Ma quanti cittadini sono informati che il 17 aprile prossimo (fra 40 giorni) si voterà per un referendum? Pochi. E i mezzi d’informazione cosa fanno per rendere edotti i cittadini in merito per consentirgli di votare nel modo più consapevole possibile? Poco e confuso con sovrapposizioni pericolose per chi è poco informato.

Bastava oggi sostare dinanzi ad un’edicola per leggere a caratteri cubitali su un importante quotidiano nazionale “Guida al referendum :PERCHE’ VOTARE NO”!

Quando poi si approfondiva si capiva che il referendum in questione è quello sulle riforme istituzionale che si terrà in autunno.

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Ma non sarebbe il caso di affrontare le cose in ordine di tempo? Evitando di confondere una situazione già abbastanza confusa? Vabbè, le nostre solite domande  che non troveranno risposte…..

E allora veniamo a noi. Veniamo al voto che si terrà il mese prossimo e cerchiamo di formire qualche dato utile.

Cosa chiede il quesito referendario?

Sulla scheda troveremo: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.

Infatti, questo referendum riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa, e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri).

Quali effetti può avere il sì al referendum?

Se vincerà il sì, sarà abrogato l’art.6, comma 17, del Codice dell’ambiente in cui si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. La vittoria del sì bloccherebbe tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana, allo scadere dei relativi contratti.

Quello su cui si voterà è l’unico quesito sopravvissuto ai sei promossi da consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna,Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia (l’Abruzzo si è poi ritirato dalla lista dei promotori).

A dicembre del 2o15 il governo ha proposto delle modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari, per questo la cassazione ha riesaminato i quesiti e l’8 gennaio ne ha dichiarato ammissibile solo uno, perché gli altri sarebbero stati recepiti dalla legge di stabilità.

Ma sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) hanno deciso di presentare comunque un il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale riguardo a due dei referendum, tra quelli dichiarati decaduti dalla cassazione. Esse contestano al governo di aver legiferato su una materia che è di competenza delle regioni in base all’art. 17 della Costituzione, modificato dalla riforma costituzionale del 2001. Il 9 marzo se ne valuterà l’ammissibilità e se la Corte costituzionale accogliesse i ricorsi delle regioni, i due quesiti referendari in precedenza non ammessi tornerebbero a essere validi e dovranno essere sottoposti agli elettori. I due quesiti riguardano il “piano delle aree” (ossia lo strumento di pianificazione delle trivellazioni che prevede il coinvolgimento delle regioni, abolito dal governo con un emendamento alla legge di stabilità) e la durata dei titoli per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi liquidi e gassosi sulla terraferma.

Ma al di là dell’evoluzione del numero dei quesiti rimane fondamentale che l’informazione arrivi ai cittadini per cercare di raggiungere anzitutto il famigerato quorum, ovvero che vadano a votare il 50% degli aventi diritto al voto.

In assenza di tale prerequisito tutto sarà stato vano, perché solo così il risultato del referendum sarà valido, come previsto dall’ art 75 della Costituzione italiana.

Ed è su questo che si gioca la vera campagna elettorale.

Parlarne, parlarne, parlarne è fondamentale………perché il silenzio è di parte, molto di parte!

E la storia elettorale di tanti referendum è lastricato da un silenzio scientifico, specie in assenza di argomenti validi da contrapporre, contando che la disaffezione al voto faccia il  lavoro sporco al proprio posto.