E’ comprensibile che Papa Francesco non possa unirsi al coro di #jesuisCharlie. Perché Charlie Hedbo è la laicità personificata (anzi disegnata e scritta) senza se e senza ma. Lo ha scritto a chiare lettere Gerard Biard, il nuovo direttore, nel suo articolo sul numero uscito mercoledi scorso in tutto il mondo : “I milioni di persone anonime, tutte le istituzioni, tutti i capi di Stato e di governo, tutte le personalità politiche, intellettuali e mediatiche, tutti i dignitari religiosi che questa settimana hanno proclamato: “Io sono Charlie”, devono sapere che ciò significa anche: “Io sono la laicità”. Siamo convinti che per la maggioranza di chi ci appoggia sia un fatto acquisito. E gli altri si arrangiassero.”

Può piacere o non piacere. Sono irriverenti, spesso al limite della provocazione e del buon gusto. In poche parole: sono liberi. Di quella libertà non “limitata” da scelte di fede e/o ideologiche che “autocensurano” o se si preferisce “autolimitano” gli spazi espressivi (e spesso finanche di pensiero) di chi ha fatto altre scelte. Per i “charlie boys” non esistono riverenze o sacralità di fronte a cui fermarsi. E questo è duro da accettare per molti. Anzi, in tanti non lo accettano per nulla.

Non a caso, dopo l’ondata emotiva che ha portato tanti ad urlare il “Je suis Charlie“, ecco fioccare i distinguo e i “ma”.

Anche il Papa, dopo aver detto belle parole sul diritto-dovere alla libertà di espressione, ha pronunciato il suo “ma” nel linguaggio franco e colorito che è la cifra del suo modo di comunicare. Un “ma” che appare essere una clamorosa gaffe.

Infatti, di fronte al dramma dell’uccisione di giornalisti (e non solo) di Parigi per aver pubblicato delle vignette (per quanto offensive possano apparire) è apparso sorprendente ascoltare (testualmente): “…ma se il dottor Gasbarri –rivolto all’organizzatore dei viaggi papali che si trovava a fianco del Pontefice- che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri.”

Una affermazione che suona come il classico: “se la sono andata a cercare”. E, conseguentemente, sembra porsi come una sorta di tragica “giustificazione” alla reazione degli estremisti islamici alle vignette della rivista.

Sicuramente non era questa l’intenzione del pontefice.

Ma le banalizzazioni sono pericolose e possono far correre questi rischi. Una banalizzazione che fa il paio con chi, a fronte di uno stupro di una donna che magari portava la minigonna, afferma che in fondo “se l’è andata a cercare” perché era “provocante”.

Noi pensiamo che non ci debba essere la benchè minima possibilità di giustificazione della violenza rispetto a chi crede e a chi non crede e a chi assume posizioni scritte e/o verbali, anche le più odiose.

E’ vero che se uno offende mia madre è probabile che gli possa dare uno schiaffone, ma è tutt’altra cosa. Un affare personale e circoscritto. Sicuramente non può essere assunto a metro di paragone per questa tragica vicenda.