutture, diritti sociali. La lotta per un futuro diverso non è solo questione internazionale, ma anche territoriale e quotidiana.
Conclusione
L’autunno che ci attende può essere un tempo di paure e regressioni, ma anche di riscoperta della forza collettiva. La Flotilla di Genova, le piazze pacifiste, le lotte sindacali, le vertenze territoriali ci dicono che la politica non è morta, purché torni ad abitare i corpi, i luoghi, le scelte quotidiane delle persone.
Non sarà facile invertire la rotta di un mondo dominato dal profitto e dal riarmo. Ma il messaggio che arriva da Genova come da Perugia, da Bruxelles come da Matera, è chiaro: non voltarsi dall’altra parte, non accettare la fatalità, ma agire. È questa la vera sfida dell’autunno.
- Matera e la sfida della sindacatura Nicoletti
Accanto alle difficoltà della Basilicata, Matera rappresenta un caso particolare: città simbolo di resilienza e di capacità di reinventarsi, ma oggi attraversata dalle stesse tensioni che colpiscono l’intera regione. La nuova giunta guidata da Nicoletti eredita un quadro segnato da spopolamento, precariato e crisi dei servizi, con la necessità di ripensare il ruolo stesso della città nel contesto nazionale ed europeo.
La sfida principale è duplice: da un lato contrastare lo svuotamento demografico, dall’altro creare condizioni di lavoro e sviluppo che non si riducano alla logica del turismo mordi e fuggi o alla precarizzazione diffusa. La sindacatura Nicoletti ha davanti a sé la possibilità di trasformare Matera in un laboratorio di politiche alternative, capaci di coniugare innovazione e diritti sociali.
Un punto decisivo riguarda la partecipazione attiva della cittadinanza. Non bastano progetti calati dall’alto: occorre promuovere strumenti di democrazia partecipativa, consulte tematiche, bilanci partecipativi e spazi pubblici in cui i cittadini possano incidere realmente sulle scelte che riguardano il loro futuro. Matera può diventare un esempio di come il governo locale, invece di subire la solitudine e la rassegnazione, sappia generare nuove forme di comunità attiva e solidale.
Le proposte in campo puntano a valorizzare la cultura e il patrimonio materiale e immateriale come motore di un’economia sostenibile, a rafforzare i servizi pubblici e le infrastrutture, a promuovere progetti contro la fuga dei giovani, incentivando l’autoimprenditorialità ma senza rinunciare alla tutela del lavoro dipendente. Non si tratta solo di una questione amministrativa, ma di un atto politico collettivo: restituire a Matera e alla Basilicata un futuro che non sia segnato dal declino, ma dalla possibilità di diventare protagonisti di un nuovo modello di sviluppo civile, partecipato e solidale.
